Everest, 154 tonnellate di ghiaccio sciolte anche per l’urina degli alpinisti: lo studio

Non c’è soltanto il cambiamento climatico dietro lo scioglimento dei ghiacciai dell’Everest. Il riscaldamento globale resta di gran lunga il principale responsabile della perdita di ghiaccio nella regione himalayana, ma un nuovo studio ha analizzato anche l’impatto locale provocato dalle migliaia di persone che ogni anno raggiungono il campo base della montagna più alta del mondo.

Tra i risultati più sorprendenti della ricerca c’è quello relativo all’urina prodotta da alpinisti, guide e personale: il calore trasferito dal liquido all’ambiente glaciale sarebbe sufficiente, secondo le stime degli studiosi, a sciogliere circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve in una sola stagione alpinistica.

Il dato non significa che l’urina sia una delle principali cause dello scioglimento dei ghiacciai dell’Everest. Il suo impatto è infatti molto inferiore rispetto a quello del cambiamento climatico e anche a quello derivante dall’utilizzo dei combustibili al campo base. La ricerca mostra però quanto la concentrazione di migliaia di persone e delle relative attività possa produrre effetti misurabili su un ambiente glaciale già estremamente fragile.

Lo studio sull’Everest e sul ghiacciaio Khumbu

La ricerca, intitolata Effects of human activity on Khumbu Glacier: towards a sustainable Everest Base Camp, è stata pubblicata nel 2026 sulla rivista scientifica Regional Environmental Change.

Lo studio è stato realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori composto da Khim Lal Gautam, Virginia Burkett, George Xian, Mahesh Thapa, Anish Dahal e Sudeep Thakuri.

Gli studiosi hanno concentrato l’attenzione sul campo base dell’Everest situato sul versante nepalese e sul ghiacciaio Khumbu, analizzando tre diversi fattori capaci di incidere sullo scioglimento locale del ghiaccio: il cambiamento climatico globale, l’utilizzo di combustibili fossili e lo scarico di urina umana.

Per ricostruire la situazione sono stati utilizzati sia dati raccolti direttamente durante la stagione alpinistica della primavera del 2023 sia immagini satellitari dei programmi Landsat relative al periodo compreso tra il 1991 e il 2023.

L’obiettivo era capire quanto la crescente presenza umana intorno al campo base potesse contribuire al riscaldamento locale di una superficie che si trova direttamente sopra il ghiacciaio.

Quanta urina producono gli alpinisti sull’Everest

L’altitudine e l’intensa attività fisica obbligano gli alpinisti a prestare particolare attenzione all’idratazione. La perdita di liquidi ad alta quota rende infatti necessario bere notevoli quantità di acqua.

La conseguenza è un dato decisamente insolito: secondo le stime utilizzate nella ricerca, durante la stagione alpinistica alpinisti, guide e personale del campo base producono complessivamente più di 6.000 litri di urina al giorno.

A differenza di una parte dei rifiuti solidi, che viene raccolta in appositi contenitori e successivamente trasportata lontano dalla montagna, una quantità significativa di urina viene dispersa direttamente nell’ambiente glaciale.

Ed è qui che entra in gioco il meccanismo analizzato dai ricercatori.

L’urina espulsa dal corpo umano ha una temperatura superiore rispetto a quella della superficie ghiacciata sulla quale viene scaricata. Il liquido cede quindi parte della propria energia termica al ghiaccio e alla neve circostanti.

Considerando la quantità prodotta quotidianamente e la durata della stagione alpinistica, gli studiosi hanno calcolato quanta energia possa essere trasferita in questo modo all’ambiente.

Il risultato è una stima equivalente a circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve potenzialmente fuse in una stagione per effetto del calore dell’urina umana.

Non solo urina: il campo base genera enormi quantità di calore

Le 154 tonnellate sono però soltanto una parte del problema analizzato dallo studio.

Il campo base dell’Everest sul versante nepalese è diventato negli ultimi decenni una vera e propria città temporanea costruita in alta quota.

Durante la primavera del 2023 erano presenti circa 1.600 tende, utilizzate da alpinisti, guide, operatori e personale impegnato nelle spedizioni. Nei momenti di massima attività il campo può arrivare a ospitare contemporaneamente circa 2.000 persone.

Garantire servizi a una popolazione di queste dimensioni a oltre 5.000 metri di quota richiede grandi quantità di energia.

Durante una stagione alpinistica di circa 50 giorni nel 2023, al campo base sono state utilizzate:

  • 824 bombole di gas di petrolio liquefatto (GPL);
  • 18.935 litri di cherosene;
  • 5.130 litri di benzina.

I combustibili vengono impiegati per cucinare, riscaldare gli ambienti, produrre elettricità, illuminare le tende e alimentare apparecchiature e servizi.

A questo consumo energetico bisogna aggiungere il calore derivante dall’urina prodotta dalle persone presenti sul ghiacciaio.

Lo studio stima che, sommando le fonti considerate, durante la primavera del 2023 siano stati prodotti 849.174 ± 179.774 megajoule di energia termica.

Una quantità che, dal punto di vista energetico, sarebbe sufficiente a sciogliere circa 2.492 ± 528 tonnellate di ghiaccio e neve.

In altre parole, l’urina rappresenterebbe circa 154 tonnellate di questo totale stimato, mentre la quota nettamente maggiore è collegata all’utilizzo dei combustibili per il funzionamento del campo base.

Si parla quindi complessivamente di milioni di chilogrammi di neve e ghiaccio che potrebbero essere interessati dal calore prodotto localmente dalle attività umane durante una singola stagione.

Le temperature al campo base dell’Everest sono aumentate più rapidamente

Un’altra parte importante dello studio riguarda l’analisi delle temperature superficiali.

I ricercatori hanno esaminato oltre trent’anni di osservazioni satellitari Landsat, ricostruendo l’andamento della temperatura della superficie terrestre tra il 1991 e il 2023.

Sono state messe a confronto tre aree: quella occupata dal campo base, una zona innevata del ghiacciaio Khumbu situata nelle vicinanze e un’area ricoperta di detriti a nord del campo.

I risultati mostrano che il riscaldamento non è stato uniforme.

Nell’area del campo base, la temperatura superficiale ha registrato un aumento medio di circa 0,28 gradi Celsius all’anno. Il valore è risultato approssimativamente doppio rispetto al tasso di riscaldamento della superficie del ghiacciaio Khumbu adiacente e circa il 15% superiore rispetto all’aumento registrato nella zona ricoperta di detriti immediatamente a nord.

Il dato non permette di attribuire l’intera differenza alla presenza degli alpinisti, ma secondo gli studiosi le attività umane concentrate nell’area possono contribuire al riscaldamento locale.

Cucinare, accendere generatori, riscaldare le tende, produrre acqua calda e utilizzare sistemi di illuminazione significa infatti liberare continuamente energia in un ambiente che si trova direttamente sul ghiacciaio.

Un campo base sempre più simile a una piccola città

L’Everest dispone di due principali campi base.

Quello utilizzato per le ascensioni dal Nepal si trova a circa 5.364 metri di altitudine, ai piedi dell’Everest e direttamente sul ghiacciaio Khumbu.

Sul versante tibetano si trova invece un altro campo base, situato a circa 5.154 metri, vicino al ghiacciaio Rongbuk.

È soprattutto sul versante nepalese che negli ultimi decenni la crescita del turismo d’alta quota ha trasformato profondamente l’organizzazione delle spedizioni.

Il campo base non offre più soltanto tende e servizi essenziali. A seconda degli operatori e delle spedizioni possono essere disponibili ambienti riscaldati, acqua calda, docce, bagni privati, connessione internet, servizi di ristorazione e prodotti da forno.

Un livello di comfort che fino a pochi decenni fa sarebbe stato difficilmente immaginabile a più di 5.000 metri sul livello del mare, ma che richiede inevitabilmente energia e combustibili.

Il problema è che tutte queste attività sono concentrate in uno spazio relativamente piccolo e, soprattutto, sopra una superficie glaciale già sottoposta agli effetti del riscaldamento globale.

L’Everest è diventato anche un grande business turistico

La scalata della montagna più alta del pianeta non è più una sfida affrontata esclusivamente da piccoli gruppi di alpinisti professionisti.

Intorno all’Everest si è sviluppata negli anni una vera industria internazionale del turismo d’alta quota.

Una spedizione organizzata può costare decine di migliaia di dollari, mentre i pacchetti più esclusivi possono raggiungere cifre di diverse centinaia di migliaia di dollari.

Nel prezzo possono essere compresi permessi, guide, assicurazioni, trasporti, equipaggiamento, ossigeno e servizi logistici.

L’intera esperienza richiede generalmente dalle sei alle otto settimane.

Dopo l’arrivo in Nepal, molti alpinisti raggiungono la regione dell’Everest passando da Lukla. Da qui parte un trekking di diversi giorni necessario per arrivare al campo base.

Una volta raggiunti i 5.364 metri, la scalata verso la vetta non può però iniziare immediatamente.

L’organismo deve adattarsi gradualmente alla drastica riduzione dell’ossigeno presente nell’atmosfera. Per questo motivo gli alpinisti effettuano diverse rotazioni di acclimatamento tra il campo base e campi situati a quote superiori, tornando più volte verso il basso.

Solo successivamente, quando il fisico è sufficientemente acclimatato e si apre una finestra meteorologica favorevole, gli scalatori possono tentare l’ultimo tratto verso la vetta dell’Everest, situata a circa 8.848 metri di altitudine.

Questa permanenza prolungata significa però che per settimane migliaia di persone hanno bisogno di mangiare, bere, riscaldarsi, utilizzare elettricità e produrre rifiuti.

È proprio la somma di queste attività quotidiane a creare quello che lo studio considera un ulteriore impatto umano sul ghiacciaio.

Il cambiamento climatico resta la causa principale dello scioglimento dell’Everest

Il dato sulle 154 tonnellate di ghiaccio associate all’urina degli alpinisti può attirare l’attenzione, ma deve essere interpretato correttamente.

Lo studio non sostiene che l’urina sia la causa dello scioglimento del ghiacciaio Khumbu e neppure che abbia un impatto paragonabile al cambiamento climatico.

Il riscaldamento globale resta il principale fattore responsabile della perdita di massa glaciale sull’Everest e in tutta la regione himalayana.

La ricerca cerca invece di quantificare una componente molto più locale: il calore aggiuntivo generato concentrando migliaia di persone e numerose attività energivore direttamente sopra un ghiacciaio.

L’impatto dell’urina è inoltre decisamente inferiore a quello derivante dai combustibili utilizzati al campo base.

Il fenomeno assume però rilevanza perché si somma a una situazione climatica già critica. Secondo i dati citati in relazione alla ricerca, i tassi di perdita del ghiaccio sui ghiacciai dell’Everest sono quasi raddoppiati dal 2009.

In questo contesto, anche sorgenti di calore apparentemente trascurabili possono contribuire allo scioglimento quando vengono moltiplicate per migliaia di persone e concentrate nello stesso luogo per diverse settimane.

Le stime potrebbero non comprendere tutto l’impatto umano

C’è inoltre un altro elemento importante.

Il calcolo effettuato dai ricercatori non comprende tutte le possibili fonti di calore collegate alla presenza umana.

Nelle stime non sono stati inclusi, ad esempio, il calore corporeo prodotto direttamente da migliaia di persone, le operazioni degli elicotteri, il passaggio dei trekker e l’attività degli yak utilizzati per il trasporto dei materiali.

Questo significa che l’impronta termica complessiva delle attività umane intorno al campo base potrebbe essere superiore rispetto a quella calcolata prendendo in considerazione soltanto combustibili e urina.

La ricerca non mette quindi sullo stesso piano turismo e cambiamento climatico, ma evidenzia un problema di sostenibilità locale: concentrare una grande quantità di attività che generano calore direttamente sopra un ghiacciaio in rapido cambiamento può aumentare ulteriormente la pressione sull’ambiente.

Lo scioglimento del Khumbu è anche un problema di sicurezza

La riduzione del ghiacciaio Khumbu non rappresenta esclusivamente una questione ambientale.

Il progressivo aumento delle temperature e l’assottigliamento del ghiaccio possono modificare la stabilità della superficie e contribuire alla creazione di condizioni più pericolose per chi frequenta la montagna.

Il cambiamento dei ghiacciai può aumentare il rischio collegato a crolli di ghiaccio, valanghe e instabilità lungo i percorsi utilizzati dagli alpinisti.

Lo scioglimento può inoltre favorire la formazione o l’espansione di laghi glaciali. In determinate circostanze, la rottura improvvisa delle strutture naturali che contengono queste masse d’acqua può generare violente inondazioni glaciali, con potenziali conseguenze anche per le comunità situate più a valle.

Il problema interessa dunque non soltanto gli alpinisti, ma anche l’approvvigionamento idrico, l’irrigazione, la produzione idroelettrica e gli ecosistemi della regione.

A questo si aggiunge la questione dell’inquinamento: disperdere migliaia di litri di urina nell’ambiente ogni giorno non produce soltanto un apporto di calore, ma rappresenta anche un problema per la gestione dei rifiuti e per la qualità dell’ambiente glaciale.

Il campo base dell’Everest potrebbe essere spostato

Proprio per ridurre i rischi e l’impatto delle attività umane, i ricercatori hanno preso in considerazione anche una possibile soluzione strutturale: spostare il campo base nepalese fuori dal ghiacciaio Khumbu.

Lo studio ha individuato due possibili aree situate a sud-ovest dell’attuale campo base.

A differenza della posizione attuale, che si trova su una superficie glaciale in movimento, questi siti sorgerebbero su terreno stabile.

Trasferire il campo base potrebbe diminuire il contatto diretto tra le infrastrutture turistiche e il ghiacciaio, oltre a offrire potenzialmente condizioni più sicure dal punto di vista logistico.

Khim Lal Gautam, principale autore della ricerca e studioso che ha osservato direttamente per anni le trasformazioni dell’area, ha spiegato:

“Nel complesso, queste osservazioni forniscono prove a lungo termine che supportano ciò che ho constatato per molti anni sul campo”

E ha aggiunto:

“Il ghiacciaio Khumbu al campo base dell’Everest si sta assottigliando e la protezione del sito dovrà coinvolgere la collaborazione di soggetti di diversi settori, a livello locale e internazionale”

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Perché le 154 tonnellate di ghiaccio sono un dato importante

Il risultato relativo all’urina degli alpinisti è diventato l’aspetto più curioso e immediato dello studio, ma il significato della ricerca è più ampio.

Le 154 tonnellate di ghiaccio e neve rappresentano la quantità che, secondo il modello energetico utilizzato dagli studiosi, potrebbe essere fusa dal calore trasferito dall’urina durante una stagione. Non rappresentano quindi la perdita complessiva del ghiacciaio Khumbu e non devono essere interpretate come un’alternativa al ruolo del cambiamento climatico.

Considerando anche i combustibili utilizzati per far funzionare il campo base, il potenziale energetico complessivo delle attività analizzate arriva invece a 2.492 ± 528 tonnellate di ghiaccio e neve.

È proprio questa differenza a mettere in prospettiva il dato: l’urina rappresenta un contributo limitato rispetto alle altre fonti di calore locale, mentre il riscaldamento globale rimane il problema dominante su scala regionale e planetaria.

Il caso dell’Everest mostra però con particolare chiarezza come il turismo di massa possa lasciare un’impronta anche negli ambienti apparentemente più estremi e remoti del pianeta.

Riscaldare una tenda, cucinare un pasto, produrre elettricità o semplicemente smaltire l’urina sono attività individualmente insignificanti rispetto alle enormi dimensioni di un ghiacciaio. Quando vengono però ripetute ogni giorno da migliaia di persone concentrate nello stesso luogo e per settimane, il loro effetto può diventare misurabile.

Ed è questo uno dei principali messaggi dello studio: proteggere il ghiacciaio Khumbu richiederà non soltanto interventi contro il cambiamento climatico, ma anche una gestione più sostenibile del turismo, dei combustibili, dei rifiuti e delle infrastrutture del campo base dell’Everest.