Una raccolta di negativi storici dell’Alpine Club torna alla luce dopo decenni. Nelle fotografie compaiono ghiacciai, guide alpine, Cervino e Monte Bianco agli inizi del Novecento. Dal 7 settembre le immagini saranno esposte al pubblico.
Un uomo è fermo sul bordo di una crepaccia.
Davanti a lui c’è un vuoto largo diversi metri. Dall’altra parte, il ghiaccio.
La fotografia successiva sembra quasi congelare un istante impossibile: l’alpinista attraversa la spaccatura con un salto, mentre intorno si estende il paesaggio glaciale del massiccio del Monte Bianco.
Non è una fotografia moderna.
Lo scatto risale all’agosto del 1911.
Più di un secolo dopo, questa immagine e numerose altre fotografie delle prime grandi stagioni dell’alpinismo europeo stanno tornando alla luce grazie a un lavoro di recupero negli archivi dell’Alpine Club di Londra , una delle istituzioni storiche più importanti della montagna.
Dal 7 settembre al 30 ottobre 2026 una selezione sarà esposta nella mostra Long Exposure: Men & Mountains From The Dawn of Alpinism.
La fotografia del salto sul ghiacciaio
Tra le immagini più sorprendenti della raccolta c’è proprio quella realizzata dall’alpinista e fotografo George Finch.
Lo scatto documenta Guy Finch durante una discesa dal Mont Maudit, nel gruppo del Monte Bianco.
La crepaccia che l’alpinista sta superando sarebbe stata larga circa 15 piedi, vale a dire oltre quattro metri.
Oggi un’immagine simile potrebbe essere realizzata con una macchina digitale, un telefono o una videocamera sportiva.
Nel 1911 significava invece portare in alta montagna un’attrezzatura fotografica pesante e poco maneggevole, insieme a corde, piccozze e materiali che avevano ben poco in comune con quelli utilizzati dagli alpinisti contemporanei.
È questo uno degli elementi che rende il materiale particolarmente interessante: non si osservano soltanto le montagne di allora, ma anche il modo in cui venivano affrontate.
Corde di canapa, piccozze e abiti pesanti
Nelle fotografie gli alpinisti appaiono spesso con pantaloni pesanti, giacche, cappelli e grandi zaini.
Le corde sono lontane anni luce dai moderni materiali sintetici.
Le piccozze sono lunghe e semplici.
Eppure le scene raccontano uomini impegnati su creste, ghiacciai e pareti che ancora oggi richiedono esperienza e attenzione.
La distanza temporale scompare improvvisamente.
Guardando alcune immagini è difficile pensare che siano state scattate oltre cento anni fa.
Ed è proprio questo contrasto tra tecniche antiche e gesti sorprendentemente moderni ad aver convinto l’Alpine Club a riportare quelle fotografie davanti al pubblico.
Nelle immagini anche Cervino e Mer de Glace
La raccolta non documenta soltanto imprese alpinistiche.
Molti scatti hanno come protagonista il paesaggio.
Tra le fotografie attribuite a Sydney Spencer compaiono il Cervino visto dal Riffelsee e la Mer de Glace, il grande ghiacciaio sopra Chamonix.
Oggi queste immagini hanno acquisito un valore che gli autori difficilmente potevano prevedere.
Permettono infatti di confrontare direttamente l’aspetto delle montagne e soprattutto dei ghiacciai di allora con quello attuale.
Il Cervino conserva naturalmente la propria sagoma inconfondibile.
La Mer de Glace, invece, appare in condizioni molto diverse rispetto alla lingua glaciale odierna.
Una fotografia nata per documentare un viaggio o una salita diventa così, più di un secolo dopo, anche un documento ambientale.
Un secolo di cambiamenti visibili nella stessa fotografia
Questa è probabilmente una delle letture più interessanti del materiale.
Quando gli alpinisti dell’epoca fotografavano una distesa di ghiaccio non stavano pensando al confronto con il XXI secolo.
Stavano semplicemente documentando la montagna davanti ai loro occhi.
Oggi, invece, la posizione del ghiaccio nelle vecchie immagini permette di osservare con immediatezza quanto alcuni ambienti alpini siano cambiati.
Non servono grafici o serie statistiche.
Basta mettere una fotografia storica accanto a una moderna.
Dove un tempo il ghiacciaio occupava gran parte della valle, oggi possono comparire rocce, morene e versanti precedentemente nascosti dal ghiaccio.
I volti delle prime guide alpine
Tra il materiale recuperato ci sono anche immagini di uomini che hanno contribuito alla nascita dell’alpinismo moderno.
Compaiono alcune delle prime generazioni di guide professioniste delle Alpi, tra cui figure svizzere come Ulrich Lauener e Ulrich Almer.
Nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, la storia dell’alpinismo europeo nasceva spesso dall’incontro tra viaggiatori britannici e guide provenienti dalle vallate alpine.
I primi portavano interesse scientifico, disponibilità economica e desiderio di esplorazione.
Le seconde conoscevano montagne, ghiacciai e condizioni locali.
Le fotografie permettono oggi di dare un volto ad alcuni di quegli uomini che nelle normali cronache delle grandi ascensioni rischiano spesso di rimanere soltanto un nome.
Frank Smythe e le montagne oltre le Alpi
Una parte dell’archivio porta anche il nome di Frank Smythe, uno degli alpinisti britannici più importanti della prima metà del Novecento.
La sua attività andò ben oltre le Alpi.
Partecipò a spedizioni himalayane e lasciò numerose fotografie delle montagne attraversate durante la propria carriera.
Tra il materiale recuperato ci sono immagini che documentano sia le Alpi svizzere sia esperienze in alta quota molto più lontane.
Questo amplia ulteriormente il valore della raccolta.
Non siamo davanti soltanto a un album dedicato a una singola montagna o spedizione, ma a una parte della memoria visiva dell’alpinismo britannico tra due secoli.
Come sono riapparse le fotografie
Soltanto a questo punto entra in scena il ritrovamento.
Le fotografie non erano esposte in una sala prestigiosa o custodite in un museo accessibile al pubblico.
I negativi sono stati individuati nei depositi della sede londinese dell’Alpine Club durante un lavoro sugli archivi.
Tra il materiale conservato nel tempo c’erano lastre in vetro e negativi in celluloide, insieme a numerosi oggetti legati alla storia delle spedizioni e dell’alpinismo.
Il recupero ha permesso di identificare progressivamente fotografi, località e protagonisti degli scatti.
Alcune immagini erano già note agli specialisti.
Altre, invece, hanno potuto essere osservate nuovamente soltanto grazie al lavoro di digitalizzazione.
Negativi fragili dopo decenni di conservazione
Un archivio fotografico di questo tipo presenta anche un problema molto concreto.
I supporti possono deteriorarsi.
Le lastre in vetro sono fragili, mentre alcuni tipi di pellicola e celluloide possono subire alterazioni chimiche con il passare degli anni.
Per questo non è stato sufficiente aprire le scatole e stampare le fotografie.
È stato necessario intervenire sui negativi, digitalizzarli e recuperare il maggior numero possibile di dettagli.
Per il progetto l’Alpine Club ha collaborato anche con specialisti della stampa fotografica.
Una selezione delle immagini è stata riprodotta con il procedimento al platino-palladio, una tecnica particolarmente apprezzata per la stabilità e per l’ampia gamma di tonalità che riesce a restituire.
Dal 7 settembre la mostra a Londra
Il risultato sarà visibile nella sede dell’Alpine Club, a Charlotte Road, nel quartiere londinese di Shoreditch.
La mostra Long Exposure: Men & Mountains From The Dawn of Alpinism aprirà il 7 settembre 2026 e proseguirà fino al 30 ottobre.
L’esposizione riunisce una selezione delle fotografie recuperate e ricostruisce attraverso le immagini un periodo in cui molte delle grandi montagne alpine stavano diventando il terreno di un’attività nuova: l’alpinismo sportivo e di esplorazione.
Dal mese di ottobre è previsto inoltre un approfondimento sulle singole raccolte fotografiche e sugli autori.
L’Alpine Club conserva quasi 170 anni di storia
Il luogo in cui le immagini sono state ritrovate non è casuale.
L’Alpine Club fu fondato a Londra nel 1857 ed è considerato il più antico club alpinistico del mondo.
Nel corso della sua storia ha raccolto libri, diari di spedizione, fotografie, dipinti, mappe, attrezzature e documenti legati alle montagne di tutto il pianeta.
Molti dei grandi protagonisti dell’alpinismo britannico sono passati dalle sue stanze.
Il ritrovamento dei negativi dimostra però che, anche all’interno di archivi studiati per decenni, possono esistere ancora materiali capaci di raccontare una storia nuova.
Le montagne sono le stesse, il paesaggio no
La cosa forse più affascinante è osservare cosa sia rimasto uguale.
Le sagome delle grandi montagne sono immediatamente riconoscibili.
Il Cervino domina ancora il panorama con lo stesso profilo.
Le guglie del massiccio del Monte Bianco sembrano quasi identiche.
Ma sotto quelle cime qualcosa è cambiato.
I ghiacciai occupano superfici differenti.
Le morene sono diventate più evidenti.
Zone che nelle fotografie storiche erano sommerse dal ghiaccio oggi possono essere completamente scoperte.
Per questo la raccolta non parla soltanto di uomini che scalavano montagne con corde di canapa e piccozze di legno.
Parla anche di come quelle montagne apparivano agli occhi di chi le attraversava cento anni fa.
Una fotografia nata per ricordare una salita diventa un documento storico
È questo il destino curioso di molte fotografie.
Al momento dello scatto sembrano raccontare soltanto il presente.
Poi passano cinquanta, cento o centocinquanta anni.
E quello che sembrava uno sfondo diventa improvvisamente importante quanto il soggetto.
Il ghiacciaio dietro l’alpinista.
La quantità di neve.
La posizione di una crepaccia.
La forma di una morena.
Nel 1911 George Finch voleva probabilmente documentare un momento spettacolare durante una giornata in montagna.
Nel 2026 quella stessa fotografia permette di osservare un uomo, una tecnica alpinistica e un ghiacciaio appartenenti a un altro tempo.
Più di un secolo separa lo scatto dal pubblico che ora tornerà a guardarlo.
La montagna è ancora lì.
La fotografia, quasi per miracolo, anche.


















