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Cane stremato sul Viel dal Pan, intervengono i vigili del fuoco di Canazei: «Non lasciamo indietro nessuno»

Foto credit: vigili del fuoco Canazei.

Un’escursione in montagna si è trasformata in un intervento di soccorso decisamente insolito per i vigili del fuoco volontari di Canazei. Nella giornata di martedì 1° settembre, una squadra del Corpo locale è stata chiamata a intervenire lungo il sentiero del Viel dal Pan per recuperare un cane ormai stremato, che non era più in grado di continuare il percorso con le proprie forze.

L’animale aveva affrontato la salita insieme al proprietario, ma durante l’escursione le energie sono venute meno. A un certo punto il cane si è fermato, sfinito e impossibilitato a proseguire. Di fronte alla situazione, il proprietario ha deciso di chiedere aiuto contattando il 112 Nue.

La richiesta di soccorso è stata raccolta dai vigili del fuoco volontari di Canazei, che hanno raggiunto il punto in cui si trovavano il cane e il suo accompagnatore e hanno organizzato il recupero dell’animale.

Cane stremato sul Viel dal Pan: il recupero con la portantina

Una volta arrivati sul posto, i vigili del fuoco hanno constatato che il cane non aveva più le energie necessarie per affrontare autonomamente il resto del percorso.

Per consentirgli di rientrare in sicurezza, i soccorritori lo hanno quindi sistemato su una portantina, o barella, e lo hanno trasportato a valle.

A raccontare quanto accaduto sono stati gli stessi vigili del fuoco di Canazei attraverso un post pubblicato sulla propria pagina Facebook.

«Oggi i nostri ragazzi sono intervenuti sul sentiero del Viel dal Pan per recuperare un cane che, ormai stremato, non era più in grado di proseguire con le proprie forze», spiegano i vigili del fuoco nel post.

L’intervento ha così permesso di riportare l’animale alla base senza costringerlo a continuare una camminata che, viste le sue condizioni di stanchezza, era diventata troppo impegnativa.

Il soccorso lungo uno dei sentieri più conosciuti di Canazei

Il Viel dal Pan è uno dei percorsi escursionistici più conosciuti della zona di Canazei, caratterizzato da un tracciato panoramico affacciato sulle Dolomiti.

Un ambiente particolarmente apprezzato dagli escursionisti, dove non è raro incontrare anche persone accompagnate dai propri animali a quattro zampe. Può tuttavia accadere che, durante un percorso in quota, anche un cane possa trovarsi in difficoltà e non avere più le energie necessarie per procedere.

È proprio quello che è successo in questo caso: dopo avere affrontato parte dell’escursione, l’animale si è fermato e il proprietario si è trovato nell’impossibilità di riportarlo indietro senza un aiuto esterno.

Da qui la decisione di rivolgersi al numero unico di emergenza 112 Nue e il successivo intervento della squadra dei vigili del fuoco volontari di Canazei.

La riflessione dei vigili del fuoco: intervenire oppure no?

Il recupero ha inevitabilmente aperto anche una riflessione sull’opportunità di mobilitare i soccorritori in una situazione nella quale a essere in difficoltà non era una persona, ma un animale.

Sono stati gli stessi vigili del fuoco a sollevare la questione, senza tuttavia voler entrare nel merito delle eventuali responsabilità o della scelta di affrontare un percorso di montagna insieme a un cane.

“È giusto o non è giusto intervenire in situazioni come questa? Non sta a noi dirlo”, commentano tornando al caso in questione i vigili del fuoco volontari di Canazei.

Una domanda che potrebbe prestarsi a discussioni e polemiche, soprattutto sui social e sul web, ma alla quale i volontari hanno scelto di rispondere richiamando direttamente il significato del loro lavoro e della loro disponibilità nei confronti di chi si trova in difficoltà.

«Anche quando quel “qualcuno” ha quattro zampe»

La posizione dei vigili del fuoco di Canazei è stata affidata a poche parole, che spiegano lo spirito con cui la squadra ha affrontato anche questo particolare intervento.

“Noi, però, siamo abituati a non dire mai di no quando qualcuno ha bisogno di aiuto, anche quando quel ‘qualcuno’ ha quattro zampe. Così, anche oggi, abbiamo fatto il nostro dovere”.

Nessuna distinzione, dunque, davanti alla necessità di prestare assistenza. Ricevuta la chiamata, i volontari sono saliti lungo il sentiero, hanno raggiunto il cane stremato e lo hanno trasportato in sicurezza utilizzando la portantina.

Un intervento certamente diverso rispetto alle emergenze che normalmente possono impegnare i soccorritori in montagna, ma affrontato con lo stesso principio: aiutare chi, in quel momento, non è più nelle condizioni di proseguire autonomamente.

Il ringraziamento del proprietario ai vigili del fuoco di Canazei

Concluso il recupero e raggiunta la base, il proprietario del cane ha potuto tirare un sospiro di sollievo.

L’uomo ha quindi ringraziato i vigili del fuoco di Canazei per l’intervento e per l’aiuto ricevuto in un momento di difficoltà del suo amato amico a quattro zampe.

Il cane, ormai privo delle energie necessarie per continuare l’escursione, è stato così riportato a valle senza dover affrontare ulteriormente il percorso.

La vicenda si è conclusa quindi positivamente grazie alla richiesta di aiuto al 112 Nue e all’intervento dei volontari del Corpo di Canazei, che hanno raggiunto il Viel dal Pan e portato a termine il recupero.

Un soccorso insolito, ma perfettamente sintetizzato dalle parole degli stessi vigili del fuoco: “Noi siamo abituati a non dire mai di no quando qualcuno ha bisogno di aiuto, anche quando quel “qualcuno” ha quattro zampe”.

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Austria, guida alpina aggredisce un alpinista sul Großglockner – VIDEO

Un acceso scontro tra una guida alpina austriaca e un alpinista polacco sul Großglockner, la montagna più alta dell’Austria, è diventato un caso dopo la diffusione sui social network di un video che mostra la tensione esplosa ad alta quota.

L’episodio è avvenuto il 22 agosto 2026 sul Mürztalersteig, durante la salita verso la Erzherzog-Johann-Hütte, in un tratto particolarmente stretto ed esposto, a circa 3.000 metri di quota.

Quella che inizialmente sembrava una discussione legata a un sorpasso tra alpinisti è rapidamente degenerata prima sul piano verbale e successivamente in un confronto fisico.

La polizia di Matrei in Osttirol ha avviato accertamenti per il sospetto di messa in pericolo dell’incolumità fisica, mentre il Kalser Berg- und Schiführerverein ha deciso di non affidare più incarichi alla guida coinvolta.

Successivamente il professionista ha inoltre deciso di restituire volontariamente la propria licenza di guida alpina.

Cosa è successo sul Großglockner

Secondo quanto emerge dalle immagini diffuse sui social e dal racconto dell’alpinista polacco, l’uomo si trovava sul Mürztalersteig insieme alla moglie.

Nello stesso tratto stava salendo anche una guida alpina proveniente dalla Stiria, accompagnata da due clienti.

Secondo la ricostruzione dell’alpinista, l’uomo si sarebbe fermato intenzionalmente in un passaggio stretto per lasciare maggiore distanza alla compagna che si trovava poco più avanti.

Proprio in quel momento la guida avrebbe deciso di superare la coppia.

I sorpassi tra cordate e alpinisti più o meno veloci sono una pratica normale sulle vie alpine frequentate. In presenza di passaggi stretti ed esposti, tuttavia, è fondamentale coordinarsi con le altre persone presenti e scegliere un punto adeguato per effettuare la manovra senza aumentare i rischi.

Nel video si vede la guida passare tra i due componenti della coppia.

L’alpinista polacco gli chiede di aspettare, facendo riferimento anche alla posizione della moglie che si trova poco sotto o poco più avanti nel passaggio.

La risposta della guida è immediata e aggressiva:

“Sono una guida alpina, chiudi il becco!”

Poco dopo, mentre la discussione continua, la guida pronuncia anche una minaccia:

“Salgo e te ne do una!”

A quel punto anche l’alpinista polacco risponde verbalmente e la tensione aumenta rapidamente.

La guida torna indietro e il confronto diventa fisico

La situazione diventa ancora più grave pochi istanti dopo.

La guida, che nel frattempo aveva già superato l’alpinista e la sua compagna, decide infatti di tornare indietro lungo il tratto esposto e raggiunge nuovamente l’uomo.

Il confronto avviene su una porzione particolarmente stretta della montagna, a circa 3.000 metri di quota.

Nel video la guida si avvicina all’alpinista e arriva al contatto fisico. Nelle prime ricostruzioni della stampa austriaca si è parlato anche di un gesto molto vicino alla gola dell’uomo.

La moglie del polacco tenta nel frattempo di calmare i due e di evitare un’ulteriore escalation.

Dopo alcuni secondi la guida decide di proseguire.

Il polacco, ancora incredulo per quanto accaduto, gli grida:

“È davvero incredibile.”

Le immagini diffuse sui social documentano una parte dell’episodio, ma non necessariamente ogni momento precedente allo scontro. Per questo il contesto complessivo e le eventuali responsabilità restano oggetto degli accertamenti delle autorità.

Perché il sorpasso sul Mürztalersteig ha provocato la discussione

Uno degli aspetti centrali della vicenda riguarda proprio la gestione del sorpasso.

Il Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer, l’associazione austriaca delle guide alpine e sciistiche, ha ricordato che:

“Che una cordata più veloce superi altri alpinisti è una pratica normale.”

Il problema, quindi, non sarebbe il sorpasso in sé.

In ambiente alpino, e soprattutto nei punti più stretti ed esposti, è però necessario coordinarsi con gli altri alpinisti, aspettare un punto adatto e mantenere un comportamento che non aumenti il livello di rischio.

Per questo l’associazione nazionale delle guide ha preso chiaramente le distanze dalle modalità visibili nel video:

“Prendiamo chiaramente le distanze da un comportamento della guida alpina come quello mostrato nel video e dal modo in cui la guida comunica in questa situazione.”

L’alpinista polacco: “Rispetto e sicurezza devono venire prima di tutto”

Dopo l’episodio, l’alpinista coinvolto ha criticato duramente il comportamento della guida attraverso Instagram.

L’uomo non ha contestato il principio secondo cui una cordata più veloce possa superare una più lenta.

Ha però spiegato che da una guida alpina professionista si aspetterebbe:

“Cortesia di base, buon senso e soprattutto responsabilità per la sicurezza di tutte le persone che si trovano nelle vicinanze.”

Secondo l’alpinista, una guida alpina dovrebbe rappresentare un punto di riferimento non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche sotto il profilo del comportamento e della capacità di gestire situazioni di tensione.

Nel suo messaggio ha aggiunto:

“Le montagne sono di tutti, indipendentemente dall’esperienza, dalle capacità o dal passo. Il rispetto reciproco e l’attenzione verso gli altri dovrebbero sempre venire al primo posto.”

L’uomo sostiene inoltre che l’escalation avvenuta su un tratto tanto esposto avrebbe creato una situazione di pericolo non soltanto per lui e per sua moglie, ma anche per i due clienti accompagnati dalla guida.

Si tratta tuttavia della valutazione dell’alpinista coinvolto. Stabilire se vi sia stata effettivamente una concreta situazione di pericolo e quali responsabilità possano eventualmente essere attribuite alla guida spetterà alle autorità competenti.

Il Kalser Berg- und Schiführerverein interrompe la collaborazione

L’accaduto ha avuto conseguenze immediate anche sul piano professionale.

La guida coinvolta non era membro del Kalser Berg- und Schiführerverein, come precisato espressamente dall’associazione.

La sua prestazione era però stata organizzata attraverso il Kalser Bergführerbüro, che aveva quindi intermediato l’incarico.

Il presidente dell’associazione, Michael Amraser, ha espresso una valutazione molto dura:

“Il comportamento è stato catastrofico e assolutamente inaccettabile.”

Amraser ha inoltre annunciato:

“Non affideremo più alcun incarico a questa guida alpina.”

Il Kalser Berg- und Schiführerverein ha quindi deciso di escludere il professionista da qualsiasi futura intermediazione.

Pur trattandosi di una guida esterna all’associazione, il club ha spiegato di volersi assumere la responsabilità legata al fatto che la prestazione fosse stata organizzata attraverso il proprio ufficio.

L’associazione ha anche presentato le proprie scuse alle persone coinvolte.

Secondo le prime informazioni diffuse dalla stampa austriaca, il club avrebbe contattato l’alpinista polacco attraverso i social network per scusarsi, senza ricevere inizialmente risposta.

La guida alpina non ha voluto commentare l’accaduto

In una prima fase i media austriaci hanno cercato di contattare direttamente la guida coinvolta attraverso l’ufficio delle guide di Kals.

Secondo quanto riferito dai professionisti locali, l’uomo non avrebbe però voluto rilasciare dichiarazioni pubbliche sull’accaduto.

Le prime ricostruzioni si sono quindi basate soprattutto sulle immagini del video, sulla versione fornita dall’alpinista polacco e sulle dichiarazioni delle organizzazioni professionali intervenute sul caso.

Anche per questo motivo è necessario distinguere ciò che è chiaramente visibile nel filmato dalle circostanze complessive che devono ancora essere accertate.

Il Verband delle guide alpine austriache: “Comportamento insostenibile”

Molto dura anche la posizione del Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer.

Il presidente Walter Zörer ha descritto quanto mostrato nelle immagini come:

“Insostenibile sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista alpinistico.”

Zörer ha aggiunto:

“In ogni caso prendiamo le distanze da questo comportamento.”

Il caso è stato quindi trasmesso all’organizzazione regionale competente della Stiria, chiamata a valutare quanto accaduto e le eventuali conseguenze sul piano disciplinare.

L’associazione nazionale ha tuttavia sottolineato anche un altro aspetto importante: il comportamento di un singolo professionista non deve essere automaticamente esteso all’intera categoria delle guide alpine.

La maggior parte delle guide svolge infatti un lavoro caratterizzato da elevati livelli di responsabilità, capacità tecnica, gestione del rischio e tutela della sicurezza dei propri clienti.

La guida restituisce volontariamente la licenza

Il caso ha avuto un ulteriore sviluppo il 31 agosto 2026.

Dopo che la commissione disciplinare del Bergsportführerverband della Stiria aveva esaminato la vicenda, la guida ha deciso volontariamente di restituire la propria licenza professionale.

Secondo quanto comunicato dall’organizzazione regionale, l’uomo avrebbe successivamente manifestato rammarico per il modo in cui aveva reagito durante l’episodio.

Il Verband della Stiria ha confermato che la guida non risulta più membro dell’organizzazione e che non dovrebbe più esercitare l’attività professionale di guida alpina.

La restituzione della licenza doveva comunque essere formalizzata dall’autorità competente del Land Steiermark, il Land della Stiria.

La presenza di una guida stiriana sul Großglockner è legata anche all’elevato numero di richieste che interessano la zona durante la stagione estiva.

Le guide locali di Kals non riescono infatti sempre a coprire tutte le richieste e possono quindi essere coinvolti professionisti provenienti da altri Länder austriaci.

La polizia indaga sull’aggressione sul Großglockner

Le conseguenze della vicenda non riguardano soltanto l’ambito professionale.

La Polizeiinspektion Matrei in Osttirol ha infatti avviato un’indagine dopo aver ricevuto una segnalazione.

Il vicecomandante Anton Raffler ha spiegato:

“Oggi alle 8:20 abbiamo ricevuto una denuncia, o comunque una richiesta di verificare il caso.”

Secondo le informazioni diffuse inizialmente, la segnalazione sarebbe stata presentata da una persona che aveva visto il video, e non direttamente dall’alpinista polacco.

Raffler ha inoltre confermato:

“Sono in corso indagini per messa in pericolo dell’incolumità fisica.”

La polizia si è consultata con la Procura di Innsbruck e ha avviato gli accertamenti necessari a ricostruire la dinamica dell’episodio.

Una volta concluse le verifiche, gli investigatori dovrebbero trasmettere un rapporto alla Procura, che dovrà valutare gli eventuali successivi provvedimenti.

L’apertura delle indagini non equivale naturalmente all’accertamento di una responsabilità penale.

La guida rischia fino a tre mesi di carcere

Gli accertamenti riguardano il sospetto di messa in pericolo dell’incolumità fisica.

Secondo quanto riportato dai media austriaci, per l’ipotesi di reato presa in considerazione dalle autorità la pena potrebbe arrivare fino a tre mesi di reclusione.

Questo non significa che la guida sia già stata dichiarata colpevole né che una pena sia stata stabilita.

Le indagini servono proprio a chiarire il contesto, la dinamica dei fatti e l’eventuale rilevanza penale della condotta.

La distinzione è fondamentale, soprattutto considerando che il procedimento risulta ancora nella fase degli accertamenti.

Accusate sui social anche guide estranee al caso

La grande diffusione del video ha provocato anche conseguenze indesiderate.

Sui social network sarebbero state indicate o accusate alcune guide alpine che in realtà non avrebbero avuto nulla a che fare con l’episodio.

Il Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer è intervenuto per chiarire che due professionisti indicati online come possibili protagonisti della vicenda erano completamente estranei ai fatti.

L’organizzazione ha definito ingiustificate le accuse rivolte contro di loro.

Il caso dimostra anche i rischi connessi alla diffusione virale di filmati sui social: la velocità con cui le immagini vengono condivise può infatti portare a identificazioni errate e accuse nei confronti di persone non coinvolte.

Danno d’immagine per le guide alpine austriache

L’enorme diffusione del video ha trasformato un episodio avvenuto su un passaggio del Großglockner in un caso discusso ben oltre il mondo dell’alpinismo austriaco.

Per la categoria delle guide alpine il possibile danno reputazionale è evidente.

Una guida alpina professionista rappresenta infatti una figura alla quale viene affidata la gestione della sicurezza in ambienti difficili.

Deve valutare i pericoli, scegliere il percorso più appropriato, adattare le decisioni alle capacità dei clienti e mantenere lucidità anche in presenza di condizioni particolarmente complesse.

Un comportamento aggressivo durante un confronto con altri alpinisti, soprattutto in un tratto esposto, appare quindi in netto contrasto con queste responsabilità.

Il Verband austriaco ha sottolineato proprio questo aspetto, evidenziando come episodi del genere possano danneggiare anche l’immagine delle numerose guide che lavorano quotidianamente in modo professionale e responsabile.

È quindi necessario evitare generalizzazioni: il comportamento di una singola persona non può essere considerato rappresentativo dell’intera categoria.

Quali responsabilità ha una guida alpina in Austria

Le guide alpine e sciistiche abilitate in Austria seguono una formazione professionale specifica per accompagnare i clienti anche sui terreni alpini più impegnativi.

La formazione statale viene organizzata dal Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer in collaborazione con la Bundessportakademie Innsbruck.

La qualificazione professionale è inoltre riconosciuta secondo gli standard internazionali IVBV/UIAGM/IFMGA.

Il compito di una guida non consiste soltanto nel conoscere tecniche di arrampicata o alpinismo.

Il professionista deve valutare i pericoli presenti sul terreno, scegliere la via più adeguata, prendere decisioni sulle misure di sicurezza e adattare l’attività alle capacità delle persone accompagnate.

Essere una guida alpina non significa tuttavia avere automaticamente la precedenza rispetto agli altri alpinisti presenti sulla montagna.

Sorpassi, incroci e passaggi su tratti esposti richiedono sempre comunicazione, coordinamento e rispetto reciproco.

Proprio dopo il caso del Großglockner, il Bergsportführerverband della Stiria ha sottolineato l’importanza di ribadire durante la formazione delle guide la responsabilità legata al ruolo di leadership e di esempio.

La preparazione di una guida professionista, infatti, non riguarda soltanto la tecnica, ma anche la capacità di gestire correttamente le persone e le situazioni di conflitto.

Dove è avvenuto l’episodio: Mürztalersteig ed Erzherzog-Johann-Hütte

L’episodio è avvenuto lungo il Mürztalersteig, durante la salita verso la Erzherzog-Johann-Hütte, conosciuta anche come Adlersruhe.

Il rifugio si trova sul Großglockner e rappresenta uno dei principali punti di riferimento per gli alpinisti impegnati nella salita verso la vetta.

La Erzherzog-Johann-Hütte si trova a 3.454 metri di quota, mentre il Großglockner raggiunge i 3.798 metri, risultando la montagna più alta dell’Austria.

L’ambiente è quindi quello tipico dell’alta montagna, con tratti esposti, passaggi stretti e condizioni nelle quali anche una semplice manovra di sorpasso deve essere gestita con particolare attenzione.

Durante la stagione estiva l’elevata frequentazione del Großglockner può inoltre determinare una presenza significativa di cordate e gruppi lungo gli itinerari più conosciuti.

Proprio per questo coordinamento e rispetto reciproco diventano elementi fondamentali per ridurre i rischi.

VIDEO: le immagini dello scontro sul Großglockner

Il filmato dell’episodio è stato pubblicato su Instagram dall’alpinista coinvolto e ha rapidamente ottenuto un’enorme diffusione sui social network.

Nelle immagini si vedono alcune fasi del sorpasso, il successivo confronto verbale, la moglie dell’alpinista che cerca di riportare la calma e il momento in cui la guida torna verso il polacco fino al contatto fisico.

Il video rappresenta uno degli elementi principali utilizzati per ricostruire la vicenda.

Le autorità dovranno tuttavia verificare anche ciò che è avvenuto prima e dopo le immagini diffuse online per ricostruire completamente l’accaduto e stabilire eventuali responsabilità.

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Snow room, il nuovo lusso dei miliardari: stanze di neve contro le temperature estreme

Le ondate di calore sempre più intense che colpiscono l’Europa e numerose altre aree del Pianeta stanno modificando il modo di viaggiare, scegliere le destinazioni per le vacanze e persino progettare le abitazioni. Se per la maggior parte delle persone proteggersi dalle temperature estreme significa cercare l’ombra, accendere l’aria condizionata oppure spostarsi verso il mare o la montagna, per miliardari e super ricchi sta emergendo una soluzione decisamente più radicale: creare un inverno privato direttamente dentro casa.

È il fenomeno delle “snow room” (in italiano stanza della neve), ambienti refrigerati nei quali la temperatura può scendere fino a circa -10 °C e dove viene prodotta neve vera anche in piena estate.

Non si tratta semplicemente di stanze con un potente impianto di climatizzazione. Una snow room è progettata per ricreare artificialmente un vero ambiente invernale, combinando basse temperature, aria fredda e neve fresca prodotta all’interno della cabina.

La tecnologia, nata soprattutto per spa, hotel e centri wellness, sta attirando interesse anche nelle residenze private di fascia altissima, diventando contemporaneamente rifugio dal caldo, componente delle spa domestiche e nuovo status symbol dei super ricchi.

Cos’è una snow room

Una snow room è una stanza refrigerata contenente neve reale, progettata per mantenere temperature sottozero indipendentemente dalle condizioni climatiche esterne.

TechnoAlpin Indoor, divisione specializzata del produttore italiano di sistemi per l’innevamento TechnoAlpin, propone per esempio una SNOWROOM caratterizzata da freddo secco e neve fresca, con una temperatura nominale indicata di circa -10 °C.

Secondo le specifiche tecniche dell’azienda, quando la stanza viene utilizzata dai visitatori la temperatura si colloca normalmente tra -5 e -10 °C e può aumentare leggermente in funzione del numero di persone presenti.

La neve non contiene additivi artificiali: viene prodotta utilizzando soltanto acqua e aria.

Ogni notte può essere generato un nuovo strato di neve, in modo che la cabina sia pronta per essere utilizzata durante il giorno. Il risultato è un piccolo paesaggio invernale artificiale che può funzionare durante tutto l’anno, persino in luoghi caratterizzati da temperature esterne molto elevate.

Come funziona una snow room e come viene prodotta la neve

Il funzionamento è più complesso di quello di una normale cella frigorifera.

La tecnologia deve contemporaneamente raffreddare l’ambiente, mantenere sotto controllo temperatura e dispersioni termiche e produrre neve reale.

Nel sistema sviluppato da TechnoAlpin Indoor, la gestione è affidata all’unità tecnica EcoSnow 2.0. Un display touch da 7 pollici permette di controllarne le principali funzioni operative, mentre un sistema di programmazione gestisce automaticamente sia i periodi di innevamento sia quelli di sbrinamento.

È inoltre prevista la possibilità di effettuare interventi e modifiche alle impostazioni attraverso manutenzione da remoto.

La produzione della neve avviene attraverso un ugello brevettato. Il produttore dichiara che un litro d’acqua permette di generare un volume equivalente a circa cinque litri di neve.

L’innevamento viene normalmente programmato durante le ore notturne. Produrre neve mentre la stanza viene utilizzata è tecnicamente possibile, ma il produttore lo sconsiglia perché la fase di innevamento riduce la visibilità all’interno dell’ambiente.

Quanto è grande una snow room

Le stanze della neve non devono necessariamente avere dimensioni enormi.

Secondo le FAQ tecniche di TechnoAlpin, una SnowRoom può essere realizzata in varie dimensioni fino a raggiungere una superficie massima di circa 25 metri quadrati.

Come riferimento progettuale, viene considerato mediamente circa un metro quadrato per persona.

Questo significa che la tecnologia può essere adattata sia a una piccola spa privata sia a installazioni destinate a strutture ricettive e centri wellness con un numero maggiore di utenti.

Anche l’architettura può essere personalizzata. È possibile scegliere disposizione della porta, caratteristiche del soffitto, accessori e differenti configurazioni estetiche.

Una particolarità tecnica riguarda le pareti trasparenti: secondo il produttore, fino a tre pareti laterali possono essere realizzate in vetro, mentre almeno una deve ospitare lo scambiatore di calore.

Come si mantiene una stanza a -10 °C dentro una casa

Uno dei problemi principali è naturalmente l’isolamento.

Mantenere temperature comprese tra -5 e -10 °C mentre, magari a pochi metri di distanza, il resto dell’abitazione si trova a 25 o 30 °C richiede una struttura progettata per ridurre il più possibile le dispersioni termiche.

Nelle proprie specifiche TechnoAlpin indica l’impiego di vetri a tripla camera e pannelli isolanti in schiuma poliuretanica ad alte prestazioni.

La snow room deve quindi essere considerata un vero sistema tecnologico integrato e non semplicemente una stanza nella quale viene installato un condizionatore più potente.

Il pacchetto del produttore viene infatti fornito come soluzione chiavi in mano comprendente cabina, tecnologia, montaggio, installazione e messa in servizio.

Anche il locale tecnico non deve necessariamente trovarsi immediatamente accanto alla stanza: nella soluzione TechnoAlpin può essere collocato fino a 50 metri di distanza dalla SNOWROOM, aumentando la flessibilità progettuale nelle grandi residenze, negli hotel e nelle spa.

Quanto consuma una snow room

Un’altra questione inevitabile riguarda il consumo energetico.

Secondo le FAQ tecniche di TechnoAlpin, per il funzionamento della SnowRoom sono necessari circa 5 kW di potenza.

È importante non confondere questo dato con il consumo energetico giornaliero: i kW indicano infatti una potenza, mentre l’energia effettivamente consumata dipende dal tempo di funzionamento e dalle diverse fasi operative del sistema.

Il produttore paragona indicativamente il fabbisogno energetico della propria SnowRoom a quello di una sauna finlandese.

Sempre secondo TechnoAlpin, a seconda della tariffa dell’energia elettrica, il costo operativo indicativo viene stimato tra 20 e 25 euro al giorno, valore che l’azienda paragona al costo di funzionamento di una sauna per dieci persone. Si tratta naturalmente di una stima del produttore e il costo reale può variare sensibilmente in funzione del prezzo locale dell’elettricità, delle dimensioni dell’impianto, dell’utilizzo e dell’eventuale recupero del calore.

Quanta acqua serve per produrre la neve

Nonostante l’effetto scenografico, il quantitativo d’acqua dichiarato per la produzione della neve è relativamente contenuto.

TechnoAlpin indica un consumo durante la fase di innevamento di circa 10-15 litri d’acqua all’ora.

Su base settimanale, il fabbisogno indicativo di una SnowRoom è di circa 200 litri d’acqua.

L’ugello brevettato permette, secondo il produttore, di ottenere da un litro d’acqua circa cinque litri di volume di neve, sfruttando la bassa densità della neve prodotta.

Il dato dei 200 litri alla settimana presente nelle informazioni originarie trova quindi conferma diretta nelle specifiche tecniche del produttore.

Il calore prodotto può essere recuperato

Raffreddare continuamente un ambiente sotto lo zero comporta inevitabilmente la produzione di calore che deve essere smaltito.

Una parte di questa energia può però essere recuperata.

La scheda prodotto attualmente pubblicata da TechnoAlpin indica la possibilità di recuperare fino all’80% dell’energia elettrica utilizzata, trasformandola in energia termica da impiegare, per esempio, per riscaldare una piscina.

Il principio consiste nell’utilizzare il calore generato dal sistema di refrigerazione invece di disperderlo semplicemente nell’ambiente esterno. Attraverso uno scambiatore di calore a piastre può, per esempio, essere trasferito all’acqua di una piscina; utilizzando una pompa di calore può invece contribuire alla produzione di acqua calda o al riscaldamento di altri ambienti.

Le FAQ tecniche dell’azienda specificano inoltre che, a seconda delle condizioni dell’installazione, lo scambiatore può permettere di recuperare fino al 90% dell’energia elettrica utilizzata.

I due valori non devono quindi necessariamente essere interpretati come contraddittori: la pagina commerciale corrente indica fino all’80%, mentre la documentazione tecnica ammette valori superiori in determinate configurazioni e condizioni locali.

Quanto costa installare una snow room in casa

Il vero ostacolo per chi desidera trasformare una stanza in un piccolo inverno privato rimane naturalmente il prezzo.

Una snow room domestica standard di circa 7 per 10 piedi, quindi approssimativamente 2,1 per 3 metri, parte da circa 128.000 dollari, secondo Tyler Slater, COO e co-proprietario di The Spa Butler, società statunitense che produce e installa questo genere di ambienti.

Il prezzo può salire ulteriormente con l’aumentare delle dimensioni e con personalizzazioni, design, materiali e configurazioni più complesse.

Slater ha inoltre segnalato un aumento dell’interesse e delle vendite per le snow room nelle residenze private, spiegando che nella maggior parte dei casi non vengono installate come elementi isolati ma integrate all’interno di più ampie suite wellness domestiche insieme ad altre strutture come sauna, bagno di ghiaccio e cold plunge.

Per una tecnologia di questo tipo bisogna inoltre considerare progettazione, isolamento, impianto di refrigerazione, produzione della neve, manutenzione e costi di esercizio.

Trasformare una stanza della propria abitazione in un inverno permanente è quindi tecnicamente possibile, ma rimane un lusso accessibile soprattutto alle persone con disponibilità economiche molto elevate.

Installazione e manutenzione: non basta accendere il freddo

La complessità di una snow room emerge anche dalle procedure di installazione.

TechnoAlpin indica tempi di consegna generalmente compresi tra 10 e 12 settimane dalla firma del contratto, mentre il montaggio può richiedere normalmente due o tre settimane, comprese messa in servizio e formazione del cliente.

La manutenzione ordinaria non è tuttavia necessariamente particolarmente lunga.

La tecnologia EcoSnow funziona automaticamente, ma richiede il controllo degli indicatori e delle prese d’aria. Secondo le FAQ del produttore, la manutenzione e pulizia giornaliera possono richiedere indicativamente circa dieci minuti.

È inoltre necessario effettuare periodicamente lo sbrinamento della stanza. TechnoAlpin raccomanda, per motivi igienici, di procedere almeno una volta alla settimana, effettuando successivamente la pulizia prima di avviare un nuovo ciclo di innevamento.

Anche il pavimento richiede attenzione. Prima dell’accesso degli utenti, la neve accumulata durante la produzione notturna viene generalmente spostata verso i lati, lasciando libera la zona di passaggio per ridurre il rischio che si formi ghiaccio. L’interno è inoltre dotato di pavimentazione in gomma.

Snow room made in Italy: certificazioni CE e CSA

Un altro elemento interessante è l’origine della tecnologia.

I sistemi TechnoAlpin Indoor sono progettati e realizzati in Italia e vengono testati su banchi di prova certificati.

La SNOWROOM del produttore dispone inoltre delle certificazioni CE e CSA, relative rispettivamente ai mercati europeo e nordamericano.

L’azienda indica anche la conformità della propria soluzione ai requisiti di Industria 4.0; in Italia, in presenza delle condizioni previste dalla normativa, questo può avere rilevanza anche sul piano delle eventuali agevolazioni per determinate installazioni professionali.

Perché le snow room piacciono ai miliardari

La tecnologia spiega come sia possibile creare neve dentro un edificio, ma non spiega completamente il successo delle snow room tra le persone più ricche.

Il fenomeno riflette infatti un cambiamento nel significato stesso del lusso.

Per molto tempo una grande residenza doveva stupire gli ospiti attraverso servizi dedicati soprattutto all’intrattenimento: cinema privati, piscine, sale da gioco e grandi spazi per ricevimenti.

Oggi una parte crescente degli investimenti nelle abitazioni extra-lusso riguarda invece wellness, fitness, recupero fisico e longevità.

Saune, palestre professionali, cold plunge, ice bath e altri ambienti dedicati al benessere vengono riuniti in vere spa domestiche. La snow room rappresenta una delle evoluzioni più scenografiche di questo fenomeno.

Il New York Times ha recentemente raccontato la diffusione di questi ambienti tra le fasce più ricche della popolazione, mentre altre testate internazionali hanno evidenziato come il fenomeno stia crescendo parallelamente alle temperature estreme e alla ricerca di sistemi sempre più sofisticati per controllare il microclima delle abitazioni.

Da Antilia al superyacht Serene: quando la neve diventa status symbol

Le stanze della neve non sono però una novità assoluta.

Uno degli esempi più conosciuti è Antilia, la gigantesca residenza di Mumbai associata al miliardario Mukesh Ambani e considerata una delle abitazioni private più lussuose al mondo.

Tra le sue numerose dotazioni viene indicata anche una snow room, particolarmente sorprendente considerando il clima caldo e umido di Mumbai.

Il concetto è arrivato anche a bordo dei superyacht.

Il Serene, uno dei più grandi yacht privati realizzati, dispone di un’area wellness nella quale è stata prevista anche una stanza della neve.

In questi casi la snow room va ben oltre la funzione di sistema per raffreddarsi: diventa una dimostrazione della possibilità di riprodurre un clima completamente diverso da quello esterno praticamente ovunque, persino in mare.

Snow room e terapia del contrasto

L’utilizzo più tradizionale delle stanze della neve resta quello legato alle spa.

In un percorso wellness, la snow room viene normalmente utilizzata dopo l’esposizione a temperature elevate, per esempio dopo una sauna.

La persona passa quindi da un ambiente molto caldo a una stanza caratterizzata da aria secca sottozero e neve, ottenendo un raffreddamento del corpo.

TechnoAlpin presenta la SNOWROOM proprio come soluzione per la terapia del contrasto e come alternativa ai tradizionali sistemi utilizzati per raffreddarsi dopo la sauna.

Questo contesto è importante perché permette di comprendere meglio la differenza tra una snow room e altri fenomeni diventati popolari negli ultimi anni, come bagno di ghiaccio e cold plunge.

L’esperienza del freddo non è infatti identica: immergersi direttamente in acqua fredda produce uno scambio termico molto diverso rispetto all’esposizione ad aria fredda e neve.

Le snow room fanno davvero bene alla salute?

Nel settore delle residenze extra-lusso e del wellness le snow room vengono talvolta presentate come ambienti capaci di “tonificare” il fisico e aiutare l’organismo.

Il produttore sottolinea inoltre il ruolo della neve nell’ambito del design biofilico e nei percorsi di contrasto caldo-freddo.

È però importante distinguere ciò che viene dichiarato nell’ambito wellness dalle evidenze scientifiche necessarie per attribuire specifici benefici medici o effetti sulla longevità.

L’esposizione al freddo viene praticata da secoli in numerose culture ed è oggetto di ricerca scientifica, ma le prove disponibili non consentono di concludere che una snow room possa rallentare l’invecchiamento, prolungare la vita o rafforzare in modo generalizzato il sistema immunitario.

Per questo le snow room non devono essere confuse con una terapia medica.

La crescente popolarità della “cura del freddo” tra miliardari e appassionati di longevità rientra piuttosto in un fenomeno più ampio: la disponibilità a spendere cifre molto elevate in tecnologie dedicate al wellness anche quando alcuni dei benefici attribuiti a tali pratiche rimangono oggetto di ricerca.

Snow room contro cold plunge e bagno di ghiaccio: qual è la differenza?

Snow room, cold plunge e bagno di ghiaccio sfruttano tutti l’esposizione al freddo, ma non funzionano nello stesso modo.

Nella snow room il corpo viene esposto principalmente ad aria molto fredda e può entrare in contatto con la neve.

Nel cold plunge, invece, il corpo viene immerso direttamente nell’acqua fredda.

Nel bagno di ghiaccio, infine, l’acqua può essere ulteriormente raffreddata attraverso l’aggiunta di ghiaccio.

Dal punto di vista fisiologico non sono quindi esperienze equivalenti. L’acqua sottrae calore al corpo molto più rapidamente dell’aria e, di conseguenza, non è corretto trasferire automaticamente alle snow room i risultati degli studi scientifici effettuati sull’immersione in acqua fredda.

Questa distinzione è particolarmente importante quando si parla di possibili benefici per la salute.

Non solo snow room: i super ricchi trasformano anche i seminterrati in rifugi freschi

Le stanze della neve rappresentano soltanto la manifestazione più spettacolare di quella che potrebbe essere definita una nuova forma di lusso climatico.

Un’altra strategia consiste nello sfruttare gli ambienti sotterranei, naturalmente più freschi rispetto ai piani fuori terra.

Seminterrati e piani interrati possono essere trasformati in cinema, palestre, lounge e cantine.

A Princeton, nel New Jersey, è stato per esempio realizzato un seminterrato di circa 2.000 piedi quadrati, equivalenti a circa 186 metri quadrati, comprendente home theater, palestra, lounge e una stanza dedicata al vino.

All’interno di quest’ultima la temperatura viene mantenuta intorno ai 50 °F, circa 10 °C, creando un ambiente particolarmente fresco rispetto alle temperature estive esterne.

Cantine e ambienti sotterranei possono così svolgere contemporaneamente la loro funzione tradizionale di conservazione di vino e alimenti e quella, sempre più ricercata, di rifugio dalle temperature elevate.

Le coolcation diventano permanenti

C’è infine una soluzione ancora più radicale: non rimanere dove fa caldo.

Il fenomeno delle coolcation sta portando sempre più viaggiatori a preferire durante l’estate località caratterizzate da temperature più miti rispetto alle classiche destinazioni balneari.

Tra i super ricchi questa strategia può però trasformarsi in qualcosa di permanente.

Invece di trascorrere una settimana al fresco, chi dispone di patrimoni sufficientemente elevati può acquistare seconde o terze case in differenti aree del mondo e spostarsi da una proprietà all’altra seguendo le stagioni.

Tra le località che stanno attirando l’interesse degli acquirenti facoltosi figurano Verbier e St. Moritz in Svizzera, Whistler in Canada e Queenstown in Nuova Zelanda.

La capacità economica permette così di trasformare il clima stesso in una variabile della propria vita: se una località diventa troppo calda, ci si trasferisce temporaneamente in un’altra proprietà.

Il nuovo lusso dei miliardari è controllare il clima

Le snow room raccontano quindi qualcosa di più grande di una semplice moda nel settore wellness.

A temperature esterne sempre più difficili da sopportare corrisponde, nel segmento più alto del mercato, la ricerca di sistemi capaci di costruire veri e propri microclimi privati.

Con temperature che possono arrivare intorno ai -10 °C, neve prodotta esclusivamente attraverso acqua e aria, sistemi automatici di innevamento, circa 200 litri d’acqua alla settimana, una potenza nell’ordine dei 5 kW e tecnologie per recuperare una parte considerevole dell’energia impiegata, la snow room è ormai un prodotto tecnologicamente maturo, non soltanto un esercizio di fantasia.

Resta però un prodotto estremamente esclusivo. Un modello domestico può partire da circa 128.000 dollari, senza considerare personalizzazioni e integrazione all’interno di una più ampia area wellness.

E soprattutto occorre distinguere i fatti dalle promesse: la tecnologia permette realmente di produrre neve e mantenere un ambiente sottozero dentro un’abitazione, ma questo non significa che tutti i benefici salutistici attribuiti all’esposizione al freddo siano automaticamente dimostrati.

La vera particolarità della snow room sta forse proprio qui: trasformare una condizione naturale come l’inverno in un servizio privato disponibile in qualsiasi stagione e praticamente in qualsiasi luogo.

Per chi può permetterselo, il nuovo lusso non consiste più soltanto nel possedere una casa più grande, una piscina o un cinema privato. Consiste nella possibilità di decidere persino che stagione avere dietro una porta.

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Rifugio Friedrich August: i famosi bomboloni del Col Rodella

Ci sono rifugi che diventano famosi per il panorama, altri per un’escursione particolarmente bella. E poi c’è il Rifugio Friedrich August, in Val di Fassa, che negli ultimi anni è diventato conosciutissimo anche per qualcosa di decisamente più goloso: i suoi enormi krapfen, o bomboloni.

Se hai visto sui social fotografie e video di lunghi tavoli ricoperti di bomboloni appena preparati e ti stai chiedendo dove si trovi quel posto, la risposta è proprio qui: al Col Rodella, nelle Dolomiti della Val di Fassa.

Il Rifugio Friedrich August si trova in una posizione spettacolare ai piedi del gruppo del Sassolungo, con vista sulle montagne circostanti e accesso al celebre Friedrich August Weg.

I bomboloni del Rifugio Friedrich August

Il motivo per cui tante persone inseriscono oggi questo rifugio tra le tappe di una vacanza in Val di Fassa sono proprio loro: i bomboloni del Rifugio Friedrich August.

Qui vengono chiamati soprattutto krapfen, come vuole la tradizione tirolese. Soffici, generosi e ricoperti di zucchero, vengono preparati al rifugio e, nelle giornate estive, è facile vederli esposti tutti insieme sui grandi vassoi: una scena ormai diventata quasi iconica.

Non è quindi sorprendente che qualcuno cerchi su Google semplicemente “Rifugio Friedrich August bomboloni”: per molti escursionisti il krapfen è diventato parte dell’esperienza tanto quanto il panorama.

Anche Dolomiti Superski cita espressamente i krapfen appena sfornati tra le specialità che caratterizzano il rifugio durante l’estate.

Il famoso bombolone del Col Rodella

Quando si parla del bombolone del Col Rodella, generalmente ci si riferisce proprio ai krapfen del Friedrich August.

E vale la pena chiarire un dettaglio geografico, perché può creare un po’ di confusione a chi visita la zona per la prima volta: il rifugio si trova in località Col Rodella – Passo Sella, nel territorio di Campitello di Fassa, in una zona di confine naturale tra Val di Fassa e Val Gardena.

La posizione è uno dei motivi per cui una sosta qui è così piacevole. Il rifugio è immerso in uno dei paesaggi più riconoscibili delle Dolomiti, con il Sassolungo vicinissimo e numerose possibilità per proseguire l’escursione.

Insomma, si può arrivare per il bombolone e rimanere per il panorama.

Krapfen in Val di Fassa: perché quelli del Friedrich August sono diventati famosi

Di dolci tipici sulle Dolomiti se ne trovano molti, ma questi krapfen in Val di Fassa sono diventati una piccola attrazione.

Il colpo d’occhio è sicuramente parte del successo: nelle giornate di maggiore produzione, vedere tanti krapfen disposti uno accanto all’altro sui tavoli del rifugio è difficile da dimenticare. Negli ultimi anni immagini e video hanno amplificato il fenomeno, trasformando la sosta al Friedrich August in una meta molto ricercata anche sui social. Una recente cronaca locale ha raccontato proprio l’enorme popolarità raggiunta dai krapfen del rifugio e le code che possono formarsi nei momenti di maggiore affluenza.

Il consiglio, quindi, è semplice: se il tuo obiettivo principale è assaggiarli, meglio non arrivare troppo tardi e verificare direttamente con il rifugio disponibilità e orari, soprattutto nei periodi di alta stagione.

Rifugio Friedrich August: come arrivare

Arriviamo alla domanda più importante: come arrivare al Rifugio Friedrich August?

In estate ci sono due soluzioni particolarmente semplici.

Da Campitello di Fassa con la funivia del Col Rodella

Una delle opzioni più comode è partire da Campitello di Fassa e prendere la funivia che sale al Col Rodella.

Una volta arrivati in quota, si prosegue a piedi lungo il sentiero in direzione Sasso Piatto. Il rifugio indica circa 10 minuti di cammino dal Col Rodella.

È la soluzione ideale se vuoi raggiungere rapidamente il Friedrich August e goderti una passeggiata panoramica senza affrontare un grande dislivello.

Dal Passo Sella a piedi

La seconda possibilità è raggiungere il Passo Sella e proseguire a piedi.

Dal passo si imbocca il percorso verso il Friedrich August: le indicazioni ufficiali riportano un tempo nell’ordine dei 20-30 minuti, a seconda del punto di partenza e del passo.

È probabilmente l’opzione più intuitiva per chi arriva in auto e vuole associare la visita al rifugio a una breve passeggiata sulle Dolomiti.

Il Rifugio Friedrich August può essere raggiunto in estate dal Col Rodella, salendo con la funivia da Campitello di Fassa, oppure con una passeggiata dal Passo Sella.

Principali punti di accesso:


La mappa ha finalità orientativa. Prima di partire verifica apertura degli impianti, condizioni dei sentieri e indicazioni locali.

E in inverno?

La situazione cambia in inverno.

Il rifugio si trova direttamente nel comprensorio sciistico e può essere raggiunto con gli sci. Il Friedrich August specifica inoltre che in inverno non è previsto l’accesso a piedi o con le ciaspole; per alcune esperienze serali viene organizzato un trasferimento con gatto delle nevi dal Passo Sella.

Per questo, se stai programmando una visita fuori dalla stagione estiva, è sempre consigliabile controllare direttamente le condizioni di accesso e l’apertura degli impianti prima di partire.

Vale la pena andare al Rifugio Friedrich August?

Se sei in Val di Fassa, direi di sì, soprattutto perché il rifugio può essere inserito facilmente in una giornata dedicata al Col Rodella e al Passo Sella.

I famosi bomboloni sono sicuramente una buona scusa per arrivare fin qui, ma sarebbe riduttivo considerare il Friedrich August soltanto “il rifugio dei krapfen”. La posizione ai piedi del Sassolungo e il panorama valgono da soli la visita.

E poi, dopo una passeggiata in quota, un krapfen ricoperto di zucchero ha indubbiamente tutto un altro sapore.

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FAQ

Dove si trovano i famosi bomboloni della Val di Fassa?
I bomboloni diventati famosi sui social sono i krapfen del Rifugio Friedrich August, in località Col Rodella, vicino al Passo Sella.

Come si arriva al Rifugio Friedrich August?
In estate puoi salire con la funivia da Campitello di Fassa al Col Rodella e proseguire a piedi per circa 10 minuti. In alternativa puoi partire dal Passo Sella e raggiungere il rifugio a piedi in circa 20-30 minuti.

Come si chiama il rifugio dei bomboloni in Val di Fassa?
È il Rifugio Friedrich August, conosciuto per i suoi grandi krapfen preparati in quota.

Il Rifugio Friedrich August è raggiungibile a piedi?
In estate sì. Dal Passo Sella è raggiungibile con una breve passeggiata; dal Col Rodella bastano circa 10 minuti. In inverno il rifugio indica invece che non è raggiungibile a piedi.

Monte Fuji, il figlio di 7 anni è stanco: il padre lo lascia solo per ore e continua la scalata

Un bambino di appena 7 anni è stato lasciato da solo sul Monte Fuji, in Giappone, dopo aver detto al padre di essere troppo stanco per continuare la scalata. L’uomo, un 48enne proveniente da Nagoya, ha deciso di proseguire verso la vetta insieme al figlio maggiore, lasciando il più piccolo nei pressi della sesta stazione del sentiero Fujinomiya, a oltre 2.000 metri di altitudine.

Il bambino aveva con sé soltanto alcuni snack e una bibita analcolica, ma non aveva denaro. Il padre gli avrebbe detto di “aspettare qui” e, secondo quanto riferito da TV Asahi sulla base della testimonianza del personale di un rifugio di montagna, gli avrebbe indicato un’attesa di circa otto ore.

Il piccolo è stato successivamente notato da alcuni dipendenti di un vicino rifugio, che lo hanno fatto entrare nella struttura e hanno avvertito la polizia. Gli agenti sono riusciti a rintracciare il padre quando aveva ormai raggiunto l’ottava stazione del percorso e gli hanno ordinato di tornare indietro.

L’episodio, avvenuto giovedì 20 agosto 2026, si è concluso senza conseguenze fisiche per il bambino, ma con un severo richiamo da parte delle autorità nei confronti del genitore.

La scalata del Monte Fuji con i due figli

Secondo la ricostruzione dell’accaduto, il padre era arrivato da Nagoya insieme ai suoi due figli per intraprendere la scalata del Monte Fuji lungo il sentiero Fujinomiya.

Il più piccolo aveva 7 anni. Il fratello maggiore era invece uno studente delle scuole medie, indicato in alcune ricostruzioni come un ragazzo di circa 13 anni.

L’obiettivo della famiglia era raggiungere la vetta del Monte Fuji, che con i suoi 3.776 metri di altezza è la montagna più alta del Giappone.

La famiglia aveva iniziato l’escursione nelle prime ore del mattino. Dopo aver percorso il tratto iniziale del sentiero, però, il bambino più piccolo ha iniziato a manifestare stanchezza e ha spiegato al padre di non essere più in grado di continuare.

Il problema si è presentato all’altezza della sesta stazione del Fujinomiya Trail, situata a oltre 2.000 metri di quota e indicata in diverse ricostruzioni intorno ai 2.500 metri.

Il fratello maggiore nel frattempo aveva proseguito più avanti lungo il percorso.

Il bambino dice di essere stanco, ma il padre continua la scalata

Di fronte alla stanchezza del figlio di sette anni, il padre avrebbe deciso non di interrompere l’escursione, ma di lasciare il bambino nei pressi della sesta stazione e raggiungere il figlio maggiore.

Il piccolo è quindi rimasto seduto da solo su una panchina lungo il sentiero.

Secondo SBS, il padre gli avrebbe detto di “aspettare qui”. TV Asahi ha riferito invece un ulteriore particolare: al bambino sarebbe stato detto di attendere il ritorno del genitore per circa otto ore.

Aveva a disposizione alcuni snack e una bibita analcolica, ma nessun denaro.

È importante distinguere questo dato dalla durata effettiva dell’isolamento: le otto ore rappresentavano infatti il tempo di attesa che, secondo il racconto del bambino e del personale del rifugio, il padre gli avrebbe indicato. Altre ricostruzioni stimano in circa tre ore il periodo trascorso dal piccolo senza il genitore prima dell’intervento degli addetti del rifugio.

L’addetto del rifugio sente una lite e trova il bambino sulla panchina

A rendersi conto che qualcosa non andava è stato il personale di un rifugio di montagna situato nelle vicinanze.

Uno degli addetti ha raccontato di aver inizialmente sentito una discussione provenire dall’esterno mentre si trovava all’interno della struttura.

La sua testimonianza ricostruisce i momenti precedenti al ritrovamento del bambino:

“Stavo pulendo i bagni quando ho sentito un litigio fuori, il padre diceva ‘Ti lascerò davvero qui, aspetterai per 8 ore. Farà freddo. Così sono uscito dai bagni e ho guardato la panchina e c’era un bambino. Continuavo a guardarlo di sfuggita dall’interno del rifugio, ma non c’era alcun segno che suo padre stesse tornando e sono uscito”

Il personale ha quindi continuato a controllare il bambino, nella speranza che il genitore tornasse rapidamente. Con il passare del tempo, però, è diventato evidente che il padre non stava rientrando.

Gli addetti hanno deciso così di intervenire.

“Ero stanco e mio padre mi ha detto di aspettare qui per otto ore”

Quando il personale del rifugio si è avvicinato al bambino per capire cosa fosse accaduto, il piccolo avrebbe spiegato chiaramente la situazione:

“Ero stanco e mio padre mi ha detto di aspettare qui per otto ore”

Gli addetti sono rimasti colpiti anche dal fatto che il bambino sembrasse intenzionato a rispettare alla lettera l’indicazione ricevuta dal genitore.

“Era pronto ad aspettare otto ore, proprio come gli aveva detto suo padre”

A quel punto il personale ha fatto entrare il bambino nel rifugio, mettendolo al riparo, e ha contattato le autorità.

Il piccolo è stato quindi affidato temporaneamente alla polizia.

Il padre viene rintracciato all’ottava stazione del Monte Fuji

Dopo la segnalazione è iniziata la ricerca del 48enne.

Gli agenti sono riusciti a contattarlo quando aveva ormai raggiunto la zona dell’ottava stazione del sentiero Fujinomiya, molto più in alto rispetto al punto nel quale aveva lasciato il figlio.

Secondo alcune ricostruzioni, la posizione raggiunta dal padre si trovava a circa tre ore di cammino dalla sesta stazione.

Gli agenti gli hanno intimato di interrompere la scalata e tornare immediatamente indietro.

Una delle ricostruzioni riferisce che l’uomo sia tornato sul posto circa cinque ore dopo. Il dato non va però confuso con le otto ore inizialmente prospettate al bambino: le diverse tempistiche diffuse dalle fonti descrivono momenti differenti della vicenda, dal periodo trascorso da solo fino al definitivo ricongiungimento con il padre.

Il bambino è stato infine riaffidato al genitore.

Il severo rimprovero della polizia

La vicenda si è conclusa fortunatamente senza conseguenze fisiche per il bambino, che è stato trovato sano e salvo.

Il comportamento del padre è stato però duramente censurato dalle forze dell’ordine.

Secondo quanto riportato da Japan Today, gli agenti gli avrebbero ricordato:

“Anche se significa dover rinunciare alla scalata insieme, abbandonare un bambino è inaccettabile”

Il 48enne ha ricevuto un severo avvertimento verbale per aver lasciato indietro il figlio durante la scalata. Secondo le informazioni riportate nelle ricostruzioni disponibili, nei suoi confronti non sono stati avviati provvedimenti penali.

L’uomo avrebbe riconosciuto la gravità della propria scelta, ammettendo di aver agito in modo negligente e scusandosi con la polizia.

“Ho preso una decisione avventata e me ne pento profondamente”

Perché lasciare un bambino solo sul Monte Fuji è particolarmente pericoloso

L’episodio ha suscitato particolare preoccupazione anche per le caratteristiche del luogo nel quale il bambino era stato lasciato.

Il Monte Fuji non è una normale passeggiata in quota. Il sito ufficiale dedicato alla scalata avverte che le condizioni meteorologiche possono cambiare molto rapidamente, con forti differenze di temperatura tra la base e la vetta. Anche durante l’estate sono possibili nebbia, pioggia, vento, temporali e temperature molto basse, con un rischio di ipotermia particolarmente rilevante per le persone fisicamente più vulnerabili, compresi i bambini.

Proprio mentre il piccolo si trovava nei pressi della sesta stazione, alcune ricostruzioni parlano di condizioni caratterizzate da nebbia e pioggia.

A rendere la situazione ancora più delicata è il fatto che il Fuji sia un vulcano attivo. Lo stesso portale ufficiale dedicato agli escursionisti raccomanda di prestare attenzione anche alle informazioni relative all’attività vulcanica e al livello di allerta.

Lasciare da solo un bambino di sette anni per un periodo prolungato in un ambiente simile comporta quindi rischi molto diversi da quelli di una normale attesa in un luogo urbano o sorvegliato.

Com’è il sentiero Fujinomiya sul quale è avvenuto l’episodio

Il Fujinomiya Trail è uno dei quattro principali percorsi utilizzati per raggiungere la cima del Monte Fuji.

Il sentiero parte dalla quinta stazione, situata a circa 2.400 metri di altitudine, e presenta numerosi tratti rocciosi. È la via con la distanza più breve per raggiungere la vetta, ma proprio per questo presenta una pendenza impegnativa.

Secondo il sito ufficiale del Monte Fuji, il tratto di salita misura circa 4,3 chilometri e richiede indicativamente intorno alle cinque ore, mentre per la discesa vengono indicate circa tre ore.

La Japan National Tourism Organization descrive inoltre il Fujinomiya come il secondo percorso più popolare e sottolinea come sia l’unico punto di partenza facilmente accessibile dal Giappone occidentale. La minore distanza rispetto ad altri sentieri è compensata dalla forte pendenza e dalla presenza di numerosi tratti su terreno roccioso.

Sono caratteristiche che aiutano a comprendere perché un bambino di sette anni possa aver manifestato stanchezza dopo l’inizio della salita.

Bambini e anziani scalano ogni estate il Monte Fuji

Durante la stagione estiva il Monte Fuji richiama un gran numero di escursionisti e non è insolito incontrare lungo i sentieri anche famiglie, minori e persone anziane.

La presenza di bambini non rappresenta quindi di per sé un evento eccezionale. Le indicazioni ufficiali ricordano tuttavia che il Fuji richiede preparazione, pianificazione e una valutazione realistica della propria condizione fisica. Il sito dedicato alla montagna specifica inoltre che scegliere un percorso adeguato alle proprie capacità è fondamentale per affrontare la scalata in sicurezza.

Secondo le ricostruzioni dell’episodio, le autorità locali hanno evidenziato proprio l’eccezionalità della scelta del padre: pur essendo frequente vedere minori impegnati nella scalata durante le vacanze estive, non risultavano situazioni analoghe in cui un bambino così piccolo fosse stato deliberatamente lasciato indietro mentre il resto del gruppo continuava verso la vetta.

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Il Monte Fuji, simbolo del Giappone e Patrimonio dell’Umanità

Con i suoi 3.776 metri, il Monte Fuji è la vetta più alta del Giappone e uno dei simboli più riconoscibili del Paese.

Il Fujisan è stato inserito nel 2013 nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come luogo sacro e fonte di ispirazione artistica. Per secoli è stato meta di pellegrinaggi e ha avuto una profonda influenza sulla cultura e sull’arte giapponese, diventando famoso in tutto il mondo anche grazie alle rappresentazioni degli artisti dell’ukiyo-e.

La montagna continua ad attirare ogni estate escursionisti di ogni età. Proprio per questo le autorità insistono sulla necessità di affrontare la salita rispettando le capacità del componente meno allenato del gruppo e di evitare di separarsi durante il percorso.

Quanto tempo è rimasto solo il bambino sul Monte Fuji?

Il padre avrebbe detto al figlio di aspettarlo per otto ore, ma questo non significa che il bambino sia rimasto effettivamente da solo per tutto quel periodo. Secondo alcune ricostruzioni, il piccolo sarebbe rimasto sulla panchina per circa tre ore prima di essere individuato e assistito dal personale del rifugio. Il padre è stato poi rintracciato più in alto e costretto a tornare indietro.

Dove è stato lasciato il bambino?

Il bambino è stato lasciato nei pressi della sesta stazione del sentiero Fujinomiya, sul versante del Monte Fuji appartenente alla prefettura di Shizuoka, a oltre 2.000 metri di quota.

Cosa aveva con sé il bambino?

Secondo quanto riferito da TV Asahi, il bambino aveva soltanto alcuni snack e una bibita analcolica e non aveva denaro.

Il bambino si è fatto male?

No. Il bambino è stato trovato illeso e portato al sicuro all’interno del rifugio prima dell’intervento della polizia.

Il padre è stato denunciato?

Secondo le informazioni diffuse dopo l’episodio, l’uomo ha ricevuto un severo richiamo verbale dalla polizia, ma non sono stati annunciati provvedimenti penali nei suoi confronti. Il padre si è scusato e ha riconosciuto di aver preso una decisione avventata.

Saint-Ismier, cade col parapendio e si aggrappa alla roccia: salvataggio estremo

Un incidente con il parapendio a Saint-Ismier, in Francia, si è trasformato in un salvataggio ad altissimo rischio sulla parete rocciosa del Saint-Eynard, nel dipartimento dell’Isère. Protagonista della vicenda è un pilota di parapendio di 53 anni, rimasto sospeso a circa 200 metri dal suolo dopo aver perso il controllo durante il volo e aver urtato la montagna.

L’incidente è avvenuto domenica 16 agosto. L’uomo si trovava a una quota indicata tra circa 1.900 e 2.000 metri quando il volo ha improvvisamente preso una piega drammatica. Secondo la ricostruzione più dettagliata dell’accaduto, la vela del parapendio si sarebbe sganciata e il pilota avrebbe iniziato a ruotare senza controllo.

Nonostante la situazione estremamente pericolosa, il 53enne è riuscito ad azionare il paracadute di emergenza, rallentando la caduta prima dell’impatto contro la parete del Saint-Eynard.

Incidente in parapendio sul Saint-Eynard: il pilota resta sospeso nel vuoto

L’apertura del paracadute d’emergenza ha evitato conseguenze ancora più gravi, ma non è stata sufficiente a impedire al pilota di finire contro la montagna.

Il 53enne ha raggiunto la parete rocciosa del Saint-Eynard, una falesia alta circa 350 metri. Secondo la ricostruzione dell’incidente, durante la discesa avrebbe urtato la roccia per tre volte prima di riuscire ad aggrapparsi a una sporgenza.

Il parapendista si è ritrovato così bloccato su una cengia estremamente ridotta, descritta come una sporgenza di poche decine di centimetri, a circa 200 metri di altezza dal suolo.

Una posizione particolarmente precaria, dalla quale l’uomo non poteva né proseguire la discesa autonomamente né spostarsi in sicurezza. La parete, inoltre, presentava roccia friabile e instabile, aumentando ulteriormente il rischio di una caduta.

Il pilota era ancora collegato al proprio paracadute, circostanza che avrebbe reso particolarmente delicato anche l’intervento dei soccorritori.

L’allarme alle 13:30 e l’intervento del CRS Alpes

L’allarme è stato lanciato intorno alle 13:30, facendo scattare la macchina dei soccorsi dalla base di Le Versoud, nell’area di Grenoble.

A intervenire sono stati i soccorritori alpini del CRS Alpes, decollati a bordo del Dragon 38, l’elicottero della Protezione Civile utilizzato per le operazioni di emergenza nel dipartimento dell’Isère.

Una volta raggiunto il settore della parete del Saint-Eynard in cui si trovava il parapendista, l’equipaggio si è immediatamente reso conto della complessità dell’intervento.

La posizione dell’uomo era infatti estremamente esposta e ogni manovra doveva essere effettuata con precisione. Il problema non era rappresentato solamente dall’altezza e dalla conformazione della parete, ma anche dall’effetto che lo stesso elicottero avrebbe potuto avere sul parapendista.

«Quando lo abbiamo visto dall’elicottero, abbiamo pensato: wow!», ha raccontato il brigadiere capo Grégory Morin del CRS Alpes di Grenoble, descrivendo la situazione osservata dall’equipaggio durante l’avvicinamento.

Perché l’elicottero non poteva avvicinarsi al parapendista

Il principale ostacolo all’operazione di recupero era rappresentato dal flusso d’aria generato dalle pale dell’elicottero.

Il 53enne si trovava aggrappato alla roccia ed era ancora collegato al paracadute. Avvicinare troppo il Dragon 38 alla parete avrebbe quindi potuto produrre uno spostamento d’aria sufficientemente forte da gonfiare o muovere il telo e destabilizzare l’uomo.

In una posizione così precaria, anche un movimento improvviso avrebbe potuto farlo staccare dalla sporgenza e precipitare nel vuoto.

I soccorritori hanno dovuto quindi conciliare due esigenze opposte: raggiungere il parapendista nel minor tempo possibile e, contemporaneamente, mantenere l’elicottero abbastanza lontano da non mettere ulteriormente a rischio la sua vita.

A complicare l’intervento contribuivano anche la natura impervia della zona e la qualità della roccia, descritta come friabile.

Soccorritori calati con il verricello per circa 60 metri

Non potendo effettuare un recupero diretto accanto al pilota, l’equipaggio ha elaborato una manovra alternativa.

I soccorritori sono stati calati con il verricello per circa 60 metri, mantenendo l’elicottero a distanza dalla posizione del parapendista. Secondo la ricostruzione più dettagliata, la calata è stata effettuata circa 60 metri più a destra rispetto al punto nel quale si trovava il 53enne.

Da lì gli operatori del CRS Alpes hanno dovuto avvicinarsi alla sua posizione muovendosi in prossimità della parete e quasi orizzontalmente, con l’obiettivo di raggiungerlo senza provocare movimenti del paracadute e senza compromettere la stabilità dell’uomo.

Una strategia complessa, resa necessaria proprio dall’impossibilità di portare il Dragon 38 direttamente sopra il parapendista.

Il fattore tempo era fondamentale: l’uomo si trovava aggrappato a una piccola sporgenza e qualsiasi cedimento della roccia o perdita di forza avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche.

Il salvataggio estremo sulla parete di Saint-Ismier

Nonostante le difficoltà, i soccorritori sono riusciti a raggiungere il pilota e a metterlo in sicurezza, portando a termine un’operazione considerata ai limiti delle possibilità tecniche.

Quello che inizialmente appariva come un “salvataggio impossibile” si è quindi concluso positivamente grazie alla manovra effettuata dagli uomini del CRS Alpes e dall’equipaggio del Dragon 38.

Determinante è stata anche la reazione del 53enne nei primi istanti dell’incidente. Dopo aver perso il controllo del parapendio, il pilota è riuscito infatti ad aprire il paracadute di emergenza e, una volta raggiunta la parete, ad aggrapparsi alla roccia evitando di precipitare per circa 200 metri.

Il 53enne soccorso sul Saint-Eynard non ha riportato ferite

L’aspetto più sorprendente dell’intera vicenda è rappresentato dalle condizioni del parapendista al termine dell’operazione.

Nonostante la perdita di controllo durante il volo, l’apertura del paracadute d’emergenza, gli impatti contro la parete rocciosa e il lungo periodo trascorso sospeso a circa 200 metri dal suolo, il pilota di 53 anni non ha riportato ferite.

L’incidente avvenuto sul Saint-Eynard, nel territorio di Saint-Ismier, si è concluso così senza conseguenze fisiche per il protagonista, nonostante una dinamica potenzialmente mortale.

La combinazione tra la prontezza del parapendista, l’utilizzo del paracadute d’emergenza e l’intervento altamente tecnico del CRS Alpes a bordo dell’elicottero Dragon 38 ha consentito di portare a termine uno dei recuperi più delicati possibili su una parete di montagna.

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Gran Sasso, scalzo e in costume sul Corno Grande a quasi 3mila metri: interviene il Soccorso Alpino

Scalzo, a petto nudo e con indosso soltanto un costume da bagno, lungo uno degli itinerari più impegnativi del Gran Sasso. Le immagini di un escursionista sulla Direttissima del Corno Grande, a quasi 3mila metri di quota, stanno facendo il giro dei social e hanno spinto il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo a intervenire pubblicamente con un nuovo richiamo alla prudenza e alla consapevolezza in montagna.

La fotografia, rilanciata anche dalla pagina Facebook Neve Appennino, mostra l’uomo impegnato nella salita con un abbigliamento decisamente più adatto alla spiaggia che all’alta quota. In uno degli scatti l’escursionista appare completamente scalzo, mentre in un’altra immagine diffusa online viene mostrato con un paio di infradito.

L’episodio ha immediatamente acceso il dibattito sulla sicurezza sul Gran Sasso e, più in generale, sui comportamenti di chi affronta itinerari di alta montagna senza un equipaggiamento adeguato. Il caso assume particolare rilevanza perché la Direttissima conduce verso la Vetta Occidentale del Corno Grande, a 2.912 metri, la cima più alta dell’Appennino, attraverso un percorso che presenta tratti ripidi, ghiaiosi, esposti e tecnici.

L’intervento del Soccorso Alpino, in questo caso, è un richiamo pubblico alla prudenza legato alle immagini circolate sul web: negli articoli non viene riferita un’operazione di recupero dell’escursionista immortalato in costume.

Escursionista scalzo sulla Direttissima del Corno Grande: le immagini diventano virali

A far discutere è soprattutto il contrasto tra l’equipaggiamento dell’escursionista e le caratteristiche dell’itinerario scelto. L’uomo è stato fotografato mentre affrontava la Direttissima del Corno Grande senza scarpe, a torso nudo e con un costume da bagno, come se si trovasse sulla spiaggia anziché su una delle montagne più impegnative dell’Appennino.

Le fotografie sono state rilanciate nelle ultime ore sui social network, suscitando stupore e numerosi commenti. Ma al di là dell’aspetto curioso o provocatorio delle immagini, il CNSAS Abruzzo ha voluto riportare l’attenzione sui rischi concreti legati alla frequentazione dell’alta montagna senza la necessaria preparazione.

“In queste ore stanno circolando sul web fotografie che mostrano alcuni escursionisti impegnati sulla Direttissima del Corno Grande con un equipaggiamento non adeguato alle caratteristiche e alle difficoltà dell’itinerario”, spiegano dal CNSAS.

Il riferimento, dunque, non sarebbe soltanto all’uomo fotografato scalzo e in costume: secondo quanto evidenziato dal Soccorso Alpino, le immagini circolate online mostrerebbero diversi escursionisti con dotazioni non adeguate a un percorso di questo tipo.

Corno Grande, perché la Direttissima non è una semplice escursione

Il punto centrale del richiamo del Soccorso Alpino riguarda proprio le caratteristiche della Direttissima.

“La Direttissima non è un semplice sentiero escursionistico”, sottolinea il CNSAS Abruzzo.

L’itinerario conduce verso la Vetta Occidentale del Corno Grande, a 2.912 metri di altitudine, partendo dalla zona di Campo Imperatore. Il percorso è classificato EE, cioè per escursionisti esperti, e può richiedere fino a 5-6 ore di cammino.

Non si tratta quindi di una normale passeggiata in montagna. Il tracciato attraversa zone ripide e ghiaiose e comprende passaggi nei quali sono richiesti esperienza, capacità di muoversi con sicurezza e un’attrezzatura adeguata.

Il Soccorso Alpino ricorda infatti che l’itinerario presenta “tratti esposti e passaggi tecnici che richiedono preparazione, esperienza e adeguata dotazione”.

Proprio per queste caratteristiche, calzature adeguate, abbigliamento adatto all’alta quota e una corretta valutazione delle proprie capacità non rappresentano dettagli secondari.

Il rischio, sottolineato dai soccorritori, non riguarda esclusivamente chi sceglie di affrontare la salita scalzo o in infradito. Qualunque sottovalutazione delle difficoltà del percorso può trasformarsi in un problema serio, soprattutto nei tratti più esposti o sui terreni più instabili.

Il Soccorso Alpino invita alla “massima prudenza”

Dopo la diffusione delle fotografie, il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo ha invitato tutti coloro che intendono percorrere la Direttissima del Corno Grande o affrontare itinerari con caratteristiche simili a valutare attentamente la situazione prima della partenza.

“La fase della stagione in cui ci troviamo e l’elevata frequentazione della montagna richiedono particolare attenzione”, sottolinea il Soccorso Alpino, invitando chi vuole affrontare la Direttissima, e più in generale gli itinerari con caratteristiche simili, “alla massima prudenza”.

Il richiamo riguarda diversi aspetti: la preparazione personale, l’esperienza maturata in montagna, le condizioni dell’itinerario e l’attrezzatura necessaria per affrontarlo.

Il CNSAS invita quindi a non scegliere un percorso soltanto perché molto conosciuto, spettacolare o diventato popolare sui social, ma a verificare se difficoltà e caratteristiche siano effettivamente compatibili con le proprie capacità.

Il principio indicato dai soccorritori è chiaro: informarsi prima della partenza fa parte della sicurezza stessa dell’escursione.

“Prima di partire informarsi, prepararsi e scegliere un itinerario adeguato alle proprie capacità è parte integrante della sicurezza in montagna”, conclude il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo.

Gran Sasso, in alta quota il meteo può cambiare rapidamente

Un’altra questione riguarda le condizioni ambientali che si possono incontrare sul Gran Sasso a quasi 3mila metri di quota.

La montagna non presenta infatti condizioni costanti e prevedibili per tutta la durata di un’escursione. Anche durante una giornata estiva possono verificarsi vento, nebbia, temporali e repentini abbassamenti della temperatura.

Elementi che assumono un’importanza ancora maggiore quando ci si trova lungo un percorso esposto e tecnicamente impegnativo.

Un abbigliamento insufficiente o la mancanza di calzature adeguate possono quindi rappresentare un problema concreto nel momento in cui cambiano le condizioni meteorologiche o quando è necessario affrontare tratti particolarmente ripidi, ghiaiosi o esposti.

L’esperienza, inoltre, non elimina i pericoli. Anche chi conosce già il Gran Sasso deve valutare di volta in volta le condizioni del percorso e della montagna.

Soccorso Alpino, interventi già molto numerosi durante la stagione

Il nuovo richiamo del CNSAS arriva al culmine di una stagione particolarmente impegnativa sul fronte della sicurezza in montagna, segnata da incidenti, vittime e numerosi interventi dei soccorritori.

Il Soccorso Alpino collega infatti l’appello alla prudenza anche all’elevato numero di operazioni già effettuate durante i mesi estivi.

“L’altissimo numero degli interventi già effettuati in questa stagione ci ricorda quanto sia importante affrontare la montagna con consapevolezza, senza sottovalutare difficoltà e condizioni ambientali”, prosegue la nota.

Il fenomeno non riguarderebbe soltanto episodi particolarmente evidenti come quello dell’escursionista in costume. L’elevato numero di interventi registrati dall’inizio della stagione viene indicato come un segnale della necessità di aumentare attenzione, preparazione e consapevolezza prima di affrontare percorsi di montagna.

Il CNSAS ricorda anche che “l’altissimo numero degli interventi già effettuati in questa stagione” dovrebbe essere un motivo in più per non improvvisare.

Non sarebbe il primo caso di escursionisti a piedi nudi sul Corno Grande

Dai commenti comparsi sotto il post pubblicato dal Soccorso Alpino emergerebbe inoltre che quello immortalato sulla Direttissima potrebbe non essere un caso isolato.

Diversi frequentatori della zona avrebbero raccontato di aver incontrato escursionisti a piedi nudi anche lungo la via normale del Corno Grande, compreso un punto che negli anni è già stato teatro di gravi incidenti.

Un elemento che contribuisce ad ampliare il dibattito: non soltanto una singola immagine diventata virale, ma il rischio che alcuni comportamenti possano essere considerati normali o ripetuti in un ambiente nel quale una valutazione sbagliata può avere conseguenze importanti.

E un’eventuale emergenza non coinvolge esclusivamente l’escursionista in difficoltà. Un intervento su un itinerario impegnativo può esporre a rischi anche gli uomini e le donne del soccorso chiamati a raggiungere la persona e riportarla in sicurezza.

Montagna e social network: il rischio degli itinerari affrontati senza preparazione

La crescente frequentazione della montagna viene considerata un fenomeno positivo, ma porta con sé anche nuove criticità.

Fotografie spettacolari, video e contenuti pubblicati sui social network possono contribuire a far conoscere territori e itinerari, ma allo stesso tempo possono attirare persone che non sempre possiedono la preparazione necessaria per affrontarli.

Il rischio è quello di trasformare un percorso di alta montagna in una semplice destinazione da raggiungere per ottenere una fotografia, sottovalutando ciò che esiste tra il punto di partenza e la vetta.

Nel caso della Direttissima del Corno Grande, la classificazione per escursionisti esperti, la presenza di tratti tecnici ed esposti e la quota raggiunta rendono invece necessario programmare la salita con attenzione.

La sicurezza dipende dalla capacità di valutare l’itinerario, dalle proprie condizioni e competenze, dalle previsioni e dalle condizioni ambientali, oltre che dall’utilizzo di calzature, abbigliamento e dotazioni compatibili con il percorso scelto.

 

Non solo Gran Sasso: comportamenti scorretti anche nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Il tema della frequentazione poco consapevole della montagna non riguarda esclusivamente il Gran Sasso.

Anche nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise vengono segnalati comportamenti che non rispettano le regole e la delicatezza dell’ambiente naturale.

Tra gli episodi indicati ci sono tende montate in zone nelle quali il campeggio è vietato, persone che superano staccionate e barriere nonostante i divieti e comportamenti inappropriati nei confronti della fauna selvatica.

Sempre più frequentemente, alcune persone tenterebbero infatti di avvicinare, chiamare o attirare gli animali, arrivando in alcuni casi anche ad alimentarli, con l’obiettivo di riuscire a realizzare una fotografia ravvicinata.

Un comportamento in contrasto con l’immagine di rispetto della natura spesso raccontata proprio attraverso gli stessi social network.

«Ci colpisce sempre osservare come quasi tutti, raccontando la propria giornata sui social, scrivano di amare la natura. Poi, però, ci sono le immagini», ha osservato il Parco.

L’aumento delle persone interessate a conoscere la montagna e le aree protette rappresenta certamente un’opportunità, ma richiede allo stesso tempo maggiore consapevolezza.

Questi ambienti non possono essere considerati parchi divertimento o semplici scenari nei quali creare contenuti destinati ai social. Sono ecosistemi delicati e, nel caso dell’alta montagna, anche luoghi che possono diventare difficili e imprevedibili.

Sicurezza sul Gran Sasso: preparazione e attrezzatura restano fondamentali

Il caso dell’escursionista scalzo e in costume sulla Direttissima del Corno Grande è diventato rapidamente virale per l’impatto delle immagini, ma il messaggio del Soccorso Alpino va oltre il singolo episodio.

La richiesta è quella di affrontare la montagna con preparazione, esperienza, attrezzatura adeguata e consapevolezza delle proprie capacità.

Prima di partire è necessario informarsi sulle caratteristiche dell’itinerario, sulle sue difficoltà e sulle condizioni ambientali, scegliendo un percorso compatibile con la propria esperienza.

Nel caso della Direttissima del Corno Grande, raggiungere i 2.912 metri della cima più alta dell’Appennino significa affrontare un itinerario classificato per escursionisti esperti, con passaggi esposti, tratti tecnici, zone ripide e ghiaioni.

Non è quindi l’abbigliamento insolito in sé a rappresentare il cuore del problema, ma la possibile sottovalutazione dell’ambiente nel quale ci si trova.

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Il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo si è detto inoltre disponibile a fornire ulteriori indicazioni a chi ne avesse bisogno. Il messaggio resta quello riassunto dal richiamo alla consapevolezza: conoscere il percorso, prepararsi correttamente e scegliere un itinerario adeguato sono elementi essenziali per vivere la montagna riducendo i rischi.

Monte Nerone, donna travolta da una mucca dopo una foratura in bici: arriva l’eliambulanza

Doppio intervento di soccorso il 19 agosto sulle montagne marchigiane. I tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico Marche sono stati impegnati in due distinte operazioni sul Monte Nerone e sul Monte Catria, entrambe concluse con il supporto dell’elisoccorso regionale Icaro 02.

Il primo intervento ha riguardato una donna che, mentre si trovava sul Monte Nerone insieme al marito, è stata urtata da un bovino e spinta contro un muretto. Poco dopo è arrivata una seconda richiesta di soccorso dal Monte Catria per un’altra donna che aveva riportato un trauma alla caviglia sinistra con sospetta frattura.

Monte Nerone, donna urtata da un bovino mentre attraversa una mandria

Il primo incidente si è verificato il 19 agosto sul Monte Nerone, nel Pesarese. La donna si trovava insieme al marito, che si era fermato a causa di una foratura alla bicicletta.

Mentre attraversava a piedi un tratto di strada occupato da una mandria di bovini con vitelli, la donna è stata improvvisamente urtata da uno degli animali. L’impatto l’ha spinta contro un muretto, rendendo necessario l’intervento dei soccorritori.

Sono stati immediatamente attivati i soccorsi e sul posto è intervenuto Icaro 02, l’elisoccorso regionale. Contemporaneamente sono state allertate anche le squadre territoriali del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, pronte a fornire supporto alle operazioni.

La donna, molto spaventata ma cosciente, è stata presa in carico dal personale sanitario. Dopo la prima valutazione è stata quindi trasportata in ambulanza per ulteriori accertamenti.

Secondo intervento sul Monte Catria per una donna ferita alla caviglia

Poco dopo il soccorso sul Monte Nerone, nella stessa giornata del 19 agosto, è arrivata una seconda richiesta di intervento, questa volta dal Monte Catria.

Una donna aveva riportato un trauma alla caviglia sinistra, con il sospetto di una frattura. L’elicottero Icaro 02, che in quel momento si trovava a pochi minuti di volo dalla zona, ha potuto raggiungere rapidamente il luogo dell’incidente.

Una volta arrivato sul posto, il Tecnico di Elisoccorso del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, insieme al medico e all’infermiere dell’equipaggio sanitario, ha raggiunto la donna ferita e ha provveduto alla sua stabilizzazione.

Recupero con un verricello di circa 50 metri

La conformazione del terreno, la zona nella quale si trovava l’infortunata e le sue condizioni hanno reso necessario procedere con un recupero mediante verricello.

È stata quindi effettuata una manovra con un verricello di circa 50 metri, attraverso la quale la donna è stata recuperata e successivamente issata a bordo dell’elicottero.

Dopo il recupero, l’infortunata è stata trasferita in elicottero all’ospedale di Fabriano, dove è stata affidata ai sanitari per ricevere le cure necessarie in seguito al trauma alla caviglia.

Anche per questo secondo intervento erano state preventivamente attivate le squadre territoriali del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, pronte a intervenire a supporto dell’equipaggio dell’elisoccorso.

Due interventi tra Monte Nerone e Monte Catria il 19 agosto

La giornata del 19 agosto è stata dunque caratterizzata da un doppio intervento di soccorso tra Monte Nerone e Monte Catria.

Nel primo caso, sul Monte Nerone, i soccorritori sono intervenuti per assistere la donna urtata da un bovino mentre attraversava il tratto di strada occupato dalla mandria, durante una sosta legata alla foratura della bicicletta del marito.

Nel secondo episodio, invece, l’intervento si è concentrato sul Monte Catria, dove una donna con un trauma alla caviglia sinistra e una sospetta frattura è stata stabilizzata e recuperata attraverso una manovra con verricello prima del trasferimento all’ospedale di Fabriano.

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Entrambe le operazioni, effettuate con l’intervento di Icaro 02 e con l’attivazione delle squadre del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, si sono concluse rapidamente e senza ulteriori criticità

Monte Piselli verso la nuova cabinovia, stanziati 12 milioni per il comprensorio

Nuovo passo avanti per la realizzazione della cabinovia di Monte Piselli e per il rilancio del comprensorio sciistico San Giacomo-Monte Piselli, al confine tra Abruzzo e Marche. La Giunta regionale dell’Abruzzo ha dato seguito all’iter amministrativo per la sostituzione degli impianti esistenti nei territori comunali di Civitella del Tronto e Valle Castellana, in provincia di Teramo.

Per l’intervento è disponibile un finanziamento complessivo di 12 milioni di euro, concesso dal Commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma 2016, Guido Castelli. Beneficiario delle risorse è il Consorzio Turistico dei Monti Gemelli (CO.TU.GE.), mentre la Provincia di Ascoli Piceno ricopre il ruolo di soggetto attuatore.

Il progetto rappresenta uno degli interventi più significativi programmati per il futuro di Monte Piselli e dei Monti Gemelli, con l’obiettivo di rinnovare infrastrutture ormai datate e rafforzare l’offerta turistica e sciistica di un’area montana strategica tra il Teramano e l’Ascolano.

Nuova cabinovia di Monte Piselli: via libera della Giunta regionale

La Giunta regionale d’Abruzzo, riunita il 14 agosto in seduta ordinaria sotto la presidenza del presidente Marco Marsilio, ha approvato il provvedimento che permette di proseguire il percorso amministrativo necessario alla realizzazione della nuova cabinovia.

La proposta è stata sottoposta all’esecutivo regionale dall’assessore alle Infrastrutture e Trasporti Umberto D’Annuntiis.

L’impianto sarà destinato a sostituire quelli attualmente presenti nel comprensorio sciistico San Giacomo-Monte Piselli, interessando direttamente i territori di Civitella del Tronto e Valle Castellana.

Il via libera regionale non rappresenta ancora l’autorizzazione definitiva alla realizzazione dell’opera, ma costituisce un ulteriore passaggio dell’iter previsto per arrivare alle successive procedure autorizzative.

Dove si trova il comprensorio San Giacomo-Monte Piselli

Il comprensorio di San Giacomo-Monte Piselli si sviluppa sul versante settentrionale della Montagna dei Fiori, nel massiccio dei Monti Gemelli, in un territorio posto lungo il confine tra Abruzzo e Marche.

L’area interessata ricade all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ed è utilizzata sia per le attività sciistiche sia per quelle escursionistiche. L’accesso al comprensorio avviene anche attraverso la frazione di San Giacomo.

La posizione rende Monte Piselli un punto di riferimento per un territorio che coinvolge sia la provincia di Teramo sia quella di Ascoli Piceno. Proprio per questa caratteristica sovraregionale, l’intervento vede coinvolti soggetti istituzionali abruzzesi e marchigiani.

Stanziati 12 milioni di euro per la cabinovia di Monte Piselli

Il quadro economico dell’intervento prevede 12 milioni di euro già disponibili per la realizzazione della nuova cabinovia.

Il finanziamento è stato concesso dal Commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma 2016, Guido Castelli, nell’ambito delle risorse destinate ai territori interessati dalla ricostruzione.

La ripartizione dei ruoli vede:

  • il Consorzio Turistico dei Monti Gemelli (CO.TU.GE.) come beneficiario dell’intervento;
  • la Provincia di Ascoli Piceno come soggetto attuatore;
  • la Regione Abruzzo impegnata nell’iter amministrativo e autorizzativo di propria competenza.

L’investimento punta a superare l’attuale situazione degli impianti del comprensorio, attraverso la realizzazione di una struttura moderna e funzionale in grado di offrire nuove prospettive a Monte Piselli e all’intero territorio montano tra Abruzzo e Marche.

Perché la nuova cabinovia è importante per Monte Piselli

La sostituzione degli impianti esistenti è considerata uno degli interventi più rilevanti previsti per il rilancio del comprensorio San Giacomo-Monte Piselli.

Il progetto punta innanzitutto al rinnovamento delle infrastrutture, ma assume una rilevanza più ampia per le prospettive turistiche dell’intera zona. Una cabinovia moderna potrebbe infatti contribuire a rafforzare l’attrattività di Monte Piselli, migliorando l’infrastruttura a servizio delle attività legate alla montagna.

L’obiettivo è quindi restituire prospettive a una delle principali aree montane situate tra il Teramano e l’Ascolano, valorizzando un territorio già frequentato per lo sci e per l’escursionismo.

Il progetto assume inoltre particolare importanza per la sua collocazione geografica: Monte Piselli si trova infatti in un’area di collegamento tra due regioni, Abruzzo e Marche, e tra territori che condividono interessi turistici, ambientali e infrastrutturali.

L’iter non è concluso: ora il passaggio in II Commissione

Nonostante il via libera arrivato dalla Giunta regionale, la procedura per la realizzazione della cabinovia di Monte Piselli non è ancora conclusa.

Il provvedimento sarà ora trasmesso alla II Commissione del Consiglio regionale dell’Abruzzo, chiamata a esprimere il parere previsto dalla normativa.

Si tratta di un passaggio propedeutico alle successive procedure autorizzative. Solo dopo il completamento dei diversi adempimenti amministrativi sarà possibile proseguire concretamente verso la realizzazione del nuovo impianto.

L’approvazione da parte della Giunta consente quindi di avanzare nell’iter, ma non equivale all’apertura immediata del cantiere. Il prossimo passaggio formale sarà proprio l’esame da parte della seconda Commissione consiliare, prima delle ulteriori autorizzazioni necessarie.

L’obiettivo finale resta quello di trasformare i 12 milioni di euro già disponibili in un intervento concreto per il futuro del comprensorio di Monte Piselli.

Monte Piselli, un progetto strategico tra Abruzzo e Marche

La nuova cabinovia si inserisce in un percorso più ampio di rilancio dell’area dei Monti Gemelli e del comprensorio San Giacomo-Monte Piselli.

La sostituzione degli impianti esistenti dovrebbe consentire di dotare l’area di un’infrastruttura più moderna, rafforzando l’offerta turistica e sciistica e creando nuove prospettive per una zona montana che interessa direttamente Civitella del Tronto e Valle Castellana, ma che per posizione e bacino di utenza guarda anche al territorio marchigiano e alla provincia di Ascoli Piceno.

L’investimento da 12 milioni di euro rappresenta quindi uno degli interventi infrastrutturali maggiormente attesi per Monte Piselli. Dopo l’approvazione della Giunta regionale, l’attenzione si sposta ora sui successivi passaggi amministrativi e autorizzativi necessari per arrivare alla realizzazione della cabinovia.

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Roccaraso, avviato anche l’iter per una cestovia a Coppo dell’Orso-Aremogna

Nella stessa seduta, sempre su proposta dell’assessore regionale alle Infrastrutture e Trasporti Umberto D’Annuntiis, la Giunta regionale ha avviato anche l’iter di propria competenza per un altro intervento relativo agli impianti montani abruzzesi.

Si tratta della realizzazione di una cestovia a due posti in località Coppo dell’Orso-Aremogna, a Roccaraso, in provincia dell’Aquila, richiesta dalla F.A.E.R.R. Sas.

Il progetto riguarda esclusivamente un impianto destinato al trasporto di pedoni.

Anche questo provvedimento sarà trasmesso alla seconda Commissione del Consiglio regionale per acquisire il parere previsto dalla normativa, prima di procedere con i successivi passaggi autorizzativi.

Per la cestovia di Roccaraso non sono previsti oneri per il bilancio regionale.

Caldo record sullo Stelvio, stop allo sci estivo

Il caldo record sullo Stelvio ferma lo sci estivo. Le temperature eccezionalmente elevate registrate anche alle quote più alte delle Alpi, unite alla mancanza di un adeguato raffreddamento durante la notte, hanno costretto la Sifas, Società Impianti Funiviari allo Stelvio, a sospendere l’attività sciistica sul ghiacciaio dell’Alta Valtellina.

Lo stop è scattato a Ferragosto, a partire da sabato 15 agosto, e resterà in vigore fino a data da destinarsi. Una decisione definita sofferta ma necessaria, presa soprattutto per ragioni di sicurezza e per l’impossibilità di mantenere condizioni del manto nevoso compatibili con la pratica dello sci.

Lo Stelvio non rappresenta però un caso isolato. Il caldo ha già provocato la sospensione dello sci estivo in altre importanti località alpine, dal Cervino-Zermatt a Saas-Fee, passando per Ponte di Legno-Tonale. Condizioni particolarmente delicate vengono segnalate anche sul Monte Bianco e, più in generale, sull’intero arco alpino europeo.

Stop allo sci estivo sul ghiacciaio dello Stelvio

La decisione riguarda uno dei luoghi simbolo dello sci estivo in Italia. Le condizioni meteorologiche delle ultime settimane hanno progressivamente deteriorato la situazione del ghiacciaio, rendendo impossibile proseguire normalmente l’attività sulle piste.

Sifas ha spiegato che le condizioni presenti in quota “non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo”.

Per questo la società ha comunicato che “l’attività sciistica sul ghiacciaio dello Stelvio è sospesa fino a data da destinarsi. Rimane, invece, attivo il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio”.

La chiusura interessa quindi le piste da sci, mentre le funivie continuano a funzionare e consentono agli escursionisti e ai visitatori di raggiungere il ghiacciaio.

Perché lo Stelvio ha sospeso lo sci: caldo, mancato rigelo e temporali

Alla base della sospensione non c’è soltanto l’aumento delle temperature durante le ore diurne. Il problema principale riguarda la combinazione di diversi fenomeni che stanno incidendo sulle condizioni del ghiacciaio.

Sifas parla di “Una decisione sofferta ma doverosa che si è resa necessaria a causa delle avverse condizioni meteorologiche che interessano l’area nelle ultime settimane”.

Tra le criticità vengono indicate innanzitutto le “Ondate di caldo persistente registrate anche ad alte quote”.

A queste si aggiungono l’assenza di raffreddamento e del rigelo notturno del manto nevoso e i frequenti temporali, che hanno contribuito a compromettere ulteriormente lo stato del ghiacciaio.

La società sottolinea infatti: “Assenza di raffreddamento e rigelo notturno del manto nevoso ma anche frequenti temporali che hanno ulteriormente compromesso lo stato del ghiacciaio. Questi fattori non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo”.

Il mancato rigelo durante la notte assume un’importanza particolare perché le temperature rimangono elevate anche dopo il tramonto. Il manto nevoso non riesce quindi a recuperare condizioni sufficientemente stabili prima della successiva giornata di caldo.

Temperature eccezionali anche ad alta quota

A fotografare la portata dell’anomalia termica sono anche i valori rilevati in montagna. Alla stazione Arpa del ghiacciaio dei Forni, situata a oltre 2.000 metri di quota, sono stati registrati 17 gradi, mentre al Passo Marinelli, a circa 3.000 metri, la temperatura ha raggiunto 9 gradi.

Valori che aiutano a comprendere perché le condizioni dei ghiacciai e delle piste dedicate allo sci estivo siano diventate così difficili.

Il caldo intenso durante il giorno, accompagnato da temperature notturne insufficientemente basse, impedisce infatti al manto nevoso di rigelare adeguatamente. A questo quadro si aggiungono i temporali che hanno interessato le zone alpine e che, secondo Sifas, hanno contribuito a peggiorare ulteriormente le condizioni dello Stelvio.

Quando riapriranno le piste da sci dello Stelvio?

Al momento non esiste una data stabilita per la ripresa dello sci estivo sul ghiacciaio dello Stelvio. La riapertura dipenderà dall’evoluzione delle temperature e dalle condizioni della montagna.

Sifas continuerà a verificare quotidianamente lo stato dell’area: “Il nostro team – hanno aggiunto – continuerà a monitorare costantemente la situazione e le condizioni della montagna nella speranza di un ribasso delle temperature e di un miglioramento dello stato del ghiacciaio. Terremo tempestivamente aggiornati tutti su ogni eventuale riapertura. Ringraziamo per la comprensione e la collaborazione”.

Il personale della società degli impianti continuerà dunque a monitorare la montagna nella speranza che un calo delle temperature possa favorire un miglioramento delle condizioni del ghiacciaio.

Attualmente, tuttavia, non sono state comunicate date per la ripresa dell’attività sciistica.

Sifas ha inoltre ribadito: “Ringraziamo per la comprensione e per la collaborazione. Il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio rimane comunque attivo”.

Non solo Stelvio: stop allo sci estivo anche sul Cervino

Quella dello Stelvio è soltanto una delle chiusure che stanno interessando le località alpine dedicate allo sci durante i mesi più caldi.

Una situazione critica si era già verificata nel comprensorio Cervinia-Zermatt, dove a inizio agosto aveva dovuto fermarsi la stazione del Teodulo.

Sul Cervino lo stop era arrivato il 31 luglio per decisione della Zermatt Bergbahnen, società svizzera che gestisce gli impianti sul ghiacciaio del Teodulo, situato a circa 3.000 metri di quota, al confine con l’Italia.

La chiusura era stata prolungata almeno fino a lunedì 17 agosto.

Anche gli impianti del versante italiano, con partenza da Breuil-Cervinia, sono rimasti aperti fino a Plateau-Rosa, ma esclusivamente per gli escursionisti e non per la pratica dello sci.

Alla fine di luglio Zermatt aveva quindi già dovuto sospendere l’attività sciistica a causa dello scioglimento dei ghiacciai.

Sci estivo sospeso anche a Saas-Fee e Ponte di Legno-Tonale

Problemi analoghi hanno coinvolto altre destinazioni delle Alpi.

Lo sci estivo è stato sospeso fino a nuovo avviso anche a Saas-Fee, nel Canton Vallese, all’inizio della stessa settimana. Un ulteriore segnale delle difficoltà provocate dalle temperature elevate sulle aree sciabili in quota.

Prima dello Stelvio, inoltre, era già arrivata la sospensione dell’attività nel comprensorio di Ponte di Legno-Tonale.

La sequenza delle chiusure evidenzia come la situazione non riguardi una singola località, ma interessi contemporaneamente numerose aree glaciali utilizzate tradizionalmente per lo sci durante l’estate.

Situazione critica anche sul Monte Bianco

Il caldo e le condizioni della montagna stanno creando problemi anche sul Monte Bianco, seppure con conseguenze diverse rispetto alla sospensione dello sci estivo.

Sul versante italiano è stata sospesa la salita, mentre sul lato francese sono stati chiusi per ragioni di sicurezza anche i rifugi Tête Rousse e Goûter.

Prima di Ferragosto, 32 turisti che erano saliti al rifugio hanno dovuto utilizzare, a proprie spese, un elicottero per rientrare.

Il sindaco di Saint-Gervais aveva infatti negato loro il soccorso dopo che i turisti avevano deciso di proseguire la salita nonostante i divieti introdotti per il rischio di frane.

La decisione ha provocato una serie di polemiche in Francia, ancora non terminate.

Caldo sulle Alpi: in Italia non si può più sciare all’aperto

Le elevate temperature non riguardano soltanto lo Stelvio o le stazioni italiane.

La situazione interessa infatti l’intero arco alpino, comprese le località sciistiche di Svizzera, Francia e Austria. Problemi analoghi vengono segnalati anche in Norvegia.

Con le attuali condizioni termiche, in Italia non risulta possibile praticare lo sci estivo sulle piste all’aperto. Una situazione sostanzialmente analoga riguarda le altre località europee tradizionalmente utilizzate durante i mesi estivi.

Le uniche possibilità di sciare in Europa, in questa fase, rimangono quindi le piste indoor.

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Lo sci estivo sempre più condizionato dalle alte temperature

Quella registrata allo Stelvio è una situazione che si è ripresentata anche nelle ultime stagioni, con il caldo sempre più capace di incidere sulla piena funzionalità delle stazioni sciistiche d’alta quota.

Il caso del ghiacciaio dello Stelvio mostra quanto siano determinanti non solo le temperature raggiunte durante il giorno, ma anche le condizioni notturne. Senza un sufficiente abbassamento termico e senza il rigelo del manto nevoso, diventa più difficile mantenere le piste nelle condizioni richieste per garantire qualità e sicurezza.

A Ferragosto, quindi, anche lo Stelvio ha dovuto interrompere lo sci estivo. Le funivie restano operative per raggiungere il ghiacciaio, ma per tornare a sciare sarà necessario attendere un cambiamento delle condizioni meteorologiche e, soprattutto, un calo delle temperature.

Fino ad allora la sospensione resta a tempo indeterminato, con Sifas impegnata nel monitoraggio continuo dello stato della montagna e pronta a comunicare un’eventuale riapertura qualora le condizioni del ghiacciaio tornassero a essere compatibili con la pratica dello sci.