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Glacier 3000: guida a piste, skipass, altitudine e cosa fare

Glacier 3000 è una delle destinazioni di alta quota più particolari delle Alpi svizzere. Si trova sopra Les Diablerets, nel Canton Vaud, e si raggiunge dal Col du Pillon, lungo la strada che collega Les Diablerets alla regione di Gstaad.

Qui il paesaggio cambia rapidamente con la quota: dagli impianti di partenza si sale fino a sfiorare i 3.000 metri, entrando in un ambiente glaciale da cui partono piste molto diverse tra loro, dalle discese più accessibili della parte alta fino ai tracciati lunghi e impegnativi che scendono verso valle.

Tra questi spiccano la Red Run, la Combe d’Audon e soprattutto la Black Wall, diventata famosa per una pendenza massima del 104%.

Glacier 3000 non è però soltanto sci. Il comprensorio ospita anche il Peak Walk by Tissot, percorsi sul ghiacciaio, attività estive e punti panoramici raggiungibili anche da chi non indossa sci o snowboard.

In questa guida vediamo dove si trova Glacier 3000, come arrivare, quali sono le piste principali, l’altitudine, lo skipass, le webcam e cosa fare durante l’inverno e l’estate.

Glacier 3000 in breve

Caratteristica Glacier 3000
Località Les Diablerets, Canton Vaud, Svizzera
Accesso principale Col du Pillon
Stazione superiore Scex Rouge, circa 2.971 m
Area sciabile circa 3.000 – 1.300 m
Stagione invernale 2026/27 7 novembre 2026 – 30 aprile 2027, condizioni permettendo
Piste simbolo Red Run, Combe d’Audon, Black Wall
Pendenza Black Wall 46° / 104%
Snowpark
Magic Pass Valido durante la stagione invernale secondo le condizioni previste
Attrazione panoramica Peak Walk by Tissot

Dove si trova Glacier 3000?

Glacier 3000 si trova nelle Alpes Vaudoises, sopra Les Diablerets, nella Svizzera occidentale.

La porta d’accesso principale al comprensorio è il Col du Pillon, un passo situato tra Les Diablerets e la regione di Gstaad. Da qui partono gli impianti che consentono di raggiungere la zona di Scex Rouge e il settore glaciale.

Il nome Glacier 3000 viene spesso associato direttamente a Gstaad, soprattutto dal punto di vista turistico. L’accesso agli impianti, però, si trova sul versante di Les Diablerets e il comprensorio rappresenta di fatto un punto di collegamento tra più aree delle Alpi Vaudoises.

Se stai organizzando una vacanza nella zona puoi leggere anche la nostra guida su dove sciare a Gstaad.

Come arrivare a Glacier 3000

Per salire a Glacier 3000 bisogna raggiungere la stazione di partenza degli impianti al Col du Pillon.

In auto il passo si trova a pochi minuti da Les Diablerets e a circa una ventina di minuti da Gstaad, a seconda del traffico e delle condizioni stradali.

Nell’area sono presenti parcheggi utilizzati dagli sciatori e dai visitatori diretti agli impianti. Prima della partenza conviene comunque controllare eventuali condizioni e tariffe aggiornate.

Anche chi viaggia con i mezzi pubblici può raggiungere il Col du Pillon. Da Les Diablerets sono disponibili collegamenti in autobus, mentre il paese è collegato alla rete ferroviaria attraverso Aigle.

Dal Col du Pillon si sale verso Scex Rouge attraverso gli impianti a fune, passando dalla stazione intermedia di Cabane. In condizioni normali il trasferimento verso la parte alta richiede circa 15 minuti.

Altitudine di Glacier 3000: da quasi 3.000 a 1.300 metri

La stazione superiore di Scex Rouge si trova a circa 2.971 metri di quota, praticamente sulla soglia dei 3.000 metri che ha dato il nome al comprensorio.

Uno degli aspetti più interessanti di Glacier 3000 è però il grande sviluppo verticale. Durante l’inverno, quando le condizioni lo consentono, si passa dall’ambiente glaciale della parte alta a discese che raggiungono quote molto più basse.

Il risultato è un comprensorio nel quale la situazione della neve può essere molto diversa da un settore all’altro. Mentre in quota si può trovare un ambiente pienamente invernale, le piste che scendono verso valle possono risentire maggiormente di temperatura, esposizione e precipitazioni.

Per questo motivo non bisogna dare per scontato che tutte le discese siano aperte contemporaneamente.

Quando apre Glacier 3000? La stagione sciistica 2026/27

Per la stagione invernale 2026/27, il periodo indicato dal comprensorio va dal 7 novembre 2026 al 30 aprile 2027.

Le date generali della stagione non corrispondono però automaticamente all’apertura di ogni singola pista. Vento, visibilità, quantità di neve e condizioni del manto nevoso possono determinare chiusure temporanee o aperture parziali.

Questo vale soprattutto per le grandi discese verso valle e per i settori più ripidi.

Prima di partire conviene quindi controllare sempre orari e informazioni aggiornate sul sito ufficiale di Glacier 3000.

Le piste di Glacier 3000

Glacier 3000 ha quasi due anime. Nella parte alta prevalgono spazi aperti, ambiente glaciale e tracciati più accessibili; appena si imboccano le grandi discese verso valle cambiano invece pendenza, lunghezza e livello tecnico.

È proprio questo contrasto a rendere interessante il comprensorio. In una stessa giornata si può passare da piste relativamente tranquille a discese che richiedono esperienza e un buon controllo degli sci.

Tra i tracciati più conosciuti ci sono Red Run, Combe d’Audon e Black Wall.

Red Run: una delle grandi discese di Glacier 3000

La Red Run è una delle discese più lunghe del comprensorio. Lo sviluppo complessivo indicato è di circa 8 chilometri, con un dislivello nell’ordine dei 1.700 metri.

Più che il singolo tratto ripido, qui colpisce la continuità della discesa: dalla parte alta si perde quota per diversi chilometri, passando progressivamente dall’ambiente glaciale a un paesaggio completamente diverso.

È quindi una pista da valutare non soltanto in base al colore, ma anche in funzione della lunghezza, delle condizioni della neve e della propria resistenza fisica.

Combe d’Audon: lunga e tecnica

La Combe d’Audon è un’altra delle discese simbolo di Glacier 3000.

Il percorso si sviluppa per circa 7 chilometri e supera i 1.100 metri di dislivello. È una pista che permette di apprezzare molto bene la dimensione verticale del comprensorio e che diventa particolarmente interessante per gli sciatori alla ricerca di tracciati lunghi.

Come per le altre discese verso valle, l’apertura dipende fortemente dalle condizioni della neve.

Black Wall: il muro al 104%

La pista più conosciuta di Glacier 3000 è probabilmente la Black Wall, aperta nella stagione 2022/23 e diventata rapidamente uno dei simboli del comprensorio.

La Black Wall propriamente detta misura circa 3 chilometri, supera approssimativamente 1.000 metri di dislivello e raggiunge nel punto più ripido 46 gradi, equivalenti al 104%.

Quando viene presa in considerazione l’intera discesa che parte dal settore superiore di Glacier 3000 e prosegue verso il Col du Pillon, il percorso complessivo arriva invece a circa 6 chilometri.

Alla pista abbiamo dedicato un approfondimento specifico con dati su pendenza, lunghezza, difficoltà e tunnel di accesso: Black Wall Glacier 3000: guida completa alla pista.

Tunnel di accesso alla Black Wall di Glacier 3000
Tunnel di accesso al settore della Black Wall di Glacier 3000.

Glacier 3000 è adatto anche ai principianti?

Sì, ma non bisogna giudicare l’intero comprensorio osservando soltanto le piste più famose.

La parte alta offre anche tracciati più semplici e aperti, molto diversi dalle discese impegnative che scendono verso valle.

Per uno sciatore alle prime esperienze, la differenza tra i vari settori è quindi fondamentale. Black Wall, Combe d’Audon e le grandi discese non rappresentano il livello medio dell’intero comprensorio.

Chi è ancora poco sicuro sugli sci dovrebbe scegliere con attenzione le piste aperte e verificare sempre difficoltà e condizioni prima di imboccare una discesa verso valle.

Snowpark e freestyle a Glacier 3000

La quota elevata rende Glacier 3000 interessante anche per il freestyle.

Durante parte della stagione viene allestito uno snowpark con strutture che possono cambiare in base alla quantità di neve, al periodo dell’anno e alle condizioni meteorologiche.

Uno dei vantaggi dell’alta quota è la possibilità di utilizzare questo settore già nelle prime fasi dell’inverno, quando molti snowpark più bassi non sono ancora completamente operativi.

Configurazione e apertura vanno comunque verificate prima della visita.

Freeride e sci fuori pista

Il terreno di Glacier 3000 attira anche gli appassionati di freeride, ma è importante distinguere chiaramente gli itinerari fuori pista dalle discese preparate e controllate del comprensorio.

Ci si trova in un ambiente di alta montagna, con presenza di ghiacciai, pendii ripidi e possibili pericoli valanghivi.

Per affrontare itinerari non battuti servono quindi conoscenza del terreno, capacità di valutazione del rischio, attrezzatura specifica e, quando non si conosce la zona, l’accompagnamento di una guida qualificata.

La vicinanza a una funivia o a una pista non rende automaticamente sicuro un itinerario fuori pista.

Skipass Glacier 3000 e Magic Pass

Per utilizzare gli impianti e le piste di Glacier 3000 è possibile acquistare lo relativo skipass.

Prezzi, formule e promozioni possono cambiare nel corso della stagione. Per questo motivo, in una guida destinata a rimanere online nel tempo, è più utile rimandare alla tariffa aggiornata piuttosto che riportare un prezzo che potrebbe diventare obsoleto rapidamente.

Durante la stagione invernale Glacier 3000 rientra inoltre nel circuito Magic Pass, secondo le condizioni previste per l’annata in corso.

Prima della visita puoi controllare prezzi e biglietti sul sito ufficiale.

Webcam Glacier 3000 e situazione piste

A Glacier 3000 le webcam sono particolarmente utili perché permettono di capire immediatamente quanto possano essere diverse le condizioni tra fondovalle e alta quota.

Una giornata apparentemente coperta a Les Diablerets può presentare condizioni completamente diverse vicino a Scex Rouge, così come vento forte o scarsa visibilità in quota possono limitare l’apertura degli impianti anche con bel tempo più in basso.

Prima di partire conviene quindi incrociare webcam, vento, impianti aperti e stato delle piste.

Le immagini aggiornate dei diversi settori sono disponibili nella pagina ufficiale delle webcam di Glacier 3000.

Peak Walk by Tissot: camminare sospesi tra due cime

Una delle esperienze più riconoscibili di Glacier 3000 è il Peak Walk by Tissot.

Camminare sul Peak Walk significa attraversare poco più di cento metri sospesi tra due cime, su una passerella larga appena 80 centimetri.

Nelle giornate limpide lo sguardo arriva dal Cervino al Monte Bianco e fino al gruppo dell’Eiger, del Mönch e della Jungfrau.

Più che una semplice attrazione panoramica, il ponte permette di percepire molto bene l’ambiente d’alta quota: intorno ci sono ghiacciaio, roccia e alcune delle montagne più importanti dell’arco alpino.

L’accessibilità del Peak Walk dipende naturalmente dalle condizioni meteorologiche e dal funzionamento degli impianti.

Glacier Walk: camminare sul ghiacciaio

Chi vuole entrare nell’ambiente glaciale senza sciare può seguire la Glacier Walk, un percorso segnalato nella parte alta di Glacier 3000.

L’itinerario conduce in direzione della Quille du Diable e permette di attraversare a piedi un paesaggio completamente diverso da quello delle normali escursioni alpine.

Il percorso è di circa 3 chilometri all’andata e, a passo normale, occorre grossomodo un’ora per raggiungere la zona finale. Lo stesso tempo va naturalmente considerato per il ritorno.

Anche in questo caso bisogna ricordare che ci si trova in alta montagna: meteo, temperatura e condizioni del fondo possono modificare rapidamente la situazione.

Cosa fare a Glacier 3000 in estate

Quando termina la stagione dello sci alpino, Glacier 3000 continua a essere una destinazione turistica.

Il Peak Walk, le passeggiate in quota e il paesaggio glaciale restano tra i motivi principali per salire anche durante i mesi più caldi.

Quando le condizioni lo consentono è disponibile anche l’Alpine Coaster, una discesa su rotaia che aggiunge un’attività più ludica all’esperienza panoramica.

Visitare Glacier 3000 in estate permette inoltre di osservare da vicino l’evoluzione del ghiacciaio, un tema diventato particolarmente importante negli ultimi anni.

Nel 2026, proprio sul ghiacciaio di Tsanfleuron, è stato sperimentato l’utilizzo di coperture in lana di pecora per valutare possibili alternative naturali ai materiali sintetici impiegati localmente per proteggere neve e ghiaccio.

Ne abbiamo parlato nell’approfondimento: l’esperimento con la lana sul ghiacciaio di Tsanfleuron.

Glacier 3000 o Gstaad: qual è la differenza?

Glacier 3000 e Gstaad vengono spesso associati, ma indicano due realtà differenti.

Gstaad è una località e una regione turistica che comprende diversi settori sciistici. Glacier 3000 è invece un comprensorio di alta quota con accesso principale dal Col du Pillon.

La vicinanza geografica rende Glacier 3000 facilmente raggiungibile anche da chi soggiorna a Gstaad, ma per sciare sulle piste del ghiacciaio bisogna comunque raggiungere il Col du Pillon e utilizzare gli impianti dedicati.

Se l’obiettivo principale sono Black Wall, Red Run o Combe d’Audon, è quindi Glacier 3000 il settore da prendere come riferimento.

Vale la pena sciare a Glacier 3000?

Glacier 3000 è particolarmente interessante per chi apprezza alta quota, grandi dislivelli e piste con caratteristiche molto diverse tra loro.

Il suo punto di forza non è semplicemente il numero di chilometri sciabili. La peculiarità sta nel poter passare, nello stesso comprensorio, da terreni relativamente facili sul ghiacciaio a lunghe discese verso valle e a piste estreme come la Black Wall.

Per uno sciatore esperto, Red Run, Combe d’Audon e Black Wall rappresentano probabilmente gli elementi più interessanti. Per chi non scia, invece, Peak Walk e le attività panoramiche permettono comunque di vivere l’ambiente di alta montagna.

Il principale elemento da considerare è il meteo: in un comprensorio che sfiora i 3.000 metri, vento e visibilità possono incidere in modo significativo sull’esperienza della giornata.

Domande frequenti su Glacier 3000

Dove si trova Glacier 3000?

Glacier 3000 si trova nelle Alpes Vaudoises, sopra Les Diablerets, in Svizzera. L’accesso principale agli impianti è al Col du Pillon, tra Les Diablerets e la regione di Gstaad.

Qual è l’altitudine di Glacier 3000?

La stazione superiore di Scex Rouge si trova a circa 2.971 metri. Durante la stagione sciistica il comprensorio può svilupparsi da quasi 3.000 metri fino a quote molto più basse, in funzione delle piste aperte.

Quando apre Glacier 3000 nella stagione 2026/27?

Il periodo indicato per la stagione invernale 2026/27 va dal 7 novembre 2026 al 30 aprile 2027. Le aperture effettive restano comunque soggette alle condizioni della neve e del meteo.

Quali sono le piste più famose di Glacier 3000?

Tra le discese più conosciute ci sono Red Run, Combe d’Audon e Black Wall. Quest’ultima raggiunge una pendenza massima del 104%.

Glacier 3000 è adatto ai principianti?

Sulla parte alta esistono anche piste relativamente accessibili. Le grandi discese verso valle e la Black Wall richiedono invece maggiore esperienza e una buona tecnica.

Glacier 3000 è a Gstaad?

Glacier 3000 è facilmente raggiungibile da Gstaad, ma l’accesso principale agli impianti si trova al Col du Pillon, sopra Les Diablerets.

Quanto è ripida la Black Wall?

La Black Wall raggiunge nel punto più ripido 46 gradi, pari a circa il 104% di pendenza. Per approfondire puoi leggere la nostra guida completa alla Black Wall.

Il Magic Pass è valido a Glacier 3000?

Glacier 3000 è incluso nel Magic Pass durante la stagione invernale secondo le condizioni previste per la stagione in corso. Prima della visita è sempre consigliabile verificarne la validità aggiornata.

Si può visitare Glacier 3000 senza sciare?

Sì. Tra le attività disponibili anche per chi non scia ci sono il Peak Walk, la Glacier Walk e altre esperienze che variano in base alla stagione e alle condizioni meteorologiche.

Prima di partire per Glacier 3000

Glacier 3000 è un comprensorio di alta montagna e le condizioni possono cambiare rapidamente tra il Col du Pillon e la zona superiore.

Prima della partenza conviene sempre controllare apertura degli impianti, stato delle piste, webcam e vento.

Se vuoi affrontare una pista specifica come Black Wall o Combe d’Audon, verifica direttamente che il tracciato sia aperto: il funzionamento della funivia principale non garantisce automaticamente l’accessibilità di tutte le discese.

Per chi ama le piste più estreme può essere utile anche il nostro approfondimento sulle piste da sci più difficili e spettacolari del mondo.

Fonti ufficiali e informazioni aggiornate

Per verificare aperture, prezzi, webcam e condizioni del comprensorio è sempre consigliabile consultare le informazioni ufficiali prima della partenza:

 

 

 

 

 

 

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Migliori sci All Mountain 2026/2027: 10 modelli per pista e fuoripista

Quali sono i migliori sci All Mountain per la stagione 2026/2027?

Scegliere uno sci All Mountain significa cercare un compromesso: abbastanza preciso e rapido per divertirsi sulle piste battute, ma anche sufficientemente versatile quando la neve diventa morbida, irregolare o si decide di uscire dalla pista.

Per la stagione 2026/2027 abbiamo selezionato 10 sci All Mountain particolarmente interessanti, dai modelli da 84-90 mm più orientati alla pista fino agli sci da 94-96 mm pensati per chi vuole maggiore libertà sulla neve fresca e sui terreni non preparati.

Non si tratta di una classifica assoluta dal primo al decimo posto. Abbiamo preferito individuare modelli con caratteristiche differenti, perché lo sci migliore dipende soprattutto da livello tecnico, peso dello sciatore, velocità, tipo di curva e terreno preferito.

Quali sono i migliori sci All Mountain 2026/2027?

Per chi vuole arrivare subito al punto, possiamo restringere la scelta ad alcuni modelli particolarmente interessanti.

Per chi scia soprattutto in pista: Völkl Mantra 84 e Nordica Enforcer 89.

Per chi cerca il miglior compromesso tra pista e resto della montagna: Fischer Ranger 90.

Per chi vuole maggiore versatilità tra pista e fuoripista: HEAD KORE 94 Ti e Salomon QST 94.

Per chi privilegia neve morbida, agilità e fuoripista: Elan Ripstick 96.

Questa distinzione è più importante del semplice concetto di “migliore sci”, perché sotto l’etichetta All Mountain oggi troviamo modelli con comportamenti molto diversi.

I 10 sci All Mountain da tenere d’occhio nel 2026/2027

Modello Centro Livello indicativo Migliore per
Völkl Mantra 84 84 mm Avanzato/esperto Pista e neve variabile
Rossignol Arcade 88 88 mm Avanzato/esperto Carving e All Mountain
Völkl Mantra 88 88 mm Avanzato/esperto Sciata sportiva
Atomic Maverick 88 CTI circa 88 mm Avanzato/esperto Equilibrio e precisione
Blizzard Anomaly 88 88 mm Avanzato/esperto Stabilità e velocità
Nordica Enforcer 89 89 mm Avanzato/esperto Pista e conduzione
Fischer Ranger 90 90 mm Intermedio+/esperto Sci unico
HEAD KORE 94 Ti 94 mm Avanzato/esperto Versatilità
Salomon QST 94 94 mm Intermedio+/esperto All Mountain e fuoripista
Elan Ripstick 96 circa 96 mm Intermedio+/esperto Neve morbida e freeride

Sci All Mountain: cosa significa davvero?

Uno sci All Mountain è progettato per affrontare condizioni e terreni differenti senza essere specializzato esclusivamente nella pista o nel freeride.

Il concetto sembra semplice, ma la categoria è diventata molto ampia.

Uno sci da 84-86 mm al centro può avere un comportamento molto vicino a quello di un modello sportivo da pista, con il vantaggio di risultare più gestibile quando la neve diventa rovinata.

Tra 88 e 90 mm troviamo probabilmente il cuore della categoria per chi scia prevalentemente nei comprensori: abbastanza stretti per conservare rapidità da spigolo a spigolo, ma sufficientemente larghi per affrontare neve smossa, gobbe e qualche uscita a bordo pista.

Salendo verso 94-96 mm, il comportamento cambia ulteriormente. Aumentano galleggiamento e facilità sulla neve morbida e il confine con il freeride inizia a diventare più sottile.

La larghezza al centro, tuttavia, è soltanto uno degli elementi da valutare.

Rocker, camber, rigidità longitudinale e torsionale, distribuzione del peso, anima in legno e presenza di materiali come Titanal o carbonio possono rendere molto diversi due sci con la stessa larghezza.

Come abbiamo scelto questi sci

Per realizzare questa selezione abbiamo confrontato i modelli presenti nelle collezioni 2026/2027, le caratteristiche dichiarate dai produttori e i test disponibili per i modelli della nuova stagione.

Abbiamo considerato soprattutto quattro aspetti:

  • larghezza e geometria;
  • comportamento prevalente in pista o fuori pista;
  • costruzione e carattere dello sci;
  • livello tecnico al quale il modello è maggiormente adatto.

Non tutti gli sci presenti in questa guida sono stati provati direttamente da SciMarche e non vogliamo quindi presentare questa selezione come uno ski test comparativo.

L’obiettivo è diverso: offrire una guida ragionata ai modelli All Mountain 2026/2027 per aiutare a restringere la scelta prima di un eventuale test sulla neve.

Völkl Mantra 84

84 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: pista, neve compatta, neve variabile

Il Völkl Mantra 84 rappresenta il lato più vicino alla pista della famiglia Mantra.

È uno sci interessante per chi vorrebbe la precisione e la rapidità di un attrezzo sportivo, ma non vuole essere vincolato esclusivamente alla pista perfettamente preparata.

Gli 84 mm sotto il piede lo rendono rapido nei cambi di spigolo. La geometria multi-raggio permette invece di variare maggiormente il tipo di curva rispetto a uno sci molto specialistico.

Il suo terreno naturale rimane la pista, soprattutto quando si vuole sciare in conduzione, ma offre maggiore libertà quando il fondo diventa irregolare o la neve si accumula tra una pista e l’altra.

A chi consigliamo il Völkl Mantra 84

A uno sciatore tecnicamente evoluto che trascorre la maggior parte della giornata sulle piste e vuole fare il passo verso l’All Mountain senza acquistare uno sci troppo largo.

Rossignol Arcade 88

88 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: pista, carving e neve variabile

Con l’Arcade 88, Rossignol propone un All Mountain decisamente orientato alla pista.

La larghezza di 88 mm mantiene una buona rapidità nel passaggio da una lamina all’altra, mentre la struttura importante permette di sostenere una sciata energica.

È uno sci adatto soprattutto a chi ama condurre e vuole mantenere una sensazione precisa sotto i piedi.

Rispetto a uno sci tradizionale da pista offre però maggiore adattabilità quando il manto diventa meno uniforme.

Non è il modello che sceglieremmo pensando principalmente alla neve fresca: il suo punto di forza rimane la capacità di unire sensazioni da pista e maggiore versatilità.

A chi consigliamo il Rossignol Arcade 88

A chi arriva da sci sportivi o da pista e cerca qualcosa di più polivalente senza rinunciare a precisione e sostegno.

Völkl Mantra 88

88 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: All Mountain sportivo

Rispetto al Mantra 84, il Völkl Mantra 88 si sposta maggiormente verso il centro della categoria All Mountain.

Quei pochi millimetri aggiuntivi possono sembrare poco importanti sulla carta, ma contribuiscono a rendere lo sci più adatto alla neve smossa e ai terreni non preparati.

Il carattere rimane comunque sportivo.

È uno sci che apprezza uno sciatore attivo e una buona tecnica, offrendo in cambio stabilità, presa di spigolo e la possibilità di variare il raggio di curva.

Non lo consideriamo necessariamente la scelta più semplice per un intermedio, ma può diventare un eccellente sci unico per chi possiede già una tecnica solida.

A chi consigliamo il Völkl Mantra 88

A sciatori avanzati ed esperti che cercano uno sci preciso e potente ma vogliono più libertà rispetto a un modello prevalentemente da pista.

Atomic Maverick 88 CTI

Circa 88 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: pista, gobbe e All Mountain

L’Atomic Maverick 88 CTI cerca un equilibrio interessante tra precisione e versatilità.

La costruzione combina anima in legno, Titanal e carbonio, mentre la spatola è progettata per offrire maggiore superficie quando lo sci incontra neve più morbida.

Il risultato è un modello che conserva un buon carattere sulla neve compatta ma non obbliga lo sciatore a restare sulle piste preparate.

Rispetto ad alcuni sci molto potenti presenti in questa guida può risultare leggermente più accessibile e meno affaticante durante un’intera giornata.

A chi consigliamo l’Atomic Maverick 88 CTI

A chi cerca un All Mountain sportivo e preciso ma non vuole necessariamente uno sci estremamente rigido o impegnativo.

Blizzard Anomaly 88

88 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: stabilità, velocità e neve variabile

Il Blizzard Anomaly 88 punta molto sulla sensazione di solidità sotto i piedi.

La costruzione con anima in legno e rinforzi metallici è pensata per mantenere lo sci stabile quando aumenta la velocità e quando il terreno non è più perfettamente regolare.

È un All Mountain con una chiara preferenza per lo sciatore che ama guidare lo sci piuttosto che lasciarlo semplicemente scorrere.

Dà il meglio sulla pista e sulla neve trasformata, pur permettendo di affrontare anche terreni differenti.

A chi consigliamo il Blizzard Anomaly 88

A sciatori con buona tecnica che cercano soprattutto stabilità e sostegno e che non hanno paura di uno sci con una struttura importante.

Nordica Enforcer 89

89 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: pista, neve dura e conduzione

L’Enforcer 89 continua a essere uno dei modelli più interessanti per chi interpreta l’All Mountain partendo principalmente dalla pista.

Il carattere è deciso: buona presa di spigolo, stabilità quando aumenta la velocità e una struttura che premia una sciata tecnicamente corretta.

Gli 89 mm sotto il piede gli consentono comunque di affrontare neve meno compatta e situazioni differenti da quelle della pista perfettamente battuta.

È però importante non lasciarsi ingannare dalla definizione All Mountain: l’Enforcer 89 rimane uno sci che preferisce uno sciatore presente e capace di trasmettere energia all’attrezzo.

A chi consigliamo il Nordica Enforcer 89

A sciatori avanzati ed esperti che sciano prevalentemente in pista e vogliono stabilità e precisione senza scegliere uno sci specialistico.

Fischer Ranger 90

90 mm al centro
Livello: intermedio evoluto – esperto
Ideale per: chi vuole un solo paio di sci

Il Fischer Ranger 90 è forse il modello che rappresenta meglio il concetto tradizionale di All Mountain.

Non è così stretto da comportarsi quasi esclusivamente come uno sci da pista e non è così largo da penalizzare troppo la rapidità sulla neve dura.

I 90 mm al centro rappresentano un compromesso particolarmente interessante.

Il Ranger riesce a muoversi bene tra pista, neve rovinata, gobbe e terreni meno preparati e non richiede necessariamente una sciata aggressiva in ogni momento.

Per questo motivo può interessare un pubblico piuttosto ampio.

A chi consigliamo il Fischer Ranger 90

A chi cerca realmente uno sci unico con cui affrontare gran parte della stagione senza privilegiare in maniera eccessiva pista o fuoripista.

HEAD KORE 94 Ti

94 mm al centro
Livello: avanzato – esperto
Ideale per: versatilità tra pista e fuoripista

Con il HEAD KORE 94 Ti entriamo nella fascia degli All Mountain più larghi.

I 94 mm sotto il piede offrono una superficie maggiore sulla neve morbida, ma la costruzione mantiene caratteristiche che permettono di utilizzare lo sci con soddisfazione anche sulle piste.

È proprio questo equilibrio a renderlo interessante.

Rispetto ad alcuni modelli da 94-96 mm molto orientati al freeride, il KORE mantiene un buon comportamento quando si torna sul terreno battuto.

Allo stesso tempo risulta più mobile e adatto ai terreni variabili rispetto a molti All Mountain fortemente orientati al carving.

A chi consigliamo il HEAD KORE 94 Ti

A chi divide realmente la giornata tra pista e terreni non preparati e vuole un modello sufficientemente strutturato senza arrivare a uno sci esclusivamente da freeride.

Salomon QST 94

94 mm al centro
Livello: intermedio evoluto – esperto
Ideale per: All Mountain, gobbe e fuoripista

Il Salomon QST 94 interpreta l’All Mountain in maniera differente rispetto a molti modelli più stretti presenti in questa guida.

Ha un carattere meno legato alla conduzione pura e maggiormente orientato alla libertà di movimento.

I 94 mm al centro, insieme a un profilo pensato per affrontare terreni diversi, lo rendono particolarmente piacevole quando si abbandona la pista battuta.

Rimane comunque sufficientemente gestibile sulla pista da poter diventare il principale sci della stagione per chi non cerca prestazioni da race carving.

È anche uno dei modelli della nostra selezione che può adattarsi a una gamma abbastanza ampia di sciatori.

A chi consigliamo il Salomon QST 94

A chi ama alternare piste, gobbe, bordo pista e neve fresca e cerca un All Mountain con una chiara predisposizione verso i terreni non preparati.

Elan Ripstick 96

Circa 96 mm al centro
Livello: intermedio evoluto – esperto
Ideale per: neve morbida, agilità e freeride

L’Elan Ripstick 96 è lo sci più orientato alla neve morbida tra quelli scelti per questa guida.

La costruzione fa largo uso del carbonio con l’obiettivo di contenere il peso e mantenere lo sci agile.

Questa caratteristica diventa particolarmente interessante nel fuoripista, nei cambi di direzione e nei terreni dove un attrezzo molto pesante può risultare più faticoso.

La larghezza intorno ai 96 mm offre inoltre un galleggiamento superiore rispetto ai modelli da 84-90 mm.

Naturalmente c’è un compromesso: sulla pista dura non avrà la stessa rapidità da spigolo a spigolo di un Mantra 84 o di un Arcade 88.

A chi consigliamo l’Elan Ripstick 96

A chi cerca un unico sci ma considera neve fresca e fuoripista una componente importante delle proprie giornate sulla neve.

Quale larghezza scegliere: 84, 88, 90, 94 o 96 mm?

La larghezza al centro può aiutare molto a restringere la scelta.

Da 84 a 86 mm: soprattutto pista

È la fascia adatta a chi vuole entrare nel mondo All Mountain mantenendo sensazioni molto vicine a quelle di uno sci sportivo da pista.

La rapidità nei cambi di spigolo rimane elevata e la maggiore versatilità si nota soprattutto quando la neve peggiora nel corso della giornata.

Da 87 a 90 mm: il compromesso più interessante

Per molti sciatori europei questa è probabilmente la fascia più equilibrata.

Uno sci da 88-90 mm può ancora essere molto divertente in conduzione, ma offre maggiore libertà su neve rovinata, primaverile o leggermente fresca.

È la larghezza che prenderei in considerazione per prima se l’obiettivo è avere un solo paio di sci per gran parte della stagione.

Da 94 a 96 mm: più libertà fuori pista

Qui il vantaggio sulla neve morbida diventa evidente.

Uno sci da 94-96 mm offre maggiore superficie e tende a muoversi meglio quando il terreno non è preparato.

Il rovescio della medaglia è una minore rapidità nei continui cambi di spigolo sulla neve molto compatta.

Per questo motivo ha più senso per chi utilizza realmente lo sci anche fuori pista e non semplicemente per chi vuole un All Mountain perché è una categoria di moda.

Quale sci All Mountain scegliere per le Marche e l’Appennino?

Per chi scia prevalentemente nelle Marche e più in generale sull’Appennino, la scelta dello sci All Mountain merita qualche considerazione in più.

Se la maggior parte delle giornate viene trascorsa sulle piste preparate, un modello eccessivamente largo può offrire vantaggi limitati.

Durante una stessa giornata si possono invece incontrare condizioni molto differenti: neve compatta nelle prime ore, tratti più morbidi con l’aumento delle temperature, cumuli e neve trasformata nel pomeriggio.

In situazioni di questo tipo uno sci tra 84 e 90 mm al centro può essere particolarmente efficace.

Per chi scia quasi sempre in pista guarderemmo soprattutto a Völkl Mantra 84, Rossignol Arcade 88 e Nordica Enforcer 89.

Per chi desidera maggiore versatilità, il Fischer Ranger 90 rappresenta probabilmente il compromesso più interessante della selezione.

Un modello da 94-96 mm come HEAD KORE 94 Ti, Salomon QST 94 o Elan Ripstick 96 ha invece più senso per lo sciatore che cerca attivamente neve fresca, bordo pista e terreni non preparati.

In altre parole, non sempre “più largo” significa “migliore”.

Per un utilizzo prevalentemente appenninico, spesso è più importante trovare il giusto equilibrio tra presa di spigolo, maneggevolezza e capacità di adattarsi alla neve variabile.

Quale sci All Mountain scegliere per le Alpi?

Sulle Alpi la scelta di uno sci All Mountain può spostarsi leggermente verso modelli più larghi, soprattutto per chi non limita la propria giornata alle piste battute.

I grandi comprensori alpini permettono infatti di incontrare una varietà di condizioni molto ampia: piste dure nelle prime ore del mattino, neve trasformata sui versanti esposti al sole, accumuli di neve fresca, gobbe, lunghi tratti di neve smossa e, per chi ha esperienza e condizioni di sicurezza adeguate, terreno fuoripista.

Questo non significa però che sulle Alpi serva necessariamente uno sci molto largo.

Chi trascorre quasi tutta la giornata sulle piste preparate può continuare a preferire la fascia tra 84 e 90 mm, soprattutto se ama il carving e vuole uno sci rapido da spigolo a spigolo. Völkl Mantra 84, Rossignol Arcade 88, Nordica Enforcer 89 e Atomic Maverick 88 CTI rimangono quindi scelte molto valide anche nei comprensori alpini.

Per chi cerca invece il classico sci unico da portare sulle Alpi per tutta la stagione, la fascia intorno ai 88-94 mm diventa particolarmente interessante.

Un Fischer Ranger 90 offre un buon equilibrio per chi alterna soprattutto pista e neve variabile, mentre un HEAD KORE 94 Ti o un Salomon QST 94 concedono qualcosa in più quando si incontrano neve fresca e terreni non preparati.

I 94-96 mm iniziano ad avere ancora più senso per chi frequenta comprensori dove il fuoripista e la neve fresca fanno realmente parte delle proprie giornate sugli sci.

In questo caso l’Elan Ripstick 96 può risultare particolarmente interessante grazie alla maggiore superficie e a un carattere orientato alla maneggevolezza sulla neve morbida.

Possiamo quindi sintetizzare così:

  • prevalentemente pista sulle Alpi: 84-89 mm;
  • pista e terreno variabile: 88-92 mm circa;
  • vero utilizzo All Mountain tra pista e fuoripista: 90-96 mm;
  • maggiore attenzione a neve fresca e freeride: 94-96 mm e oltre, entrando progressivamente in una categoria più vicina al freeride.

Anche in ambiente alpino è però importante non scegliere uno sci largo soltanto pensando alla giornata perfetta dopo una nevicata.

Se per la maggior parte della stagione si scia sulle piste, un modello più stretto può risultare più divertente e meno faticoso nell’utilizzo quotidiano.

Per chi invece alterna realmente piste e terreno non preparato, le Alpi sono probabilmente il contesto in cui uno sci All Mountain da 90-96 mm riesce a esprimere meglio la propria versatilità.

Qual è il miglior sci All Mountain per la pista?

Se la pista rappresenta la priorità, nella nostra selezione restringeremmo la scelta a Völkl Mantra 84, Rossignol Arcade 88 e Nordica Enforcer 89.

Il Mantra 84 è il più stretto e quello che si avvicina maggiormente al comportamento di uno sci sportivo.

Arcade 88 ed Enforcer 89 aggiungono invece qualche millimetro e una maggiore capacità di affrontare condizioni variabili mantenendo una forte impronta da pista.

Qual è il miglior All Mountain da 90 mm?

Il Fischer Ranger 90 è una delle opzioni più interessanti per chi cerca un equilibrio reale.

La sua caratteristica più importante non è eccellere in una singola situazione, ma riuscire a comportarsi bene in molte condizioni differenti.

Per chi vuole acquistare un solo sci e non ha esigenze particolarmente orientate al freeride, è uno dei modelli da prendere seriamente in considerazione.

Meglio uno sci da 88 o da 94 mm?

Dipende soprattutto da quanto tempo si trascorre fuori pista.

Se la maggior parte della giornata viene passata sulle piste battute, 88 mm sono generalmente più razionali: lo sci sarà più rapido nei cambi di spigolo e più immediato sulla neve dura.

Se invece neve fresca e terreni non preparati rappresentano una parte importante della giornata, 94 mm offrono maggiore superficie e versatilità.

Non bisogna quindi scegliere la larghezza pensando soltanto alle giornate migliori, ma alle condizioni che si incontrano più frequentemente durante l’intera stagione.

Gli sci All Mountain vanno bene anche per uno sciatore intermedio?

Sì, ma bisogna scegliere il modello corretto.

“All Mountain” descrive il terreno di utilizzo, non necessariamente il livello tecnico richiesto.

Alcuni sci di questa guida, come Nordica Enforcer 89 o Völkl Mantra 88, hanno un carattere piuttosto strutturato e danno il meglio con sciatori avanzati.

Altri modelli, come Fischer Ranger 90, Salomon QST 94 o Elan Ripstick 96, possono risultare più accessibili a uno sciatore intermedio evoluto.

Oltre alla scelta del modello è fondamentale scegliere correttamente anche la lunghezza.

All Mountain o freeride: qual è la differenza?

Non esiste un confine preciso, ma generalmente uno sci All Mountain mantiene una maggiore attenzione alle prestazioni sulla pista battuta.

Uno sci freeride tende invece a essere più largo, ad avere più rocker e a privilegiare galleggiamento e maneggevolezza sulla neve fresca.

Nella zona dei 94-100 mm le due categorie iniziano inevitabilmente a sovrapporsi.

Un Salomon QST 94 o un Elan Ripstick 96, per esempio, possono essere considerati All Mountain con una forte vocazione freeride.

Quale All Mountain scegliere nel 2026/2027?

Ricapitolando, la scelta dovrebbe partire soprattutto dall’utilizzo reale.

Se cerchi precisione e prestazioni prevalentemente in pista, guarderei a Völkl Mantra 84, Rossignol Arcade 88 e Nordica Enforcer 89.

Se vuoi uno sci unico molto equilibrato, il Fischer Ranger 90 è uno dei modelli più interessanti.

Se vuoi dividere maggiormente il tempo tra pista e fuoripista, HEAD KORE 94 Ti e Salomon QST 94 offrono maggiore libertà.

Se invece vuoi privilegiare neve morbida, agilità e terreni non preparati, Elan Ripstick 96 diventa particolarmente interessante.

Non esiste quindi un vincitore assoluto.

Il miglior sci All Mountain è quello che corrisponde alle condizioni nelle quali si scia realmente, non quello con la scheda tecnica più impressionante.

E quando è possibile, rimane valido il consiglio più semplice: provare gli sci prima di acquistarli.

Uno ski test permette di capire in poche discese se rigidità, lunghezza, raggio e comportamento generale dello sci sono compatibili con il proprio modo di sciare. Nessuna tabella tecnica può sostituire completamente questa sensazione.

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Millie Bobby Brown e Jake Bongiovi, vacanza in famiglia sulle Dolomiti con la figlia

Fonte: instagram @milliebobbybrown

Millie Bobby Brown e Jake Bongiovi hanno scelto le Dolomiti per trascorrere alcuni giorni di vacanza insieme alla loro figlia. La star di Stranger Things ha condiviso sui social fotografie e brevi video del soggiorno in Italia, offrendo ai fan un raro sguardo sulla sua vita familiare.

Il post, pubblicato il 7 settembre, mostra diversi momenti trascorsi tra i paesaggi montani del Nord Italia. A catturare maggiormente l’attenzione è stato un breve filmato in cui Brown cammina tenendo in braccio la bambina, mentre il marito Jake Bongiovi procede accanto a loro.

Il volto della piccola, tuttavia, non viene mostrato, in linea con la scelta della coppia di proteggerne l’identità.

Millie Bobby Brown e Jake Bongiovi sulle Dolomiti con la figlia

La vacanza italiana rappresenta una delle rare occasioni in cui Millie Bobby Brown condivide pubblicamente un momento trascorso con tutta la famiglia.

Brown e Bongiovi, figlio del musicista Jon Bon Jovi, sono diventati genitori dopo aver adottato la loro bambina nell’agosto 2025. Da allora hanno mantenuto un profilo molto riservato, evitando di diffondere il suo nome o immagini nelle quali sia possibile riconoscerla.

Anche i nuovi contenuti pubblicati durante il soggiorno sulle Dolomiti rispettano questa scelta: la bambina compare accanto ai genitori, ma senza che il suo volto venga esposto sui social.

Perché Millie Bobby Brown protegge la privacy della figlia

Millie Bobby Brown ha spiegato in passato di voler lasciare alla figlia la possibilità di decidere autonomamente, una volta cresciuta, quale rapporto avere con la notorietà.

La scelta di non mostrarne il volto nasce quindi dal desiderio di non imporle fin dall’infanzia un’esposizione pubblica legata alla fama dei genitori.

Per l’attrice si tratta di un tema particolarmente importante anche alla luce della propria esperienza personale. Brown ha iniziato a lavorare giovanissima ed è cresciuta sotto gli occhi del pubblico internazionale, raggiungendo una notorietà globale grazie soprattutto a Stranger Things.

La gestione della vita privata della figlia riflette dunque il tentativo di offrirle maggiore libertà rispetto al modo in cui vorrà affrontare, in futuro, l’attenzione mediatica.

Millie Bobby Brown e Jake Bongiovi: il matrimonio e l’adozione

Millie Bobby Brown e Jake Bongiovi si sono sposati nel 2024. L’anno successivo hanno annunciato l’arrivo della loro bambina, adottata nell’agosto del 2025.

Fin dall’inizio della loro esperienza come genitori, i due hanno scelto di mantenere la famiglia lontana da un’eccessiva esposizione pubblica.

Le immagini della vacanza sulle Dolomiti costituiscono quindi un’eccezione significativa, perché permettono di vedere la coppia in una dimensione quotidiana e familiare senza modificare il livello di riservatezza adottato nei confronti della figlia.

Come la maternità ha cambiato la carriera di Millie Bobby Brown

Il viaggio in Italia arriva dopo alcune dichiarazioni di Millie Bobby Brown su quanto la maternità abbia modificato anche il suo rapporto con il lavoro.

Durante la promozione di Enola Holmes 3, l’attrice ha raccontato che oggi la figlia occupa un posto importante nelle sue scelte professionali.

Brown non valuta più un nuovo progetto soltanto in base al ruolo o alle opportunità di carriera, ma presta maggiore attenzione anche al significato delle storie che decide di raccontare.

L’obiettivo è partecipare a film e interpretare personaggi che possano lasciare qualcosa alla figlia e alle ragazze più giovani, offrendo allo stesso tempo un esempio alle future generazioni di attrici, registe e sceneggiatrici.

La maternità ha quindi contribuito a ridefinire le priorità dell’attrice: il successo personale non è più l’unico criterio con cui considera un nuovo progetto, perché Brown guarda anche al messaggio che il proprio lavoro può trasmettere.

Una rara immagine della vita familiare di Millie Bobby Brown

Le fotografie e i video condivisi dalle Dolomiti raccontano una fase molto diversa della vita di Millie Bobby Brown rispetto a quella con cui il pubblico l’ha conosciuta.

Accanto alla carriera cinematografica e televisiva, l’attrice mostra oggi anche alcuni frammenti della propria quotidianità come moglie e madre, pur continuando a stabilire confini precisi tra dimensione pubblica e privata.

La vacanza italiana con Jake Bongiovi e la figlia diventa così uno dei pochi momenti familiari condivisi con i fan: un piccolo scorcio della loro vita insieme tra le montagne, senza rinunciare alla tutela della bambina e alla scelta di lasciarla crescere lontano dai riflettori.

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Fiastra, due escursionisti restano bloccati alla Grotta dei Frati: recuperati dal Soccorso Alpino

Intervento di soccorso nel territorio di Fiastra, nell’area della Grotta dei Frati, per due escursionisti di circa vent’anni che nel pomeriggio di mercoledì 9 settembre si sono trovati impossibilitati a continuare l’escursione.

I giovani erano finiti in un punto particolarmente difficile da superare dopo essersi allontanati dal normale percorso. Non potendo procedere in avanti né affrontare in sicurezza il tragitto a ritroso, hanno chiesto aiuto.

Sul posto sono state quindi mobilitate le squadre del Soccorso Alpino e Speleologico Marche e dei Vigili del Fuoco. I due ragazzi sono stati raggiunti e riportati in sicurezza mediante un intervento con le corde. Entrambi erano in buone condizioni e, terminate le operazioni, sono stati accompagnati fino alle automobili.

Cosa è successo alla Grotta dei Frati

La disavventura si è verificata durante un’escursione nell’area della Grotta dei Frati, una zona del territorio di Fiastra attraversata dall’ambiente naturale del Fiastrone.

Secondo quanto ricostruito, i due ragazzi avevano superato il corso d’acqua nei pressi del Fiastrone e avevano poi scelto di continuare sull’altra sponda con l’obiettivo di risalire verso il monastero.

Nel farlo, però, si sono ritrovati al di fuori del sentiero normalmente utilizzato dagli escursionisti.

Il terreno affrontato durante la risalita si è progressivamente fatto più complesso, fino a condurre i giovani in un punto ripido e particolarmente impervio.

A quel punto continuare avrebbe comportato dei rischi, mentre anche tornare sui propri passi non risultava più una soluzione praticabile in condizioni di sicurezza.

La chiamata ai soccorsi da parte dei due escursionisti

Compresa la difficoltà della situazione, i due ventenni hanno deciso di non tentare ulteriori spostamenti e hanno contattato i soccorritori.

L’allarme ha attivato il Soccorso Alpino e Speleologico Marche, con il supporto dei Vigili del Fuoco.

Le operazioni sono iniziate intorno alle 18.30. La posizione in cui si trovavano i ragazzi richiedeva infatti un intervento adeguato alle caratteristiche del terreno e non consentiva un semplice recupero a piedi.

Le squadre impegnate nell’intervento hanno raggiunto i due escursionisti dopo circa un’ora dall’avvio delle operazioni.

Recupero con le corde da parte del Soccorso Alpino

Una volta arrivati nel punto in cui i giovani erano rimasti fermi, i soccorritori hanno organizzato le manovre necessarie per farli uscire dall’area più problematica.

A causa della pendenza e delle difficoltà del tratto, il recupero è stato effettuato utilizzando tecniche con le corde, così da consentire ai due ragazzi di superare il passaggio senza correre ulteriori rischi.

L’intervento del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, svolto con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, ha permesso di trasferire entrambi verso un punto sicuro.

I ragazzi non avevano riportato conseguenze fisiche e le loro condizioni non destavano preoccupazione.

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I due giovani riportati sul sentiero e accompagnati alle auto

Superato il tratto più difficile, i due escursionisti sono stati ricondotti sul percorso e affidati alle squadre che li hanno assistiti anche nell’ultima parte del rientro.

I soccorritori li hanno quindi accompagnati fino alle rispettive autovetture, permettendo loro di concludere senza conseguenze una disavventura iniziata dopo l’attraversamento del corso d’acqua nei pressi del Fiastrone.

Le attività di soccorso, partite nel tardo pomeriggio, si sono concluse nel corso della serata.

L’episodio ha richiesto l’intervento congiunto del Soccorso Alpino e Speleologico Marche e dei Vigili del Fuoco, chiamati a operare in una zona difficile della Grotta dei Frati, nel territorio di Fiastra, per riportare in sicurezza i due giovani escursionisti.

Huawei lancia Watch GT 7: tra le nuove funzioni anche la discesa sugli sci

Huawei amplia la propria offerta di smartwatch con HUAWEI WATCH GT 7 e HUAWEI WATCH GT 7 Pro, due dispositivi pensati per chi cerca un wearable capace di accompagnare sia l’attività sportiva sia l’utilizzo quotidiano. La nuova generazione introduce aggiornamenti importanti per gli sport outdoor, con particolare attenzione a sci, snowboard e ciclismo, senza trascurare autonomia, salute e pagamenti contactless.

Una delle novità più interessanti riguarda proprio gli sport invernali. WATCH GT 7 non si limita infatti a registrare una generica sessione sulla neve, ma può raccogliere informazioni specifiche sulla discesa: velocità, distanza, dislivello, curve affrontate e forza G. Il sistema riesce inoltre a riconoscere i momenti in cui lo sciatore è realmente in movimento e a separarli dalle pause o dalle risalite.

La serie GT rappresenta da diversi anni uno dei principali punti di riferimento della strategia Huawei nel settore wearable. Dopo le limitazioni statunitensi introdotte nel 2019, che hanno ridotto l’accesso ai servizi Google sui nuovi smartphone del produttore, Huawei ha progressivamente rafforzato la propria presenza nel mercato dei dispositivi indossabili, dagli smartwatch alle cuffie.

WATCH GT 7 raccoglie quindi l’eredità della precedente generazione GT 6, cercando di migliorare soprattutto tre aspetti: durata della batteria, precisione del monitoraggio sportivo e quantità di informazioni disponibili direttamente dal polso.

HUAWEI WATCH GT 7: due dimensioni e diverse configurazioni

La gamma WATCH GT 7 viene proposta in due misure, 41 e 46 millimetri, permettendo di scegliere il formato più adatto alla dimensione del polso e alle proprie preferenze estetiche.

Per il modello da 46 mm sono previste, tra le configurazioni presentate, le colorazioni giallo, blu e nero. La variante da 41 mm viene invece proposta nelle tonalità azzurro, rosa e grigio perla.

La versione HUAWEI WATCH GT 7 Pro punta maggiormente sull’aspetto sportivo e sui materiali premium ed è disponibile nelle colorazioni giallo, verde e nero.

Nel GT 7 Pro da 46 mm Huawei utilizza il titanio per la struttura centrale dell’orologio, mentre la parte che circonda il quadrante è realizzata con una ceramica nano-tech progettata per resistere meglio ai graffi.

Cambiano anche alcuni dettagli legati al cinturino. Il sistema HUAWEI EasyCross, utilizzato con il cinturino in fluoroelastomero, consente di sistemarne l’estremità in maniera più aderente al polso. Una soluzione pensata per evitare parti sporgenti durante corsa, ciclismo o altre attività in movimento.

Fino a 21 giorni di autonomia con una sola carica

L’autonomia è uno degli elementi sui quali Huawei punta maggiormente con la serie WATCH GT 7.

Molti smartwatch richiedono una ricarica quotidiana o comunque molto frequente. Questo può diventare un limite soprattutto per chi vuole sfruttare il dispositivo anche durante la notte per monitorare il sonno.

Huawei cerca di ridurre il problema adottando batterie al silicio ad alta densità, una tecnologia che permette di aumentare la capacità energetica mantenendo dimensioni compatibili con quelle di un orologio.

Sul modello WATCH GT 7 da 41 mm, l’autonomia dichiarata dal produttore può raggiungere 14 giorni in condizioni di utilizzo leggero.

Per la versione WATCH GT 7 da 46 mm si arriva invece fino a 21 giorni, sempre considerando uno scenario di utilizzo leggero.

Lo stesso valore massimo di 21 giorni viene dichiarato anche per HUAWEI WATCH GT 7 Pro da 46 mm.

Naturalmente si tratta di valori massimi. L’autonomia reale cambia in funzione del tipo di utilizzo: GPS, allenamenti frequenti, monitoraggio continuo, luminosità del display e altre funzioni possono aumentare i consumi e ridurre il tempo tra una ricarica e l’altra.

Una maggiore durata consente però di utilizzare più facilmente lo smartwatch anche durante il sonno, evitando di dover scegliere tra monitoraggio notturno e ricarica del dispositivo.

La grande novità è lo sci: WATCH GT 7 analizza la discesa

Tra gli aggiornamenti più rilevanti della nuova generazione figurano gli strumenti dedicati agli sport invernali.

Huawei introduce nuove modalità per sci e snowboard, comprese attività praticate in strutture indoor. L’obiettivo è consentire allo smartwatch di riconoscere e analizzare questo tipo di allenamento anche quando non ci si trova su una tradizionale pista all’aperto.

Il dispositivo utilizza i propri sensori per interpretare movimenti, posizione del corpo e variazioni di quota. In questo modo riesce a ricostruire l’attività anche quando il GPS non offre una copertura sufficiente.

Durante una sessione di sci o snowboard, WATCH GT 7 può raccogliere diversi parametri, tra cui:

  • distanza percorsa;
  • velocità;
  • dislivello complessivo affrontato in discesa;
  • durata effettiva dell’attività.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda proprio il calcolo del tempo.

Lo smartwatch non considera infatti tutta la permanenza sulla neve come una singola sessione continua, ma cerca di capire quando l’utente sta realmente sciando e quando, invece, si trova fermo oppure sta tornando a monte.

Il tempo trascorso su una seggiovia o su un altro impianto di risalita viene quindi distinto dalle fasi di discesa. Lo stesso principio viene applicato agli allenamenti indoor, dove il sistema è in grado di separare l’esercizio effettivo dai momenti trascorsi sui tapis roulant dedicati alla simulazione dello sci.

WATCH GT 7 conta le curve e ne calcola il raggio

Huawei ha deciso di approfondire ulteriormente l’analisi dello sci introducendo strumenti che vanno oltre i classici valori di velocità e distanza.

Durante una discesa all’aperto lo smartwatch può individuare le curve effettuate dallo sciatore.

Il sistema distingue tra curve brevi e curve medio-lunghe, registra quante ne vengono effettuate e ne stima anche il raggio.

Per uno sciatore esperto queste informazioni possono diventare un ulteriore parametro attraverso il quale valutare il proprio stile e confrontare sessioni differenti.

Secondo Huawei, quella implementata sulla nuova serie è la prima funzione del settore dedicata al rilevamento delle curve con queste caratteristiche.

Anche la G-Force entra tra i dati dello sci

Alla lettura delle curve si aggiunge una nuova metrica: la G-Force.

Durante una curva, soprattutto se affrontata a velocità elevata e con un raggio ridotto, sul corpo dello sciatore agiscono forze legate all’accelerazione e al cambio di direzione.

WATCH GT 7 prova a quantificare questo fenomeno mostrando il valore della forza centrifuga registrata durante le curve più strette.

Il dato può essere utilizzato come ulteriore riferimento per interpretare l’intensità della discesa e osservare come varia il comportamento dello sciatore nei diversi tratti del percorso.

In questo modo l’analisi di una giornata sulla neve può includere non soltanto il tracciato seguito, ma anche velocità, dislivello, numero delle curve, loro ampiezza e G-Force registrata.

Mappe di oltre 3.000 comprensori sciistici

Un’altra funzione pensata specificamente per chi pratica sci all’aperto riguarda le mappe.

Tramite l’app Huawei Health è possibile accedere alle cartografie di oltre 3.000 comprensori sciistici distribuiti nel mondo e trasferirle sullo smartwatch.

L’obiettivo è permettere allo sciatore di consultare direttamente dal polso le informazioni relative alle piste disponibili.

Le mappe riportano anche indicazioni sulla difficoltà dei percorsi. Per chi ha poca esperienza questo può essere utile per orientarsi all’interno del comprensorio e ridurre il rischio di imboccare per errore una pista troppo impegnativa.

Chi invece conosce già bene la montagna può servirsi della cartografia per pianificare meglio la propria giornata, scegliere itinerari specifici e confrontare successivamente il percorso affrontato con i dati registrati dallo smartwatch.

L’integrazione tra mappe e tracciamento sportivo rende quindi WATCH GT 7 qualcosa di più di un semplice registratore GPS durante una giornata sugli sci.

Team-Up per sapere dove sono i compagni sulle piste

Le uscite sulla neve vengono spesso affrontate in gruppo e Huawei ha introdotto una funzione specifica anche per questo scenario.

Si chiama Team-Up e permette di visualizzare in tempo reale la posizione dei compagni collegati durante l’attività.

Oltre alla posizione, possono essere condivise e controllate alcune informazioni relative alle prestazioni.

La funzione può risultare utile quando il gruppo si divide, quando alcuni sciatori procedono con ritmi differenti oppure quando vengono scelti percorsi diversi all’interno dello stesso comprensorio.

L’aspetto sportivo viene quindi affiancato da una componente di connettività pensata appositamente per le attività di gruppo.

HUAWEI WATCH GT 7 punta anche sul ciclismo

Le novità non riguardano soltanto neve e montagna.

Huawei continua a investire sul ciclismo outdoor, che già nelle precedenti generazioni rappresentava una delle attività centrali della serie GT.

WATCH GT 7 introduce strumenti pensati per aiutare il ciclista prima, durante e dopo l’uscita.

Prima della partenza è possibile conoscere in anticipo le principali salite presenti lungo il percorso. Lo smartwatch costruisce infatti un profilo delle ascese previste, fornendo indicazioni utili per distribuire meglio lo sforzo.

Una volta iniziata la salita, sul display possono essere visualizzati in tempo reale dati come pendenza e distanza ancora da percorrere prima della fine dell’ascesa.

Questo consente al ciclista di capire quanto resta del tratto più impegnativo e di adattare il ritmo alle caratteristiche del percorso.

Avvisi per le curve strette durante le uscite in bici

Tra le funzioni dedicate alla sicurezza troviamo anche gli avvisi in prossimità delle curve.

Se il sistema determina che il ciclista sta raggiungendo una curva stretta con una velocità troppo elevata, WATCH GT 7 può richiamarne l’attenzione attraverso segnalazioni vocali e vibrazioni.

Non si tratta quindi soltanto di raccogliere informazioni dopo l’allenamento, ma anche di utilizzare i dati disponibili mentre l’attività è ancora in corso.

Al termine dell’uscita interviene invece Workout Analysis, che raccoglie le metriche della sessione e le organizza in un’analisi più completa.

Il ciclista può così utilizzare i dati registrati per valutare le proprie prestazioni, confrontare gli allenamenti e tenere sotto controllo il carico di lavoro, con l’obiettivo di evitare anche situazioni di sovrallenamento.

Corsa e Soglia del Lattato

La corsa rimane naturalmente tra le attività principali supportate dalla serie.

Gli smartwatch sono particolarmente adatti al running perché consentono di avere sempre al polso informazioni come frequenza cardiaca, velocità, distanza percorsa e andamento dell’allenamento.

Con WATCH GT 7 Huawei punta a migliorare anche la lettura della Soglia del Lattato, o Lactate Threshold.

Si tratta di un parametro utilizzato nello sport per individuare l’intensità oltre la quale la produzione di lattato cresce più rapidamente rispetto alla capacità dell’organismo di smaltirlo.

In termini pratici, conoscere questa soglia aiuta a interpretare meglio la propria intensità di allenamento e può essere utile per organizzare sessioni mirate alla resistenza o alla prestazione.

Escursione in Montagna per trekking e attività outdoor

Tra le modalità dedicate alla montagna rimane anche Escursione in Montagna.

Questa funzione permette di registrare il percorso seguito durante un’escursione e affianca alla posizione anche informazioni relative all’altitudine.

Per trekking e camminate in ambiente montano diventa quindi possibile ricostruire non soltanto la distanza percorsa ma anche l’andamento altimetrico dell’uscita.

La presenza di strumenti per trekking, ciclismo, corsa, sci e snowboard conferma la vocazione principalmente sportiva della serie GT.

Health Insights si aggiorna con un briefing mattutino

L’altra grande area su cui interviene Huawei riguarda il monitoraggio quotidiano.

La funzione Health Insights viene aggiornata per offrire informazioni più immediate sullo stato dell’utente all’inizio della giornata.

Ogni mattina lo smartwatch può presentare un riepilogo che combina diversi parametri raccolti nelle ore precedenti.

Tra gli elementi considerati figurano:

  • qualità del sonno;
  • variabilità della frequenza cardiaca, o HRV;
  • stato emotivo;
  • calorie attive consumate.

Queste informazioni vengono utilizzate per costruire una valutazione sintetica delle condizioni generali dell’utente.

Come funziona l’Indice di prontezza fisica

Tra le novità troviamo anche l’Indice di prontezza fisica.

Invece di costringere l’utente a interpretare separatamente sonno, HRV, attività e altri valori, lo smartwatch combina questi dati e restituisce un’indicazione complessiva sul livello di recupero.

Huawei organizza il risultato in cinque livelli differenti.

L’utente può quindi avere ogni mattina un quadro più immediato delle proprie condizioni e decidere di conseguenza come impostare la giornata o l’allenamento.

Se i dati indicano un recupero elevato, ad esempio, potrebbe essere il momento adatto per affrontare una sessione più impegnativa. In caso contrario può essere preferibile ridurre l’intensità e lasciare maggiore spazio al recupero.

Le informazioni fornite dallo smartwatch rimangono naturalmente strumenti dedicati a fitness e benessere e non sostituiscono valutazioni o diagnosi effettuate da professionisti sanitari.

Pagamenti contactless con Curve Pay

WATCH GT 7 non è pensato soltanto per gli allenamenti.

La serie integra anche i pagamenti NFC tramite Curve Pay, permettendo di effettuare acquisti contactless direttamente dallo smartwatch.

La possibilità di pagare dal polso riduce la necessità di avere sempre lo smartphone a portata di mano e amplia le funzioni disponibili durante l’utilizzo quotidiano.

Huawei continua così a trasformare i propri wearable in dispositivi pensati per rimanere al polso per gran parte della giornata, non soltanto durante lo sport.

Compatibilità con Android e iPhone

La serie HUAWEI WATCH GT 7 può essere utilizzata sia con Android sia con iOS.

Non è quindi necessario possedere uno smartphone Huawei per utilizzare lo smartwatch.

La compatibilità con entrambe le principali piattaforme mobili permette al dispositivo di rivolgersi anche agli utenti iPhone che cercano un wearable alternativo ad Apple Watch oppure agli utenti Android che utilizzano smartphone di altri produttori.

Prezzo di HUAWEI WATCH GT 7 e GT 7 Pro

Huawei divide la nuova serie in due fasce di prezzo.

HUAWEI WATCH GT 7 parte da 299 euro, mentre per HUAWEI WATCH GT 7 Pro il prezzo di partenza è di 429 euro.

I nuovi smartwatch possono essere acquistati attraverso HUAWEI Store e nei principali negozi di elettronica di consumo.

Ai prezzi di listino possono naturalmente affiancarsi promozioni di lancio o offerte applicate dallo store ufficiale e dai diversi rivenditori.

Per il modello standard è possibile scegliere tra le versioni da 41 e 46 mm, mentre la variante Pro punta su una costruzione più ricercata e su materiali come ceramica nano-tech e lega di titanio.

Cosa comprende HUAWEI Care Pass

Agli acquirenti della nuova serie viene associato anche HUAWEI Care Pass, un pacchetto di assistenza che può essere utilizzato entro due anni.

La copertura riguarda diverse componenti dello smartwatch e ciascuno dei servizi previsti può essere richiesto una volta nel periodo indicato.

Una delle protezioni interessa il display: qualora lo schermo venga danneggiato accidentalmente durante il normale utilizzo, ad esempio a seguito di un urto, una caduta o una pressione, è prevista una riparazione.

Il programma comprende inoltre la sostituzione della batteria.

Un’ulteriore copertura riguarda la parte posteriore della cassa, che può essere interessata dal servizio nel caso in cui subisca rotture o crepe provocate accidentalmente.

È prevista infine una protezione specifica per la corona girevole, anch’essa coperta in determinate situazioni di danneggiamento accidentale durante il normale utilizzo.

HUAWEI Care Pass aggiunge quindi un livello di assistenza dedicato alle componenti maggiormente esposte a urti, usura e incidenti.

Perché le funzioni per lo sci distinguono HUAWEI WATCH GT 7

La novità più particolare di HUAWEI WATCH GT 7 è probabilmente il modo in cui Huawei ha deciso di affrontare il monitoraggio dello sci.

Non viene registrata soltanto la traccia della giornata sulla neve. Il dispositivo prova a identificare le diverse fasi dell’attività, distinguendo ciò che accade durante la discesa da pause e risalite.

A questo si aggiungono informazioni che normalmente non compaiono nei monitoraggi sportivi più semplici: numero e tipologia delle curve, raggio, G-Force e dati specifici della discesa.

Le mappe di oltre 3.000 comprensori e la funzione Team-Up completano il pacchetto dedicato agli sport invernali.

La nuova generazione amplia però anche altre aree: ciclismo con analisi delle salite e avvisi per le curve, corsa con misurazioni più precise della Soglia del Lattato, trekking, monitoraggio del recupero e pagamenti NFC.

A rendere più interessante l’insieme contribuisce infine l’autonomia, che sui modelli da 46 mm può arrivare, secondo Huawei, fino a 21 giorni in condizioni di utilizzo leggero.

Con un prezzo di ingresso di 299 euro per WATCH GT 7 e di 429 euro per WATCH GT 7 Pro, Huawei prova quindi a rafforzare la propria presenza nel mercato degli smartwatch sportivi puntando su una combinazione di autonomia, funzioni outdoor e analisi sempre più dettagliata delle attività.

Domande frequenti su HUAWEI WATCH GT 7

HUAWEI WATCH GT 7 può registrare le discese sugli sci?

Sì. Lo smartwatch può raccogliere informazioni specifiche durante sci e snowboard, tra cui distanza, velocità e dislivello affrontato in discesa. Il sistema distingue inoltre le fasi effettive di attività dai momenti di pausa e dalle risalite.

WATCH GT 7 riconosce le curve durante lo sci?

Sì. Il dispositivo può rilevare le curve, distinguendo quelle brevi da quelle medio-lunghe, e può stimarne anche il raggio.

Che cos’è la G-Force su HUAWEI WATCH GT 7?

La funzione G-Force permette di ottenere una misurazione legata alla forza centrifuga generata durante le curve più strette sugli sci. È un parametro aggiuntivo attraverso il quale analizzare l’intensità della discesa.

Quanti comprensori sciistici sono disponibili sulle mappe Huawei?

Tramite Huawei Health possono essere scaricate le mappe di oltre 3.000 comprensori sciistici nel mondo, che possono essere successivamente sincronizzate con lo smartwatch.

WATCH GT 7 può essere usato anche per sci e snowboard indoor?

Sì. Huawei ha previsto modalità specifiche anche per gli sport invernali praticati indoor. I sensori possono analizzare il movimento e le variazioni di quota anche quando il segnale GPS non è disponibile.

Quanto dura la batteria di HUAWEI WATCH GT 7?

Huawei indica fino a 14 giorni di autonomia con utilizzo leggero per WATCH GT 7 da 41 mm e fino a 21 giorni per WATCH GT 7 da 46 mm. Il modello WATCH GT 7 Pro da 46 mm può anch’esso raggiungere fino a 21 giorni nelle condizioni indicate dal produttore.

HUAWEI WATCH GT 7 funziona con Android e iPhone?

Sì. La serie è compatibile sia con dispositivi Android sia con iOS.

È possibile effettuare pagamenti NFC con WATCH GT 7?

Sì. Gli smartwatch supportano i pagamenti contactless attraverso Curve Pay.

Quanto costa HUAWEI WATCH GT 7?

Il prezzo di partenza di HUAWEI WATCH GT 7 è di 299 euro. Per HUAWEI WATCH GT 7 Pro si parte invece da 429 euro.

Quali sono le principali differenze tra WATCH GT 7 e WATCH GT 7 Pro?

WATCH GT 7 rappresenta il modello standard ed è disponibile nelle dimensioni da 41 e 46 mm. WATCH GT 7 Pro si posiziona più in alto nella gamma e utilizza materiali più pregiati, come la ceramica nano-tech e la lega di titanio nella versione da 46 mm.

Alle 3 di notte sente il clacson: dentro il Suv c’è un orso nero – VIDEO

Patrick Sullivan pensava che qualcuno nel quartiere avesse deciso di suonare il clacson nel cuore della notte. Quando ha scoperto la causa del rumore, la scena era decisamente diversa: un orso nero era rimasto intrappolato dentro un’auto. Il curioso episodio avvenuto in Colorado racconta però un problema molto più serio che sta interessando le Montagne Rocciose.

Alle tre del mattino, con un bambino piccolo da accudire e il quartiere immerso nel silenzio, un clacson che continua a suonare non passa certo inosservato.

Patrick Sullivan inizialmente ha pensato alla spiegazione più semplice: qualche vicino stava facendo rumore nel cuore della notte.

Il vicino, in effetti, c’era. Ma aveva quattro zampe.

A Gold Hill, piccola comunità del Colorado a nord-ovest di Denver, un orso nero era riuscito a entrare in una Toyota Suv ed era poi rimasto chiuso nell’abitacolo. Cercando disperatamente una via d’uscita, l’animale continuava a urtare il clacson.

Quella che sembra la scena di una commedia è finita con un’automobile devastata e un orso fortunatamente tornato nel bosco. Ma l’episodio non è isolato.

Nelle Montagne Rocciose americane, quest’anno, gli incontri tra persone e orsi affamati stanno aumentando sensibilmente.

L’orso intrappolato nell’auto

L’animale era riuscito ad aprire una portiera ed entrare nel Suv.

Il problema è arrivato subito dopo: una volta dentro, non riusciva più a uscire.

Nel tentativo di liberarsi l’orso ha iniziato a muoversi nell’abitacolo, danneggiando pesantemente gli interni e facendo ripetutamente suonare il clacson.

Il risultato, secondo il proprietario, è stato un veicolo ormai inutilizzabile.

Liberare l’animale senza avvicinarsi troppo richiedeva però cautela. Un familiare di Sullivan ha trovato una soluzione semplice: ha collegato una corda alla maniglia di una portiera e l’ha aperta mantenendosi a distanza.

Quando finalmente ha visto una via di fuga, l’orso non ha perso tempo ed è corso verso il bosco.

Nessuna persona è rimasta ferita e, in questo caso, anche l’animale è riuscito ad allontanarsi senza conseguenze.

Non è soltanto una storia curiosa

Dietro l’insolito risveglio di Gold Hill c’è un fenomeno che sta preoccupando le autorità faunistiche degli Stati Uniti occidentali.

In vaste aree delle Montagne Rocciose la siccità ha ridotto la disponibilità di alcuni degli alimenti naturali di cui si nutrono gli orsi neri, dalle bacche alla frutta secca fino a diverse specie vegetali.

Quando il cibo scarseggia, gli animali sono costretti a percorrere distanze maggiori.

E nelle regioni dove città e abitazioni confinano direttamente con l’habitat degli orsi, prima o poi questa ricerca finisce per portarli vicino alle persone.

In Colorado, secondo i dati citati da Associated Press, nel 2026 segnalazioni e conflitti legati agli orsi sono arrivati a circa il doppio della media.

Sono stati osservati animali anche in aree nelle quali normalmente la loro presenza è molto meno frequente.

Spazzatura, mangiatoie e garage diventano un richiamo

Per un orso affamato, una zona abitata può offrire opportunità impossibili da ignorare.

Bidoni dell’immondizia lasciati accessibili, mangime per animali domestici, mangiatoie per uccelli, residui di cibo e perfino il grasso accumulato sui barbecue possono diventare un’attrazione.

La spazzatura non protetta rappresenta uno dei problemi principali.

Il rischio è che un animale scopra quanto sia semplice trovare cibo vicino alle case e inizi a tornarci.

A quel punto un episodio apparentemente innocuo può trasformarsi in un comportamento abituale, aumentando sia la probabilità di incontri con le persone sia quella che le autorità debbano intervenire.

È una dinamica particolarmente pericolosa proprio per gli orsi.

Quando perdere la paura dell’uomo diventa pericoloso

Gli orsi neri normalmente tendono a evitare le persone.

Ma un animale che associa ripetutamente case, campeggi o automobili alla possibilità di trovare cibo può progressivamente diventare più confidente.

E più diminuisce la distanza tra animali selvatici e persone, più aumenta il rischio di incidenti.

Nel corso dell’estate in Colorado sono stati registrati anche episodi nei quali gli orsi hanno attaccato delle persone. In altri Stati la situazione ha portato all’abbattimento di numerosi esemplari considerati pericolosi.

Nello Utah, secondo i dati riportati da Associated Press, nel 2026 sono già stati uccisi più di trenta orsi, un numero superiore a quello complessivo dei tre anni precedenti.

In New Mexico gli animali abbattuti dalle autorità o da proprietari autorizzati erano già arrivati a 187, il livello più alto registrato dal 2011.

Una stagione particolarmente difficile sulle Montagne Rocciose

Alla base del problema ci sono condizioni ambientali eccezionali.

Nel bacino superiore del fiume Colorado, che comprende territori di Wyoming, Colorado, Utah e New Mexico, l’accumulo di neve della stagione precedente è stato estremamente ridotto.

Alla scarsità di neve si sono aggiunti siccità e incendi, che hanno interessato anche zone utilizzate normalmente dagli animali per alimentarsi.

Meno risorse disponibili nell’ambiente naturale significano orsi costretti a muoversi di più e ad ampliare il territorio nel quale cercano cibo.

Gli effetti diventano particolarmente evidenti alla fine dell’estate e in autunno, quando gli animali devono aumentare l’apporto calorico in preparazione all’inverno.

Un’auto può diventare una trappola

L’episodio di Gold Hill ha avuto un lieto fine, ma non sempre accade.

Associated Press riferisce anche di un altro orso rimasto intrappolato in un’automobile a Colorado Springs. In quel caso l’animale non è riuscito a uscire ed è morto a causa del caldo sviluppatosi all’interno del veicolo.

Gli orsi hanno un olfatto estremamente sviluppato e la presenza di alimenti o semplicemente di odori interessanti all’interno di un’auto può spingerli a cercare di entrarvi.

Una volta aperta una portiera, però, possono non essere in grado di ripetere lo stesso movimento per uscire.

L’abitacolo si trasforma così rapidamente in una trappola.

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Un finale fortunato, ma un problema destinato a rimanere

Per l’orso di Gold Hill tutto si è concluso nel migliore dei modi.

Dopo una notte trascorsa a distruggere l’interno della Toyota e a richiamare involontariamente l’attenzione del quartiere a colpi di clacson, è bastata finalmente una portiera aperta perché fuggisse nuovamente verso gli alberi.

Resta un’automobile seriamente danneggiata e una storia difficile da dimenticare.

Ma soprattutto resta il problema che quell’episodio rappresenta.

Nelle Montagne Rocciose la riduzione del cibo naturale sta portando sempre più orsi a cercare risorse vicino alle persone. E dietro una scena curiosa come quella di un animale intrappolato in un Suv si nasconde una convivenza sempre più complessa tra fauna selvatica e comunità umane.

Si può trovare il bombo gigante della Patagonia nelle Marche?

Sui Monti Sibillini vivono bombi capaci di resistere alle condizioni severe dell’alta montagna. Ma tra loro c’è anche il gigantesco “topo volante” della Patagonia? La risposta è no. Eppure dietro questa domanda si nasconde una storia molto più interessante di quanto possa sembrare.

Un grosso bombo passa ronzando sopra un prato di montagna. È peloso, robusto, vola nonostante il vento e ci troviamo magari a più di 1.800 metri di quota, sulle praterie dei Monti Sibillini. A quel punto la domanda può sorgere spontanea: potrebbe essere il famoso bombo gigante della Patagonia?

La risposta è no. Almeno secondo tutte le conoscenze scientifiche disponibili, Bombus dahlbomii non fa parte della fauna italiana e non è presente nelle Marche, neppure alle quote più elevate.

Ma attenzione: sulle montagne marchigiane vivono realmente bombi specializzati per gli ambienti d’alta quota, alcuni dei quali sono particolarmente rari e interessanti. Ed è probabilmente da qui che può nascere l’equivoco.

Il gigante arancione della Patagonia

Il suo nome scientifico è Bombus dahlbomii ed è uno degli insetti simbolo della Patagonia. La sua distribuzione naturale riguarda Cile e Argentina, con un areale che si spinge fino alle regioni più meridionali del Sud America.

A renderlo celebre sono soprattutto le dimensioni. Le regine possono raggiungere dimensioni nell’ordine dei 3-4 centimetri, facendone uno dei bombi più grandi al mondo. Il corpo è massiccio e ricoperto da una foltissima peluria color arancio, rame o zenzero, che contrasta con la testa e le zampe scure.

Le dimensioni e la folta peluria hanno favorito anche la nascita di soprannomi curiosi. Nella divulgazione in lingua inglese compaiono infatti espressioni come “flying mouse”, cioè “topo volante”, e “flying teddy bear”, traducibile come “orsacchiotto volante”.

“Topo volante”, quindi, non è propriamente un nome comune italiano ufficiale, ma la traduzione di un soprannome divulgativo che rende bene l’aspetto insolito dell’animale.

Vederne uno in volo, insomma, deve essere un’esperienza difficile da dimenticare.

Ma se ama il freddo, perché non potrebbe vivere sulle nostre montagne?

È proprio qui che può nascere il dubbio.

La Patagonia comprende territori freddi, ventosi e montuosi e Bombus dahlbomii possiede effettivamente notevoli adattamenti alle basse temperature.

Questo, però, non significa che tutti gli ambienti montani freddi del mondo facciano parte del suo areale.

Una specie non è determinata soltanto dalla temperatura che riesce a sopportare. Contano la sua storia evolutiva, la distribuzione geografica, le piante disponibili, le relazioni con gli altri organismi e numerosi altri fattori ecologici.

Perciò salire di quota nelle Marche non aumenta le possibilità di incontrare Bombus dahlbomii: sui Sibillini non troveremo il bombo gigante della Patagonia.

Troveremo, però, qualcosa di altrettanto interessante.

I veri bombi d’alta quota dei Sibillini

Le praterie sommitali dell’Appennino centrale ospitano una fauna di bombi adattata alle condizioni montane. E tra le specie più interessanti ce n’è addirittura una strettamente legata a queste montagne: Bombus konradini.

La sua storia scientifica è curiosa.

Per lungo tempo è stato considerato una sottospecie di Bombus monticola e veniva quindi indicato come Bombus monticola konradini. Studi genetici, chimici e morfologici hanno successivamente portato a riconoscerlo come specie distinta.

Oggi sappiamo che Bombus konradini possiede un areale molto ristretto, limitato all’Appennino centrale italiano. Le popolazioni conosciute interessano territori di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, e i Monti Sibillini costituiscono una delle aree comprese nella distribuzione della specie.

È un dato particolarmente interessante perché rende questo bombo non soltanto un abitante della montagna, ma un elemento caratteristico della biodiversità dell’Italia centrale.

La Lista Rossa delle api italiane lo descrive come legato alle praterie, alle creste montuose e agli ambienti delle fasce altitudinali più elevate dell’Appennino centrale, con popolazioni rare e frammentate. La specie è associata soprattutto alle quote superiori, generalmente oltre i 1.800 metri.

In altre parole, se durante un’escursione ad alta quota sui Sibillini incontriamo un bombo insolito, abbiamo molte più ragioni per pensare a un prezioso abitante dell’Appennino centrale che a un visitatore arrivato dalla Patagonia.

E non c’è soltanto Bombus konradini

I Sibillini ospitano anche Bombus mucidus, un altro bombo legato agli ambienti montani.

Le raccolte entomologiche italiane ne documentano la presenza in località marchigiane molto significative, tra cui Monte Bove Sud, Monte Sibilla, Pizzo Berro e Pizzo Tre Vescovi.

I dati raccolti negli studi sui bombi d’alta montagna mostrano inoltre una presenza particolarmente significativa di Bombus mucidus alle quote elevate dei Sibillini, soprattutto nelle fasce altitudinali comprese fra circa 1.800 e 2.400 metri.

Sono osservazioni che sottolineano quanto le zone più elevate del massiccio rappresentino ambienti importanti per specie fortemente legate alle condizioni climatiche di montagna.

Quindi esistono davvero bombi “alpini” in Italia?

Assolutamente sì.

Ed è probabilmente questa l’origine di parte della confusione. Sulle Alpi italiane vive, per esempio, anche Bombus alpinus, una vera specie d’alta quota. Ma “bombo alpino” e “bombo gigante della Patagonia” non sono la stessa cosa.

Allo stesso modo, l’esistenza di bombi che vivono oltre i 2.000 metri sui Sibillini non implica la presenza di Bombus dahlbomii.

È un po’ come dire che, siccome due animali riescono a vivere nella neve, devono necessariamente abitare le stesse montagne: la somiglianza dell’ambiente non basta a stabilire la distribuzione di una specie.

Un europeo, invece, è arrivato davvero in Patagonia

La storia riserva poi un curioso rovesciamento.

Il bombo gigante patagonico non è arrivato in Europa, ma un bombo europeo è arrivato in Patagonia.

Bombus terrestris, specie originaria dell’Europa e di altre zone del Paleartico, è stato importato in Cile per l’impollinazione delle colture. Dalla fine degli anni Novanta il suo utilizzo è diventato particolarmente importante e la specie si è successivamente diffusa nell’ambiente naturale, raggiungendo la Patagonia e l’Argentina.

La sua espansione, insieme a quella di un’altra specie introdotta, Bombus ruderatus, è stata associata al grave declino di Bombus dahlbomii. Alla competizione per le risorse si è aggiunto il problema della possibile trasmissione di patogeni da parte dei bombi allevati e introdotti.

Oggi il bombo gigante della Patagonia è considerato una specie minacciata.

È quindi accaduto, paradossalmente, proprio il contrario di ciò che suggerisce la nostra domanda iniziale: non è stato il gigante sudamericano a colonizzare le montagne europee, ma sono stati dei bombi europei a raggiungere il suo territorio.

Se vediamo un grosso bombo sui Sibillini, cosa dobbiamo fare?

Prima di tutto, osservarlo senza catturarlo o disturbarlo.

Una fotografia nitida può essere molto utile, possibilmente mostrando il corpo dall’alto e di lato. Nei bombi, infatti, la disposizione e il colore delle fasce di peli sono elementi importanti per l’identificazione.

E soprattutto è bene evitare identificazioni affrettate.

Non tutti i grandi insetti pelosi che ronzano sono la stessa specie e stabilire con certezza l’identità di alcuni bombi può richiedere l’occhio di uno specialista.

Se l’animale osservato nelle Marche è molto grande, quindi, non sarà con ogni probabilità il “topo volante” della Patagonia. Ma potrebbe comunque appartenere a una specie molto interessante della nostra fauna.

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Il vero tesoro è già sulle nostre montagne

Alla domanda iniziale possiamo quindi rispondere con una certa sicurezza:

no, il bombo gigante della Patagonia, Bombus dahlbomii, non risulta presente nelle Marche, neppure alle alte quote.

Ma questo non rende meno affascinanti i bombi che possiamo incontrare sui Monti Sibillini.

Anzi.

A più di 1.800 o 2.000 metri di quota possiamo entrare nell’habitat di specie specializzate come Bombus konradini, un endemismo dell’Appennino centrale, e Bombus mucidus, documentato sulle alte montagne del massiccio.

Il gigantesco e arancione “topo volante” rimane dunque una meraviglia della Patagonia.

Sui Sibillini, però, abbiamo i nostri bombi di montagna. E alcuni di loro sono così rari, localizzati e legati a questi ambienti che, dal punto di vista naturalistico, non hanno davvero nulla da invidiare al loro lontano cugino sudamericano.

Mieders, vacca sul tracciato della pista di slittino estivo: 65enne ricoverato in Tirolo

Momenti di paura in Tirolo, sulla pista di slittino estivo di Mieders, dove un uomo di 65 anni e il nipote di 4 anni si sono scontrati contro una vacca comparsa improvvisamente sul tracciato durante la discesa.

L’incidente è avvenuto mentre nonno e nipote stavano percorrendo la pista nella Valle dello Stubai. Per cause ancora da chiarire, l’animale si sarebbe trovato sul percorso proprio al momento del loro passaggio, rendendo inevitabile l’impatto.

Nonostante lo schianto, il 65enne è riuscito a proseguire la discesa insieme al bambino fino alla stazione a valle. È qui che sono stati allertati i soccorsi, con l’intervento dei paramedici e degli operatori dell’emergenza.

Ad avere la peggio è stato il nonno, rimasto ferito nell’incidente e successivamente trasferito all’ospedale di Innsbruck per ulteriori accertamenti. Il nipote di 4 anni, invece, non avrebbe riportato conseguenze ed è rimasto illeso.

La dinamica dell’incidente non è ancora del tutto chiara. Secondo quanto comunicato dalla polizia lunedì 7 settembre, restano da accertare le circostanze esatte della collisione e non è noto se anche la vacca abbia riportato ferite.

L’animale, dopo lo scontro, non sarebbe stato individuato. Le ricerche non avrebbero quindi consentito, almeno inizialmente, di rintracciare la vacca coinvolta nell’episodio.

La pista di slittino estivo di Mieders è una delle attrazioni più conosciute della Valle dello Stubai. Il tracciato è lungo circa 2,8 chilometri, supera un dislivello di 640 metri e permette di raggiungere velocità fino a circa 42 chilometri orari durante la discesa verso valle.

Il percorso attraversa inoltre alcune zone utilizzate per il pascolo, una condizione prevista dalle normative locali. Resta però da capire come la vacca sia riuscita a trovarsi sul tracciato proprio nel momento in cui stavano transitando il 65enne e il nipote.

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Manaslu, è boom di spedizioni: 348 alpinisti autorizzati a tentare la vetta

Il Manaslu concentra quasi da solo l’interesse della nuova stagione alpinistica autunnale in Nepal. Dei 367 alpinisti che avevano ottenuto un permesso all’inizio di settembre, 348 hanno scelto la montagna di 8.163 metri. Ma proprio mentre le spedizioni si preparano a entrare nel vivo, nuove alluvioni hanno complicato gli accessi nella regione.

C’è un numero che racconta meglio di tutti gli altri l’inizio della stagione alpinistica autunnale in Nepal: 348.

Sono gli alpinisti che hanno ottenuto l’autorizzazione per tentare il Manaslu, l’ottava montagna più alta del mondo. Alla stessa data, i permessi complessivamente rilasciati dal Nepal per le diverse montagne erano 367.

Significa che quasi il 95% degli alpinisti autorizzati fino a quel momento aveva scelto una sola cima.

Il Manaslu, con i suoi 8.163 metri, si prepara così a diventare il grande centro dell’alpinismo himalayano di questo autunno.

Secondo i dati del Department of Tourism aggiornati ai primi giorni di settembre, i 348 alpinisti sono distribuiti in 29 spedizioni. In tutto il Nepal, invece, erano 32 i team che avevano già ottenuto un’autorizzazione.

Quasi tutti sul Manaslu

La sproporzione rispetto alle altre montagne è notevole.

Mentre centinaia di persone si preparano a salire sul Manaslu, soltanto tre alpinisti risultavano autorizzati sul Makalu e 16 sul Danga Himal.

Non è quindi semplicemente la montagna più richiesta della stagione: almeno in questa prima fase, il Manaslu sta assorbendo praticamente tutto il mercato delle spedizioni autunnali nepalesi.

Il numero potrebbe inoltre non essere definitivo. Gli operatori delle spedizioni prevedono infatti che nel corso della stagione le presenze sulla montagna possano superare quota 400.

Perché il Manaslu è così popolare in autunno

Il boom non arriva dal nulla.

Il Manaslu è da anni una delle grandi destinazioni dell’alpinismo commerciale nella stagione successiva al monsone. A differenza dell’Everest, dove la maggior parte delle grandi spedizioni si concentra in primavera, sul Manaslu l’autunno rappresenta il periodo principale per numerosi operatori.

Dopo la fine del monsone le condizioni meteorologiche tendono progressivamente a stabilizzarsi, mentre le grandi agenzie nepalesi organizzano una logistica comune fatta di campi, trasporti, personale d’alta quota e corde fisse.

Questa concentrazione di infrastrutture rende possibile gestire numerose spedizioni nello stesso periodo. Non significa però trasformare il Manaslu in una montagna semplice: sopra gli 8.000 metri rimangono tutti i rischi legati all’altitudine estrema, al freddo, al vento, alle valanghe e alle condizioni della neve.

Anche in passato, proprio la popolarità autunnale della montagna ha alimentato il dibattito sull’affollamento e sulla crescente commercializzazione delle grandi cime himalayane.

La montagna era già entrata nella fase operativa

Prima ancora che tutti gli alpinisti raggiungessero il campo base, la preparazione della via era già iniziata.

Nei primi giorni di settembre le squadre incaricate di fissare le corde avevano superato il Campo I e stavano proseguendo verso le sezioni superiori. Materiali e rifornimenti erano stati trasferiti in quota, mentre diversi team avevano iniziato a muoversi da Kathmandu verso Samagaun e il campo base.

Più di 200 persone tra alpinisti e personale di supporto risultavano già in movimento verso la montagna.

La prima fase di una spedizione non prevede comunque una salita diretta verso la vetta. Gli alpinisti devono trascorrere settimane adattandosi progressivamente alla quota, alternando giornate al campo base e salite ai campi superiori.

Soltanto in seguito, quando acclimatazione, condizioni della via e previsioni meteorologiche coincidono, iniziano i tentativi di vetta.

Ma le alluvioni cambiano il quadro

Alla forte crescita delle spedizioni si è però aggiunto nelle ultime ore un problema imprevisto.

Il 6 settembre nuove alluvioni hanno colpito l’area del Manaslu. Le piene dei fiumi Budhi Gandaki e Therang, nella zona di Namrung, hanno distrutto due ponti e due piccoli impianti idroelettrici.

L’amministrazione locale ha quindi disposto lo stop agli spostamenti lungo il Manaslu trekking route e attraverso il Larkya Pass, invitando turisti e viaggiatori presenti nella zona a rimanere in luoghi sicuri fino a nuove indicazioni. Non risultavano vittime, ma l’interruzione dei ponti ha creato seri problemi di collegamento tra i villaggi.

È importante distinguere però i due aspetti.

Lo stop riguarda gli spostamenti lungo il percorso di trekking e il passo: non equivale alla cancellazione dei 348 permessi alpinistici già rilasciati per il Manaslu.

La situazione può però complicare l’arrivo di personale, materiali e alpinisti che devono ancora raggiungere la zona, soprattutto se le interruzioni dovessero protrarsi.

Una stagione partita sotto il segno del maltempo

Le difficoltà nell’area del Manaslu arrivano inoltre in un momento già delicato per il turismo nepalese.

A fine agosto altre gravi alluvioni avevano provocato danni a infrastrutture e vie di accesso in diverse zone del Paese. Gli operatori turistici avevano comunque confermato l’intenzione di portare avanti la stagione autunnale, anche se alcune strade e collegamenti restavano problematici.

Il nuovo blocco nel territorio del Manaslu mostra quanto rapidamente la situazione possa cambiare durante la fase di passaggio tra il monsone e l’autunno himalayano.

Oltre 150 milioni di rupie soltanto dai permessi

Dietro i numeri delle spedizioni c’è anche un’importante componente economica.

I 348 permessi già concessi per il Manaslu hanno generato oltre 150 milioni di rupie nepalesi in royalty per lo Stato.

A questa cifra vanno aggiunte tutte le attività legate alla presenza delle spedizioni: guide, personale d’alta quota, portatori, cuochi, trasporti, lodge, agenzie, attrezzature e servizi logistici.

Per intere comunità delle regioni himalayane, il periodo delle spedizioni rappresenta una parte importante dell’economia locale.

È anche per questo che l’evoluzione delle condizioni di accesso dopo le alluvioni sarà seguita con particolare attenzione.

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Ora la vera incognita è l’accesso alla montagna

Sul piano numerico, il Manaslu ha già vinto la sfida dell’autunno: nessun’altra montagna nepalese si avvicina, almeno per ora, ai suoi 348 alpinisti autorizzati.

Ma il dato sui permessi racconta soltanto una parte della storia.

Nelle prossime settimane bisognerà capire quanto rapidamente potranno essere ripristinati i collegamenti colpiti dalle alluvioni, quanti nuovi alpinisti arriveranno e soprattutto quali condizioni troveranno le spedizioni più in alto.

Il Manaslu si avvia quindi verso una stagione potenzialmente da record per affluenza, ma con un paradosso evidente: mai così tanti alpinisti volevano raggiungere la montagna proprio mentre, a valle, raggiungerla è diventato più complicato.

Il telefono si scarica e perde la strada: escursionista sopravvive cinque notti da solo sulle montagne

Era partito per un’escursione di un giorno sulle montagne della British Columbia. Il telefono senza batteria, un errore di direzione e una caduta lo hanno trasformato nel protagonista di una storia di sopravvivenza durata cinque notti. Stanislav Volo è riuscito infine a uscire dalla montagna con le proprie gambe.

Doveva essere un’escursione in giornata. È diventata una lotta per ritrovare la strada di casa durata cinque notti, tra freddo, pioggia, terreno impervio e pochissimo da mangiare.

Stanislav Volo, 43 anni, è stato ritrovato vivo dopo essere scomparso sulle montagne nei pressi di Squamish, nella British Columbia canadese. La sua storia ha avuto un epilogo quasi insperato: non sono stati i soccorritori a raggiungerlo in un punto remoto, ma è stato lui, nonostante le difficoltà incontrate, a riuscire progressivamente a scendere dalla montagna fino a raggiungere una strada.

L’escursione e il telefono che si scarica

Volo era partito domenica 30 agosto con l’intenzione di percorrere il Mount Habrich Loop. Le telecamere della Sea to Sky Gondola lo avevano ripreso intorno alle 11.30 mentre lasciava l’impianto per iniziare l’escursione.

L’obiettivo era rientrare alla cabinovia nello stesso giorno. Ma qualcosa è andato storto.

Arrivato nella parte alta dell’itinerario, secondo il racconto fornito successivamente dallo stesso escursionista, il suo telefono si è scaricato. Senza poter più utilizzare il dispositivo per orientarsi, Volo ha iniziato a cercare una via per scendere, finendo però per muoversi ripetutamente senza trovare la direzione corretta.

L’uomo ha poi ammesso di essersi affidato troppo alla tecnologia durante l’escursione. Una dipendenza diventata evidente nel momento in cui lo smartphone ha smesso di funzionare.

Un rumore scambiato per quello della strada

A complicare ulteriormente la situazione è stato un errore apparentemente banale.

Volo ha raccontato di aver sentito un rumore che pensava provenisse dall’autostrada. Con poche ore a disposizione prima della chiusura della cabinovia, ha deciso di dirigersi verso quel suono, convinto di scendere dalla parte giusta.

Non era così.

Il rumore proveniva in realtà da lavori lungo una conduttura e l’escursionista si stava muovendo nella direzione sbagliata. Durante la discesa è inoltre scivolato in un canale, procurandosi problemi a un tallone e a un polso. Tornare indietro, a quel punto, è diventato ancora più difficile.

La scelta è stata quindi continuare a perdere quota, lentamente.

Cinque notti sulla montagna

Sono iniziate così cinque notti all’aperto.

Per alcuni periodi Volo si è riparato in una piccola cavità nei pressi di una cascata, cercando contemporaneamente di proteggersi dal freddo e di dare al piede il tempo necessario per recuperare.

Le condizioni non erano semplici. Durante i giorni della ricerca sulla zona è passato anche maltempo, con pioggia e temperature che hanno reso ancora più delicata la situazione.

Per bere, l’uomo ha sfruttato l’acqua disponibile lungo il percorso. Per mangiare, invece, le possibilità erano quasi inesistenti: ha raccontato di essersi nutrito anche di rametti e fiori selvatici.

Intanto, fuori dalla montagna, era partita una grande operazione di ricerca.

La telefonata al 911

Per giorni squadre di soccorso, polizia e volontari hanno cercato di capire dove potesse trovarsi.

Nelle operazioni sono stati impiegati uomini a terra, elicotteri, droni e unità cinofile. Il terreno del Mount Habrich Loop è ripido e presenta sezioni tecniche, rendendo complesse anche le ricerche.

Poi è arrivato un segnale importante.

Martedì Volo è riuscito a effettuare una chiamata al 911. La comunicazione era disturbata e si è interrotta, ma ha fornito ai soccorritori un’indicazione fondamentale: l’escursionista era ancora vivo e probabilmente si trovava nell’area sulla quale si stavano concentrando le ricerche.

Nonostante questo, localizzarlo esattamente si è rivelato difficile.

La discesa fino alla strada

Volo, nel frattempo, continuava a muoversi.

Nonostante il piede dolorante e la stanchezza accumulata, è sceso progressivamente sul versante posteriore della montagna, attraversando un territorio che gli stessi soccorritori hanno descritto come difficile e tecnico.

Alla fine ha raggiunto prima un corso d’acqua e successivamente una strada forestale: la Indian Arm Forest Service Road.

È qui che, venerdì 4 settembre, la sua avventura è terminata. Volo è riuscito a uscire dal bosco e a raggiungere la strada, dove è entrato nuovamente in contatto con altre persone e con le squadre impegnate nelle ricerche.

Era vivo.

Dopo cinque notti trascorse sulle montagne, è stato accompagnato in ospedale. Le autorità hanno riferito di ferite non gravi. Le immagini diffuse dopo il ritrovamento lo mostrano sorridente accanto ai soccorritori.

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Una ricerca enorme per un solo escursionista

La scomparsa aveva mobilitato una macchina di soccorso considerevole. Alle operazioni hanno partecipato Squamish Search and Rescue, Royal Canadian Mounted Police e diverse unità specializzate, con l’impiego anche di mezzi aerei e droni.

Tyler Duncan, responsabile delle ricerche, ha definito eccezionale il fatto che Volo sia riuscito a sopravvivere. Per Duncan, l’operazione è stata inoltre una delle più impegnative affrontate nei suoi 15 anni nel soccorso.

La conclusione, fortunatamente, è stata molto diversa da quella che si cominciava a temere.

Dopo essere uscito dall’ospedale, Volo ha potuto riabbracciare la famiglia. E dopo giorni trascorsi praticamente senza cibo, ha festeggiato il ritorno alla normalità nel modo più semplice possibile: con una pizza.

La vicenda lascia anche una lezione molto concreta per chi frequenta la montagna. Lo stesso Volo, ripensando a ciò che gli è accaduto, ha riconosciuto di essersi affidato eccessivamente alla tecnologia. Uno smartphone può essere uno strumento prezioso per orientarsi e chiedere aiuto, ma in ambiente montano batteria, copertura e dispositivi possono venire meno proprio quando servono di più.