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Monte Fuji, il figlio di 7 anni è stanco: il padre lo lascia solo per ore e continua la scalata

Un bambino di appena 7 anni è stato lasciato da solo sul Monte Fuji, in Giappone, dopo aver detto al padre di essere troppo stanco per continuare la scalata. L’uomo, un 48enne proveniente da Nagoya, ha deciso di proseguire verso la vetta insieme al figlio maggiore, lasciando il più piccolo nei pressi della sesta stazione del sentiero Fujinomiya, a oltre 2.000 metri di altitudine.

Il bambino aveva con sé soltanto alcuni snack e una bibita analcolica, ma non aveva denaro. Il padre gli avrebbe detto di “aspettare qui” e, secondo quanto riferito da TV Asahi sulla base della testimonianza del personale di un rifugio di montagna, gli avrebbe indicato un’attesa di circa otto ore.

Il piccolo è stato successivamente notato da alcuni dipendenti di un vicino rifugio, che lo hanno fatto entrare nella struttura e hanno avvertito la polizia. Gli agenti sono riusciti a rintracciare il padre quando aveva ormai raggiunto l’ottava stazione del percorso e gli hanno ordinato di tornare indietro.

L’episodio, avvenuto giovedì 20 agosto 2026, si è concluso senza conseguenze fisiche per il bambino, ma con un severo richiamo da parte delle autorità nei confronti del genitore.

La scalata del Monte Fuji con i due figli

Secondo la ricostruzione dell’accaduto, il padre era arrivato da Nagoya insieme ai suoi due figli per intraprendere la scalata del Monte Fuji lungo il sentiero Fujinomiya.

Il più piccolo aveva 7 anni. Il fratello maggiore era invece uno studente delle scuole medie, indicato in alcune ricostruzioni come un ragazzo di circa 13 anni.

L’obiettivo della famiglia era raggiungere la vetta del Monte Fuji, che con i suoi 3.776 metri di altezza è la montagna più alta del Giappone.

La famiglia aveva iniziato l’escursione nelle prime ore del mattino. Dopo aver percorso il tratto iniziale del sentiero, però, il bambino più piccolo ha iniziato a manifestare stanchezza e ha spiegato al padre di non essere più in grado di continuare.

Il problema si è presentato all’altezza della sesta stazione del Fujinomiya Trail, situata a oltre 2.000 metri di quota e indicata in diverse ricostruzioni intorno ai 2.500 metri.

Il fratello maggiore nel frattempo aveva proseguito più avanti lungo il percorso.

Il bambino dice di essere stanco, ma il padre continua la scalata

Di fronte alla stanchezza del figlio di sette anni, il padre avrebbe deciso non di interrompere l’escursione, ma di lasciare il bambino nei pressi della sesta stazione e raggiungere il figlio maggiore.

Il piccolo è quindi rimasto seduto da solo su una panchina lungo il sentiero.

Secondo SBS, il padre gli avrebbe detto di “aspettare qui”. TV Asahi ha riferito invece un ulteriore particolare: al bambino sarebbe stato detto di attendere il ritorno del genitore per circa otto ore.

Aveva a disposizione alcuni snack e una bibita analcolica, ma nessun denaro.

È importante distinguere questo dato dalla durata effettiva dell’isolamento: le otto ore rappresentavano infatti il tempo di attesa che, secondo il racconto del bambino e del personale del rifugio, il padre gli avrebbe indicato. Altre ricostruzioni stimano in circa tre ore il periodo trascorso dal piccolo senza il genitore prima dell’intervento degli addetti del rifugio.

L’addetto del rifugio sente una lite e trova il bambino sulla panchina

A rendersi conto che qualcosa non andava è stato il personale di un rifugio di montagna situato nelle vicinanze.

Uno degli addetti ha raccontato di aver inizialmente sentito una discussione provenire dall’esterno mentre si trovava all’interno della struttura.

La sua testimonianza ricostruisce i momenti precedenti al ritrovamento del bambino:

“Stavo pulendo i bagni quando ho sentito un litigio fuori, il padre diceva ‘Ti lascerò davvero qui, aspetterai per 8 ore. Farà freddo. Così sono uscito dai bagni e ho guardato la panchina e c’era un bambino. Continuavo a guardarlo di sfuggita dall’interno del rifugio, ma non c’era alcun segno che suo padre stesse tornando e sono uscito”

Il personale ha quindi continuato a controllare il bambino, nella speranza che il genitore tornasse rapidamente. Con il passare del tempo, però, è diventato evidente che il padre non stava rientrando.

Gli addetti hanno deciso così di intervenire.

“Ero stanco e mio padre mi ha detto di aspettare qui per otto ore”

Quando il personale del rifugio si è avvicinato al bambino per capire cosa fosse accaduto, il piccolo avrebbe spiegato chiaramente la situazione:

“Ero stanco e mio padre mi ha detto di aspettare qui per otto ore”

Gli addetti sono rimasti colpiti anche dal fatto che il bambino sembrasse intenzionato a rispettare alla lettera l’indicazione ricevuta dal genitore.

“Era pronto ad aspettare otto ore, proprio come gli aveva detto suo padre”

A quel punto il personale ha fatto entrare il bambino nel rifugio, mettendolo al riparo, e ha contattato le autorità.

Il piccolo è stato quindi affidato temporaneamente alla polizia.

Il padre viene rintracciato all’ottava stazione del Monte Fuji

Dopo la segnalazione è iniziata la ricerca del 48enne.

Gli agenti sono riusciti a contattarlo quando aveva ormai raggiunto la zona dell’ottava stazione del sentiero Fujinomiya, molto più in alto rispetto al punto nel quale aveva lasciato il figlio.

Secondo alcune ricostruzioni, la posizione raggiunta dal padre si trovava a circa tre ore di cammino dalla sesta stazione.

Gli agenti gli hanno intimato di interrompere la scalata e tornare immediatamente indietro.

Una delle ricostruzioni riferisce che l’uomo sia tornato sul posto circa cinque ore dopo. Il dato non va però confuso con le otto ore inizialmente prospettate al bambino: le diverse tempistiche diffuse dalle fonti descrivono momenti differenti della vicenda, dal periodo trascorso da solo fino al definitivo ricongiungimento con il padre.

Il bambino è stato infine riaffidato al genitore.

Il severo rimprovero della polizia

La vicenda si è conclusa fortunatamente senza conseguenze fisiche per il bambino, che è stato trovato sano e salvo.

Il comportamento del padre è stato però duramente censurato dalle forze dell’ordine.

Secondo quanto riportato da Japan Today, gli agenti gli avrebbero ricordato:

“Anche se significa dover rinunciare alla scalata insieme, abbandonare un bambino è inaccettabile”

Il 48enne ha ricevuto un severo avvertimento verbale per aver lasciato indietro il figlio durante la scalata. Secondo le informazioni riportate nelle ricostruzioni disponibili, nei suoi confronti non sono stati avviati provvedimenti penali.

L’uomo avrebbe riconosciuto la gravità della propria scelta, ammettendo di aver agito in modo negligente e scusandosi con la polizia.

“Ho preso una decisione avventata e me ne pento profondamente”

Perché lasciare un bambino solo sul Monte Fuji è particolarmente pericoloso

L’episodio ha suscitato particolare preoccupazione anche per le caratteristiche del luogo nel quale il bambino era stato lasciato.

Il Monte Fuji non è una normale passeggiata in quota. Il sito ufficiale dedicato alla scalata avverte che le condizioni meteorologiche possono cambiare molto rapidamente, con forti differenze di temperatura tra la base e la vetta. Anche durante l’estate sono possibili nebbia, pioggia, vento, temporali e temperature molto basse, con un rischio di ipotermia particolarmente rilevante per le persone fisicamente più vulnerabili, compresi i bambini.

Proprio mentre il piccolo si trovava nei pressi della sesta stazione, alcune ricostruzioni parlano di condizioni caratterizzate da nebbia e pioggia.

A rendere la situazione ancora più delicata è il fatto che il Fuji sia un vulcano attivo. Lo stesso portale ufficiale dedicato agli escursionisti raccomanda di prestare attenzione anche alle informazioni relative all’attività vulcanica e al livello di allerta.

Lasciare da solo un bambino di sette anni per un periodo prolungato in un ambiente simile comporta quindi rischi molto diversi da quelli di una normale attesa in un luogo urbano o sorvegliato.

Com’è il sentiero Fujinomiya sul quale è avvenuto l’episodio

Il Fujinomiya Trail è uno dei quattro principali percorsi utilizzati per raggiungere la cima del Monte Fuji.

Il sentiero parte dalla quinta stazione, situata a circa 2.400 metri di altitudine, e presenta numerosi tratti rocciosi. È la via con la distanza più breve per raggiungere la vetta, ma proprio per questo presenta una pendenza impegnativa.

Secondo il sito ufficiale del Monte Fuji, il tratto di salita misura circa 4,3 chilometri e richiede indicativamente intorno alle cinque ore, mentre per la discesa vengono indicate circa tre ore.

La Japan National Tourism Organization descrive inoltre il Fujinomiya come il secondo percorso più popolare e sottolinea come sia l’unico punto di partenza facilmente accessibile dal Giappone occidentale. La minore distanza rispetto ad altri sentieri è compensata dalla forte pendenza e dalla presenza di numerosi tratti su terreno roccioso.

Sono caratteristiche che aiutano a comprendere perché un bambino di sette anni possa aver manifestato stanchezza dopo l’inizio della salita.

Bambini e anziani scalano ogni estate il Monte Fuji

Durante la stagione estiva il Monte Fuji richiama un gran numero di escursionisti e non è insolito incontrare lungo i sentieri anche famiglie, minori e persone anziane.

La presenza di bambini non rappresenta quindi di per sé un evento eccezionale. Le indicazioni ufficiali ricordano tuttavia che il Fuji richiede preparazione, pianificazione e una valutazione realistica della propria condizione fisica. Il sito dedicato alla montagna specifica inoltre che scegliere un percorso adeguato alle proprie capacità è fondamentale per affrontare la scalata in sicurezza.

Secondo le ricostruzioni dell’episodio, le autorità locali hanno evidenziato proprio l’eccezionalità della scelta del padre: pur essendo frequente vedere minori impegnati nella scalata durante le vacanze estive, non risultavano situazioni analoghe in cui un bambino così piccolo fosse stato deliberatamente lasciato indietro mentre il resto del gruppo continuava verso la vetta.

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Il Monte Fuji, simbolo del Giappone e Patrimonio dell’Umanità

Con i suoi 3.776 metri, il Monte Fuji è la vetta più alta del Giappone e uno dei simboli più riconoscibili del Paese.

Il Fujisan è stato inserito nel 2013 nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come luogo sacro e fonte di ispirazione artistica. Per secoli è stato meta di pellegrinaggi e ha avuto una profonda influenza sulla cultura e sull’arte giapponese, diventando famoso in tutto il mondo anche grazie alle rappresentazioni degli artisti dell’ukiyo-e.

La montagna continua ad attirare ogni estate escursionisti di ogni età. Proprio per questo le autorità insistono sulla necessità di affrontare la salita rispettando le capacità del componente meno allenato del gruppo e di evitare di separarsi durante il percorso.

Quanto tempo è rimasto solo il bambino sul Monte Fuji?

Il padre avrebbe detto al figlio di aspettarlo per otto ore, ma questo non significa che il bambino sia rimasto effettivamente da solo per tutto quel periodo. Secondo alcune ricostruzioni, il piccolo sarebbe rimasto sulla panchina per circa tre ore prima di essere individuato e assistito dal personale del rifugio. Il padre è stato poi rintracciato più in alto e costretto a tornare indietro.

Dove è stato lasciato il bambino?

Il bambino è stato lasciato nei pressi della sesta stazione del sentiero Fujinomiya, sul versante del Monte Fuji appartenente alla prefettura di Shizuoka, a oltre 2.000 metri di quota.

Cosa aveva con sé il bambino?

Secondo quanto riferito da TV Asahi, il bambino aveva soltanto alcuni snack e una bibita analcolica e non aveva denaro.

Il bambino si è fatto male?

No. Il bambino è stato trovato illeso e portato al sicuro all’interno del rifugio prima dell’intervento della polizia.

Il padre è stato denunciato?

Secondo le informazioni diffuse dopo l’episodio, l’uomo ha ricevuto un severo richiamo verbale dalla polizia, ma non sono stati annunciati provvedimenti penali nei suoi confronti. Il padre si è scusato e ha riconosciuto di aver preso una decisione avventata.

Saint-Ismier, cade col parapendio e si aggrappa alla roccia: salvataggio estremo

Un incidente con il parapendio a Saint-Ismier, in Francia, si è trasformato in un salvataggio ad altissimo rischio sulla parete rocciosa del Saint-Eynard, nel dipartimento dell’Isère. Protagonista della vicenda è un pilota di parapendio di 53 anni, rimasto sospeso a circa 200 metri dal suolo dopo aver perso il controllo durante il volo e aver urtato la montagna.

L’incidente è avvenuto domenica 16 agosto. L’uomo si trovava a una quota indicata tra circa 1.900 e 2.000 metri quando il volo ha improvvisamente preso una piega drammatica. Secondo la ricostruzione più dettagliata dell’accaduto, la vela del parapendio si sarebbe sganciata e il pilota avrebbe iniziato a ruotare senza controllo.

Nonostante la situazione estremamente pericolosa, il 53enne è riuscito ad azionare il paracadute di emergenza, rallentando la caduta prima dell’impatto contro la parete del Saint-Eynard.

Incidente in parapendio sul Saint-Eynard: il pilota resta sospeso nel vuoto

L’apertura del paracadute d’emergenza ha evitato conseguenze ancora più gravi, ma non è stata sufficiente a impedire al pilota di finire contro la montagna.

Il 53enne ha raggiunto la parete rocciosa del Saint-Eynard, una falesia alta circa 350 metri. Secondo la ricostruzione dell’incidente, durante la discesa avrebbe urtato la roccia per tre volte prima di riuscire ad aggrapparsi a una sporgenza.

Il parapendista si è ritrovato così bloccato su una cengia estremamente ridotta, descritta come una sporgenza di poche decine di centimetri, a circa 200 metri di altezza dal suolo.

Una posizione particolarmente precaria, dalla quale l’uomo non poteva né proseguire la discesa autonomamente né spostarsi in sicurezza. La parete, inoltre, presentava roccia friabile e instabile, aumentando ulteriormente il rischio di una caduta.

Il pilota era ancora collegato al proprio paracadute, circostanza che avrebbe reso particolarmente delicato anche l’intervento dei soccorritori.

L’allarme alle 13:30 e l’intervento del CRS Alpes

L’allarme è stato lanciato intorno alle 13:30, facendo scattare la macchina dei soccorsi dalla base di Le Versoud, nell’area di Grenoble.

A intervenire sono stati i soccorritori alpini del CRS Alpes, decollati a bordo del Dragon 38, l’elicottero della Protezione Civile utilizzato per le operazioni di emergenza nel dipartimento dell’Isère.

Una volta raggiunto il settore della parete del Saint-Eynard in cui si trovava il parapendista, l’equipaggio si è immediatamente reso conto della complessità dell’intervento.

La posizione dell’uomo era infatti estremamente esposta e ogni manovra doveva essere effettuata con precisione. Il problema non era rappresentato solamente dall’altezza e dalla conformazione della parete, ma anche dall’effetto che lo stesso elicottero avrebbe potuto avere sul parapendista.

«Quando lo abbiamo visto dall’elicottero, abbiamo pensato: wow!», ha raccontato il brigadiere capo Grégory Morin del CRS Alpes di Grenoble, descrivendo la situazione osservata dall’equipaggio durante l’avvicinamento.

Perché l’elicottero non poteva avvicinarsi al parapendista

Il principale ostacolo all’operazione di recupero era rappresentato dal flusso d’aria generato dalle pale dell’elicottero.

Il 53enne si trovava aggrappato alla roccia ed era ancora collegato al paracadute. Avvicinare troppo il Dragon 38 alla parete avrebbe quindi potuto produrre uno spostamento d’aria sufficientemente forte da gonfiare o muovere il telo e destabilizzare l’uomo.

In una posizione così precaria, anche un movimento improvviso avrebbe potuto farlo staccare dalla sporgenza e precipitare nel vuoto.

I soccorritori hanno dovuto quindi conciliare due esigenze opposte: raggiungere il parapendista nel minor tempo possibile e, contemporaneamente, mantenere l’elicottero abbastanza lontano da non mettere ulteriormente a rischio la sua vita.

A complicare l’intervento contribuivano anche la natura impervia della zona e la qualità della roccia, descritta come friabile.

Soccorritori calati con il verricello per circa 60 metri

Non potendo effettuare un recupero diretto accanto al pilota, l’equipaggio ha elaborato una manovra alternativa.

I soccorritori sono stati calati con il verricello per circa 60 metri, mantenendo l’elicottero a distanza dalla posizione del parapendista. Secondo la ricostruzione più dettagliata, la calata è stata effettuata circa 60 metri più a destra rispetto al punto nel quale si trovava il 53enne.

Da lì gli operatori del CRS Alpes hanno dovuto avvicinarsi alla sua posizione muovendosi in prossimità della parete e quasi orizzontalmente, con l’obiettivo di raggiungerlo senza provocare movimenti del paracadute e senza compromettere la stabilità dell’uomo.

Una strategia complessa, resa necessaria proprio dall’impossibilità di portare il Dragon 38 direttamente sopra il parapendista.

Il fattore tempo era fondamentale: l’uomo si trovava aggrappato a una piccola sporgenza e qualsiasi cedimento della roccia o perdita di forza avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche.

Il salvataggio estremo sulla parete di Saint-Ismier

Nonostante le difficoltà, i soccorritori sono riusciti a raggiungere il pilota e a metterlo in sicurezza, portando a termine un’operazione considerata ai limiti delle possibilità tecniche.

Quello che inizialmente appariva come un “salvataggio impossibile” si è quindi concluso positivamente grazie alla manovra effettuata dagli uomini del CRS Alpes e dall’equipaggio del Dragon 38.

Determinante è stata anche la reazione del 53enne nei primi istanti dell’incidente. Dopo aver perso il controllo del parapendio, il pilota è riuscito infatti ad aprire il paracadute di emergenza e, una volta raggiunta la parete, ad aggrapparsi alla roccia evitando di precipitare per circa 200 metri.

Il 53enne soccorso sul Saint-Eynard non ha riportato ferite

L’aspetto più sorprendente dell’intera vicenda è rappresentato dalle condizioni del parapendista al termine dell’operazione.

Nonostante la perdita di controllo durante il volo, l’apertura del paracadute d’emergenza, gli impatti contro la parete rocciosa e il lungo periodo trascorso sospeso a circa 200 metri dal suolo, il pilota di 53 anni non ha riportato ferite.

L’incidente avvenuto sul Saint-Eynard, nel territorio di Saint-Ismier, si è concluso così senza conseguenze fisiche per il protagonista, nonostante una dinamica potenzialmente mortale.

La combinazione tra la prontezza del parapendista, l’utilizzo del paracadute d’emergenza e l’intervento altamente tecnico del CRS Alpes a bordo dell’elicottero Dragon 38 ha consentito di portare a termine uno dei recuperi più delicati possibili su una parete di montagna.

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Gran Sasso, scalzo e in costume sul Corno Grande a quasi 3mila metri: interviene il Soccorso Alpino

Scalzo, a petto nudo e con indosso soltanto un costume da bagno, lungo uno degli itinerari più impegnativi del Gran Sasso. Le immagini di un escursionista sulla Direttissima del Corno Grande, a quasi 3mila metri di quota, stanno facendo il giro dei social e hanno spinto il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo a intervenire pubblicamente con un nuovo richiamo alla prudenza e alla consapevolezza in montagna.

La fotografia, rilanciata anche dalla pagina Facebook Neve Appennino, mostra l’uomo impegnato nella salita con un abbigliamento decisamente più adatto alla spiaggia che all’alta quota. In uno degli scatti l’escursionista appare completamente scalzo, mentre in un’altra immagine diffusa online viene mostrato con un paio di infradito.

L’episodio ha immediatamente acceso il dibattito sulla sicurezza sul Gran Sasso e, più in generale, sui comportamenti di chi affronta itinerari di alta montagna senza un equipaggiamento adeguato. Il caso assume particolare rilevanza perché la Direttissima conduce verso la Vetta Occidentale del Corno Grande, a 2.912 metri, la cima più alta dell’Appennino, attraverso un percorso che presenta tratti ripidi, ghiaiosi, esposti e tecnici.

L’intervento del Soccorso Alpino, in questo caso, è un richiamo pubblico alla prudenza legato alle immagini circolate sul web: negli articoli non viene riferita un’operazione di recupero dell’escursionista immortalato in costume.

Escursionista scalzo sulla Direttissima del Corno Grande: le immagini diventano virali

A far discutere è soprattutto il contrasto tra l’equipaggiamento dell’escursionista e le caratteristiche dell’itinerario scelto. L’uomo è stato fotografato mentre affrontava la Direttissima del Corno Grande senza scarpe, a torso nudo e con un costume da bagno, come se si trovasse sulla spiaggia anziché su una delle montagne più impegnative dell’Appennino.

Le fotografie sono state rilanciate nelle ultime ore sui social network, suscitando stupore e numerosi commenti. Ma al di là dell’aspetto curioso o provocatorio delle immagini, il CNSAS Abruzzo ha voluto riportare l’attenzione sui rischi concreti legati alla frequentazione dell’alta montagna senza la necessaria preparazione.

“In queste ore stanno circolando sul web fotografie che mostrano alcuni escursionisti impegnati sulla Direttissima del Corno Grande con un equipaggiamento non adeguato alle caratteristiche e alle difficoltà dell’itinerario”, spiegano dal CNSAS.

Il riferimento, dunque, non sarebbe soltanto all’uomo fotografato scalzo e in costume: secondo quanto evidenziato dal Soccorso Alpino, le immagini circolate online mostrerebbero diversi escursionisti con dotazioni non adeguate a un percorso di questo tipo.

Corno Grande, perché la Direttissima non è una semplice escursione

Il punto centrale del richiamo del Soccorso Alpino riguarda proprio le caratteristiche della Direttissima.

“La Direttissima non è un semplice sentiero escursionistico”, sottolinea il CNSAS Abruzzo.

L’itinerario conduce verso la Vetta Occidentale del Corno Grande, a 2.912 metri di altitudine, partendo dalla zona di Campo Imperatore. Il percorso è classificato EE, cioè per escursionisti esperti, e può richiedere fino a 5-6 ore di cammino.

Non si tratta quindi di una normale passeggiata in montagna. Il tracciato attraversa zone ripide e ghiaiose e comprende passaggi nei quali sono richiesti esperienza, capacità di muoversi con sicurezza e un’attrezzatura adeguata.

Il Soccorso Alpino ricorda infatti che l’itinerario presenta “tratti esposti e passaggi tecnici che richiedono preparazione, esperienza e adeguata dotazione”.

Proprio per queste caratteristiche, calzature adeguate, abbigliamento adatto all’alta quota e una corretta valutazione delle proprie capacità non rappresentano dettagli secondari.

Il rischio, sottolineato dai soccorritori, non riguarda esclusivamente chi sceglie di affrontare la salita scalzo o in infradito. Qualunque sottovalutazione delle difficoltà del percorso può trasformarsi in un problema serio, soprattutto nei tratti più esposti o sui terreni più instabili.

Il Soccorso Alpino invita alla “massima prudenza”

Dopo la diffusione delle fotografie, il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo ha invitato tutti coloro che intendono percorrere la Direttissima del Corno Grande o affrontare itinerari con caratteristiche simili a valutare attentamente la situazione prima della partenza.

“La fase della stagione in cui ci troviamo e l’elevata frequentazione della montagna richiedono particolare attenzione”, sottolinea il Soccorso Alpino, invitando chi vuole affrontare la Direttissima, e più in generale gli itinerari con caratteristiche simili, “alla massima prudenza”.

Il richiamo riguarda diversi aspetti: la preparazione personale, l’esperienza maturata in montagna, le condizioni dell’itinerario e l’attrezzatura necessaria per affrontarlo.

Il CNSAS invita quindi a non scegliere un percorso soltanto perché molto conosciuto, spettacolare o diventato popolare sui social, ma a verificare se difficoltà e caratteristiche siano effettivamente compatibili con le proprie capacità.

Il principio indicato dai soccorritori è chiaro: informarsi prima della partenza fa parte della sicurezza stessa dell’escursione.

“Prima di partire informarsi, prepararsi e scegliere un itinerario adeguato alle proprie capacità è parte integrante della sicurezza in montagna”, conclude il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo.

Gran Sasso, in alta quota il meteo può cambiare rapidamente

Un’altra questione riguarda le condizioni ambientali che si possono incontrare sul Gran Sasso a quasi 3mila metri di quota.

La montagna non presenta infatti condizioni costanti e prevedibili per tutta la durata di un’escursione. Anche durante una giornata estiva possono verificarsi vento, nebbia, temporali e repentini abbassamenti della temperatura.

Elementi che assumono un’importanza ancora maggiore quando ci si trova lungo un percorso esposto e tecnicamente impegnativo.

Un abbigliamento insufficiente o la mancanza di calzature adeguate possono quindi rappresentare un problema concreto nel momento in cui cambiano le condizioni meteorologiche o quando è necessario affrontare tratti particolarmente ripidi, ghiaiosi o esposti.

L’esperienza, inoltre, non elimina i pericoli. Anche chi conosce già il Gran Sasso deve valutare di volta in volta le condizioni del percorso e della montagna.

Soccorso Alpino, interventi già molto numerosi durante la stagione

Il nuovo richiamo del CNSAS arriva al culmine di una stagione particolarmente impegnativa sul fronte della sicurezza in montagna, segnata da incidenti, vittime e numerosi interventi dei soccorritori.

Il Soccorso Alpino collega infatti l’appello alla prudenza anche all’elevato numero di operazioni già effettuate durante i mesi estivi.

“L’altissimo numero degli interventi già effettuati in questa stagione ci ricorda quanto sia importante affrontare la montagna con consapevolezza, senza sottovalutare difficoltà e condizioni ambientali”, prosegue la nota.

Il fenomeno non riguarderebbe soltanto episodi particolarmente evidenti come quello dell’escursionista in costume. L’elevato numero di interventi registrati dall’inizio della stagione viene indicato come un segnale della necessità di aumentare attenzione, preparazione e consapevolezza prima di affrontare percorsi di montagna.

Il CNSAS ricorda anche che “l’altissimo numero degli interventi già effettuati in questa stagione” dovrebbe essere un motivo in più per non improvvisare.

Non sarebbe il primo caso di escursionisti a piedi nudi sul Corno Grande

Dai commenti comparsi sotto il post pubblicato dal Soccorso Alpino emergerebbe inoltre che quello immortalato sulla Direttissima potrebbe non essere un caso isolato.

Diversi frequentatori della zona avrebbero raccontato di aver incontrato escursionisti a piedi nudi anche lungo la via normale del Corno Grande, compreso un punto che negli anni è già stato teatro di gravi incidenti.

Un elemento che contribuisce ad ampliare il dibattito: non soltanto una singola immagine diventata virale, ma il rischio che alcuni comportamenti possano essere considerati normali o ripetuti in un ambiente nel quale una valutazione sbagliata può avere conseguenze importanti.

E un’eventuale emergenza non coinvolge esclusivamente l’escursionista in difficoltà. Un intervento su un itinerario impegnativo può esporre a rischi anche gli uomini e le donne del soccorso chiamati a raggiungere la persona e riportarla in sicurezza.

Montagna e social network: il rischio degli itinerari affrontati senza preparazione

La crescente frequentazione della montagna viene considerata un fenomeno positivo, ma porta con sé anche nuove criticità.

Fotografie spettacolari, video e contenuti pubblicati sui social network possono contribuire a far conoscere territori e itinerari, ma allo stesso tempo possono attirare persone che non sempre possiedono la preparazione necessaria per affrontarli.

Il rischio è quello di trasformare un percorso di alta montagna in una semplice destinazione da raggiungere per ottenere una fotografia, sottovalutando ciò che esiste tra il punto di partenza e la vetta.

Nel caso della Direttissima del Corno Grande, la classificazione per escursionisti esperti, la presenza di tratti tecnici ed esposti e la quota raggiunta rendono invece necessario programmare la salita con attenzione.

La sicurezza dipende dalla capacità di valutare l’itinerario, dalle proprie condizioni e competenze, dalle previsioni e dalle condizioni ambientali, oltre che dall’utilizzo di calzature, abbigliamento e dotazioni compatibili con il percorso scelto.

 

Non solo Gran Sasso: comportamenti scorretti anche nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Il tema della frequentazione poco consapevole della montagna non riguarda esclusivamente il Gran Sasso.

Anche nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise vengono segnalati comportamenti che non rispettano le regole e la delicatezza dell’ambiente naturale.

Tra gli episodi indicati ci sono tende montate in zone nelle quali il campeggio è vietato, persone che superano staccionate e barriere nonostante i divieti e comportamenti inappropriati nei confronti della fauna selvatica.

Sempre più frequentemente, alcune persone tenterebbero infatti di avvicinare, chiamare o attirare gli animali, arrivando in alcuni casi anche ad alimentarli, con l’obiettivo di riuscire a realizzare una fotografia ravvicinata.

Un comportamento in contrasto con l’immagine di rispetto della natura spesso raccontata proprio attraverso gli stessi social network.

«Ci colpisce sempre osservare come quasi tutti, raccontando la propria giornata sui social, scrivano di amare la natura. Poi, però, ci sono le immagini», ha osservato il Parco.

L’aumento delle persone interessate a conoscere la montagna e le aree protette rappresenta certamente un’opportunità, ma richiede allo stesso tempo maggiore consapevolezza.

Questi ambienti non possono essere considerati parchi divertimento o semplici scenari nei quali creare contenuti destinati ai social. Sono ecosistemi delicati e, nel caso dell’alta montagna, anche luoghi che possono diventare difficili e imprevedibili.

Sicurezza sul Gran Sasso: preparazione e attrezzatura restano fondamentali

Il caso dell’escursionista scalzo e in costume sulla Direttissima del Corno Grande è diventato rapidamente virale per l’impatto delle immagini, ma il messaggio del Soccorso Alpino va oltre il singolo episodio.

La richiesta è quella di affrontare la montagna con preparazione, esperienza, attrezzatura adeguata e consapevolezza delle proprie capacità.

Prima di partire è necessario informarsi sulle caratteristiche dell’itinerario, sulle sue difficoltà e sulle condizioni ambientali, scegliendo un percorso compatibile con la propria esperienza.

Nel caso della Direttissima del Corno Grande, raggiungere i 2.912 metri della cima più alta dell’Appennino significa affrontare un itinerario classificato per escursionisti esperti, con passaggi esposti, tratti tecnici, zone ripide e ghiaioni.

Non è quindi l’abbigliamento insolito in sé a rappresentare il cuore del problema, ma la possibile sottovalutazione dell’ambiente nel quale ci si trova.

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Il Soccorso Alpino e Speleologico Abruzzo si è detto inoltre disponibile a fornire ulteriori indicazioni a chi ne avesse bisogno. Il messaggio resta quello riassunto dal richiamo alla consapevolezza: conoscere il percorso, prepararsi correttamente e scegliere un itinerario adeguato sono elementi essenziali per vivere la montagna riducendo i rischi.

Monte Nerone, donna travolta da una mucca dopo una foratura in bici: arriva l’eliambulanza

Doppio intervento di soccorso il 19 agosto sulle montagne marchigiane. I tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico Marche sono stati impegnati in due distinte operazioni sul Monte Nerone e sul Monte Catria, entrambe concluse con il supporto dell’elisoccorso regionale Icaro 02.

Il primo intervento ha riguardato una donna che, mentre si trovava sul Monte Nerone insieme al marito, è stata urtata da un bovino e spinta contro un muretto. Poco dopo è arrivata una seconda richiesta di soccorso dal Monte Catria per un’altra donna che aveva riportato un trauma alla caviglia sinistra con sospetta frattura.

Monte Nerone, donna urtata da un bovino mentre attraversa una mandria

Il primo incidente si è verificato il 19 agosto sul Monte Nerone, nel Pesarese. La donna si trovava insieme al marito, che si era fermato a causa di una foratura alla bicicletta.

Mentre attraversava a piedi un tratto di strada occupato da una mandria di bovini con vitelli, la donna è stata improvvisamente urtata da uno degli animali. L’impatto l’ha spinta contro un muretto, rendendo necessario l’intervento dei soccorritori.

Sono stati immediatamente attivati i soccorsi e sul posto è intervenuto Icaro 02, l’elisoccorso regionale. Contemporaneamente sono state allertate anche le squadre territoriali del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, pronte a fornire supporto alle operazioni.

La donna, molto spaventata ma cosciente, è stata presa in carico dal personale sanitario. Dopo la prima valutazione è stata quindi trasportata in ambulanza per ulteriori accertamenti.

Secondo intervento sul Monte Catria per una donna ferita alla caviglia

Poco dopo il soccorso sul Monte Nerone, nella stessa giornata del 19 agosto, è arrivata una seconda richiesta di intervento, questa volta dal Monte Catria.

Una donna aveva riportato un trauma alla caviglia sinistra, con il sospetto di una frattura. L’elicottero Icaro 02, che in quel momento si trovava a pochi minuti di volo dalla zona, ha potuto raggiungere rapidamente il luogo dell’incidente.

Una volta arrivato sul posto, il Tecnico di Elisoccorso del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, insieme al medico e all’infermiere dell’equipaggio sanitario, ha raggiunto la donna ferita e ha provveduto alla sua stabilizzazione.

Recupero con un verricello di circa 50 metri

La conformazione del terreno, la zona nella quale si trovava l’infortunata e le sue condizioni hanno reso necessario procedere con un recupero mediante verricello.

È stata quindi effettuata una manovra con un verricello di circa 50 metri, attraverso la quale la donna è stata recuperata e successivamente issata a bordo dell’elicottero.

Dopo il recupero, l’infortunata è stata trasferita in elicottero all’ospedale di Fabriano, dove è stata affidata ai sanitari per ricevere le cure necessarie in seguito al trauma alla caviglia.

Anche per questo secondo intervento erano state preventivamente attivate le squadre territoriali del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, pronte a intervenire a supporto dell’equipaggio dell’elisoccorso.

Due interventi tra Monte Nerone e Monte Catria il 19 agosto

La giornata del 19 agosto è stata dunque caratterizzata da un doppio intervento di soccorso tra Monte Nerone e Monte Catria.

Nel primo caso, sul Monte Nerone, i soccorritori sono intervenuti per assistere la donna urtata da un bovino mentre attraversava il tratto di strada occupato dalla mandria, durante una sosta legata alla foratura della bicicletta del marito.

Nel secondo episodio, invece, l’intervento si è concentrato sul Monte Catria, dove una donna con un trauma alla caviglia sinistra e una sospetta frattura è stata stabilizzata e recuperata attraverso una manovra con verricello prima del trasferimento all’ospedale di Fabriano.

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Entrambe le operazioni, effettuate con l’intervento di Icaro 02 e con l’attivazione delle squadre del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, si sono concluse rapidamente e senza ulteriori criticità

Monte Piselli verso la nuova cabinovia, stanziati 12 milioni per il comprensorio

Nuovo passo avanti per la realizzazione della cabinovia di Monte Piselli e per il rilancio del comprensorio sciistico San Giacomo-Monte Piselli, al confine tra Abruzzo e Marche. La Giunta regionale dell’Abruzzo ha dato seguito all’iter amministrativo per la sostituzione degli impianti esistenti nei territori comunali di Civitella del Tronto e Valle Castellana, in provincia di Teramo.

Per l’intervento è disponibile un finanziamento complessivo di 12 milioni di euro, concesso dal Commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma 2016, Guido Castelli. Beneficiario delle risorse è il Consorzio Turistico dei Monti Gemelli (CO.TU.GE.), mentre la Provincia di Ascoli Piceno ricopre il ruolo di soggetto attuatore.

Il progetto rappresenta uno degli interventi più significativi programmati per il futuro di Monte Piselli e dei Monti Gemelli, con l’obiettivo di rinnovare infrastrutture ormai datate e rafforzare l’offerta turistica e sciistica di un’area montana strategica tra il Teramano e l’Ascolano.

Nuova cabinovia di Monte Piselli: via libera della Giunta regionale

La Giunta regionale d’Abruzzo, riunita il 14 agosto in seduta ordinaria sotto la presidenza del presidente Marco Marsilio, ha approvato il provvedimento che permette di proseguire il percorso amministrativo necessario alla realizzazione della nuova cabinovia.

La proposta è stata sottoposta all’esecutivo regionale dall’assessore alle Infrastrutture e Trasporti Umberto D’Annuntiis.

L’impianto sarà destinato a sostituire quelli attualmente presenti nel comprensorio sciistico San Giacomo-Monte Piselli, interessando direttamente i territori di Civitella del Tronto e Valle Castellana.

Il via libera regionale non rappresenta ancora l’autorizzazione definitiva alla realizzazione dell’opera, ma costituisce un ulteriore passaggio dell’iter previsto per arrivare alle successive procedure autorizzative.

Dove si trova il comprensorio San Giacomo-Monte Piselli

Il comprensorio di San Giacomo-Monte Piselli si sviluppa sul versante settentrionale della Montagna dei Fiori, nel massiccio dei Monti Gemelli, in un territorio posto lungo il confine tra Abruzzo e Marche.

L’area interessata ricade all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ed è utilizzata sia per le attività sciistiche sia per quelle escursionistiche. L’accesso al comprensorio avviene anche attraverso la frazione di San Giacomo.

La posizione rende Monte Piselli un punto di riferimento per un territorio che coinvolge sia la provincia di Teramo sia quella di Ascoli Piceno. Proprio per questa caratteristica sovraregionale, l’intervento vede coinvolti soggetti istituzionali abruzzesi e marchigiani.

Stanziati 12 milioni di euro per la cabinovia di Monte Piselli

Il quadro economico dell’intervento prevede 12 milioni di euro già disponibili per la realizzazione della nuova cabinovia.

Il finanziamento è stato concesso dal Commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma 2016, Guido Castelli, nell’ambito delle risorse destinate ai territori interessati dalla ricostruzione.

La ripartizione dei ruoli vede:

  • il Consorzio Turistico dei Monti Gemelli (CO.TU.GE.) come beneficiario dell’intervento;
  • la Provincia di Ascoli Piceno come soggetto attuatore;
  • la Regione Abruzzo impegnata nell’iter amministrativo e autorizzativo di propria competenza.

L’investimento punta a superare l’attuale situazione degli impianti del comprensorio, attraverso la realizzazione di una struttura moderna e funzionale in grado di offrire nuove prospettive a Monte Piselli e all’intero territorio montano tra Abruzzo e Marche.

Perché la nuova cabinovia è importante per Monte Piselli

La sostituzione degli impianti esistenti è considerata uno degli interventi più rilevanti previsti per il rilancio del comprensorio San Giacomo-Monte Piselli.

Il progetto punta innanzitutto al rinnovamento delle infrastrutture, ma assume una rilevanza più ampia per le prospettive turistiche dell’intera zona. Una cabinovia moderna potrebbe infatti contribuire a rafforzare l’attrattività di Monte Piselli, migliorando l’infrastruttura a servizio delle attività legate alla montagna.

L’obiettivo è quindi restituire prospettive a una delle principali aree montane situate tra il Teramano e l’Ascolano, valorizzando un territorio già frequentato per lo sci e per l’escursionismo.

Il progetto assume inoltre particolare importanza per la sua collocazione geografica: Monte Piselli si trova infatti in un’area di collegamento tra due regioni, Abruzzo e Marche, e tra territori che condividono interessi turistici, ambientali e infrastrutturali.

L’iter non è concluso: ora il passaggio in II Commissione

Nonostante il via libera arrivato dalla Giunta regionale, la procedura per la realizzazione della cabinovia di Monte Piselli non è ancora conclusa.

Il provvedimento sarà ora trasmesso alla II Commissione del Consiglio regionale dell’Abruzzo, chiamata a esprimere il parere previsto dalla normativa.

Si tratta di un passaggio propedeutico alle successive procedure autorizzative. Solo dopo il completamento dei diversi adempimenti amministrativi sarà possibile proseguire concretamente verso la realizzazione del nuovo impianto.

L’approvazione da parte della Giunta consente quindi di avanzare nell’iter, ma non equivale all’apertura immediata del cantiere. Il prossimo passaggio formale sarà proprio l’esame da parte della seconda Commissione consiliare, prima delle ulteriori autorizzazioni necessarie.

L’obiettivo finale resta quello di trasformare i 12 milioni di euro già disponibili in un intervento concreto per il futuro del comprensorio di Monte Piselli.

Monte Piselli, un progetto strategico tra Abruzzo e Marche

La nuova cabinovia si inserisce in un percorso più ampio di rilancio dell’area dei Monti Gemelli e del comprensorio San Giacomo-Monte Piselli.

La sostituzione degli impianti esistenti dovrebbe consentire di dotare l’area di un’infrastruttura più moderna, rafforzando l’offerta turistica e sciistica e creando nuove prospettive per una zona montana che interessa direttamente Civitella del Tronto e Valle Castellana, ma che per posizione e bacino di utenza guarda anche al territorio marchigiano e alla provincia di Ascoli Piceno.

L’investimento da 12 milioni di euro rappresenta quindi uno degli interventi infrastrutturali maggiormente attesi per Monte Piselli. Dopo l’approvazione della Giunta regionale, l’attenzione si sposta ora sui successivi passaggi amministrativi e autorizzativi necessari per arrivare alla realizzazione della cabinovia.

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Roccaraso, avviato anche l’iter per una cestovia a Coppo dell’Orso-Aremogna

Nella stessa seduta, sempre su proposta dell’assessore regionale alle Infrastrutture e Trasporti Umberto D’Annuntiis, la Giunta regionale ha avviato anche l’iter di propria competenza per un altro intervento relativo agli impianti montani abruzzesi.

Si tratta della realizzazione di una cestovia a due posti in località Coppo dell’Orso-Aremogna, a Roccaraso, in provincia dell’Aquila, richiesta dalla F.A.E.R.R. Sas.

Il progetto riguarda esclusivamente un impianto destinato al trasporto di pedoni.

Anche questo provvedimento sarà trasmesso alla seconda Commissione del Consiglio regionale per acquisire il parere previsto dalla normativa, prima di procedere con i successivi passaggi autorizzativi.

Per la cestovia di Roccaraso non sono previsti oneri per il bilancio regionale.

Caldo record sullo Stelvio, stop allo sci estivo

Il caldo record sullo Stelvio ferma lo sci estivo. Le temperature eccezionalmente elevate registrate anche alle quote più alte delle Alpi, unite alla mancanza di un adeguato raffreddamento durante la notte, hanno costretto la Sifas, Società Impianti Funiviari allo Stelvio, a sospendere l’attività sciistica sul ghiacciaio dell’Alta Valtellina.

Lo stop è scattato a Ferragosto, a partire da sabato 15 agosto, e resterà in vigore fino a data da destinarsi. Una decisione definita sofferta ma necessaria, presa soprattutto per ragioni di sicurezza e per l’impossibilità di mantenere condizioni del manto nevoso compatibili con la pratica dello sci.

Lo Stelvio non rappresenta però un caso isolato. Il caldo ha già provocato la sospensione dello sci estivo in altre importanti località alpine, dal Cervino-Zermatt a Saas-Fee, passando per Ponte di Legno-Tonale. Condizioni particolarmente delicate vengono segnalate anche sul Monte Bianco e, più in generale, sull’intero arco alpino europeo.

Stop allo sci estivo sul ghiacciaio dello Stelvio

La decisione riguarda uno dei luoghi simbolo dello sci estivo in Italia. Le condizioni meteorologiche delle ultime settimane hanno progressivamente deteriorato la situazione del ghiacciaio, rendendo impossibile proseguire normalmente l’attività sulle piste.

Sifas ha spiegato che le condizioni presenti in quota “non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo”.

Per questo la società ha comunicato che “l’attività sciistica sul ghiacciaio dello Stelvio è sospesa fino a data da destinarsi. Rimane, invece, attivo il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio”.

La chiusura interessa quindi le piste da sci, mentre le funivie continuano a funzionare e consentono agli escursionisti e ai visitatori di raggiungere il ghiacciaio.

Perché lo Stelvio ha sospeso lo sci: caldo, mancato rigelo e temporali

Alla base della sospensione non c’è soltanto l’aumento delle temperature durante le ore diurne. Il problema principale riguarda la combinazione di diversi fenomeni che stanno incidendo sulle condizioni del ghiacciaio.

Sifas parla di “Una decisione sofferta ma doverosa che si è resa necessaria a causa delle avverse condizioni meteorologiche che interessano l’area nelle ultime settimane”.

Tra le criticità vengono indicate innanzitutto le “Ondate di caldo persistente registrate anche ad alte quote”.

A queste si aggiungono l’assenza di raffreddamento e del rigelo notturno del manto nevoso e i frequenti temporali, che hanno contribuito a compromettere ulteriormente lo stato del ghiacciaio.

La società sottolinea infatti: “Assenza di raffreddamento e rigelo notturno del manto nevoso ma anche frequenti temporali che hanno ulteriormente compromesso lo stato del ghiacciaio. Questi fattori non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo”.

Il mancato rigelo durante la notte assume un’importanza particolare perché le temperature rimangono elevate anche dopo il tramonto. Il manto nevoso non riesce quindi a recuperare condizioni sufficientemente stabili prima della successiva giornata di caldo.

Temperature eccezionali anche ad alta quota

A fotografare la portata dell’anomalia termica sono anche i valori rilevati in montagna. Alla stazione Arpa del ghiacciaio dei Forni, situata a oltre 2.000 metri di quota, sono stati registrati 17 gradi, mentre al Passo Marinelli, a circa 3.000 metri, la temperatura ha raggiunto 9 gradi.

Valori che aiutano a comprendere perché le condizioni dei ghiacciai e delle piste dedicate allo sci estivo siano diventate così difficili.

Il caldo intenso durante il giorno, accompagnato da temperature notturne insufficientemente basse, impedisce infatti al manto nevoso di rigelare adeguatamente. A questo quadro si aggiungono i temporali che hanno interessato le zone alpine e che, secondo Sifas, hanno contribuito a peggiorare ulteriormente le condizioni dello Stelvio.

Quando riapriranno le piste da sci dello Stelvio?

Al momento non esiste una data stabilita per la ripresa dello sci estivo sul ghiacciaio dello Stelvio. La riapertura dipenderà dall’evoluzione delle temperature e dalle condizioni della montagna.

Sifas continuerà a verificare quotidianamente lo stato dell’area: “Il nostro team – hanno aggiunto – continuerà a monitorare costantemente la situazione e le condizioni della montagna nella speranza di un ribasso delle temperature e di un miglioramento dello stato del ghiacciaio. Terremo tempestivamente aggiornati tutti su ogni eventuale riapertura. Ringraziamo per la comprensione e la collaborazione”.

Il personale della società degli impianti continuerà dunque a monitorare la montagna nella speranza che un calo delle temperature possa favorire un miglioramento delle condizioni del ghiacciaio.

Attualmente, tuttavia, non sono state comunicate date per la ripresa dell’attività sciistica.

Sifas ha inoltre ribadito: “Ringraziamo per la comprensione e per la collaborazione. Il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio rimane comunque attivo”.

Non solo Stelvio: stop allo sci estivo anche sul Cervino

Quella dello Stelvio è soltanto una delle chiusure che stanno interessando le località alpine dedicate allo sci durante i mesi più caldi.

Una situazione critica si era già verificata nel comprensorio Cervinia-Zermatt, dove a inizio agosto aveva dovuto fermarsi la stazione del Teodulo.

Sul Cervino lo stop era arrivato il 31 luglio per decisione della Zermatt Bergbahnen, società svizzera che gestisce gli impianti sul ghiacciaio del Teodulo, situato a circa 3.000 metri di quota, al confine con l’Italia.

La chiusura era stata prolungata almeno fino a lunedì 17 agosto.

Anche gli impianti del versante italiano, con partenza da Breuil-Cervinia, sono rimasti aperti fino a Plateau-Rosa, ma esclusivamente per gli escursionisti e non per la pratica dello sci.

Alla fine di luglio Zermatt aveva quindi già dovuto sospendere l’attività sciistica a causa dello scioglimento dei ghiacciai.

Sci estivo sospeso anche a Saas-Fee e Ponte di Legno-Tonale

Problemi analoghi hanno coinvolto altre destinazioni delle Alpi.

Lo sci estivo è stato sospeso fino a nuovo avviso anche a Saas-Fee, nel Canton Vallese, all’inizio della stessa settimana. Un ulteriore segnale delle difficoltà provocate dalle temperature elevate sulle aree sciabili in quota.

Prima dello Stelvio, inoltre, era già arrivata la sospensione dell’attività nel comprensorio di Ponte di Legno-Tonale.

La sequenza delle chiusure evidenzia come la situazione non riguardi una singola località, ma interessi contemporaneamente numerose aree glaciali utilizzate tradizionalmente per lo sci durante l’estate.

Situazione critica anche sul Monte Bianco

Il caldo e le condizioni della montagna stanno creando problemi anche sul Monte Bianco, seppure con conseguenze diverse rispetto alla sospensione dello sci estivo.

Sul versante italiano è stata sospesa la salita, mentre sul lato francese sono stati chiusi per ragioni di sicurezza anche i rifugi Tête Rousse e Goûter.

Prima di Ferragosto, 32 turisti che erano saliti al rifugio hanno dovuto utilizzare, a proprie spese, un elicottero per rientrare.

Il sindaco di Saint-Gervais aveva infatti negato loro il soccorso dopo che i turisti avevano deciso di proseguire la salita nonostante i divieti introdotti per il rischio di frane.

La decisione ha provocato una serie di polemiche in Francia, ancora non terminate.

Caldo sulle Alpi: in Italia non si può più sciare all’aperto

Le elevate temperature non riguardano soltanto lo Stelvio o le stazioni italiane.

La situazione interessa infatti l’intero arco alpino, comprese le località sciistiche di Svizzera, Francia e Austria. Problemi analoghi vengono segnalati anche in Norvegia.

Con le attuali condizioni termiche, in Italia non risulta possibile praticare lo sci estivo sulle piste all’aperto. Una situazione sostanzialmente analoga riguarda le altre località europee tradizionalmente utilizzate durante i mesi estivi.

Le uniche possibilità di sciare in Europa, in questa fase, rimangono quindi le piste indoor.

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Lo sci estivo sempre più condizionato dalle alte temperature

Quella registrata allo Stelvio è una situazione che si è ripresentata anche nelle ultime stagioni, con il caldo sempre più capace di incidere sulla piena funzionalità delle stazioni sciistiche d’alta quota.

Il caso del ghiacciaio dello Stelvio mostra quanto siano determinanti non solo le temperature raggiunte durante il giorno, ma anche le condizioni notturne. Senza un sufficiente abbassamento termico e senza il rigelo del manto nevoso, diventa più difficile mantenere le piste nelle condizioni richieste per garantire qualità e sicurezza.

A Ferragosto, quindi, anche lo Stelvio ha dovuto interrompere lo sci estivo. Le funivie restano operative per raggiungere il ghiacciaio, ma per tornare a sciare sarà necessario attendere un cambiamento delle condizioni meteorologiche e, soprattutto, un calo delle temperature.

Fino ad allora la sospensione resta a tempo indeterminato, con Sifas impegnata nel monitoraggio continuo dello stato della montagna e pronta a comunicare un’eventuale riapertura qualora le condizioni del ghiacciaio tornassero a essere compatibili con la pratica dello sci.

Ussita, escursionista ferita sul sentiero tra Casali e il Rifugio del Fargno

Intervento di soccorso nel pomeriggio a Ussita, lungo il sentiero che collega Casali al Rifugio del Fargno, dove una giovane escursionista è rimasta ferita durante la discesa dopo aver trascorso la notte in rifugio.

La donna ha riportato un infortunio alla caviglia mentre stava percorrendo il sentiero di ritorno. Il trauma, di natura distorsiva, le ha impedito di proseguire autonomamente, rendendo necessario l’intervento delle squadre di soccorso.

Escursionista infortunata durante la discesa dal Rifugio del Fargno

L’incidente si è verificato nel pomeriggio sul percorso che collega Casali, frazione di Ussita, al Rifugio del Fargno. La giovane escursionista stava affrontando la discesa dopo aver passato la notte in rifugio quando si è fatta male a una caviglia.

A seguito dell’infortunio sono stati quindi attivati i soccorsi per raggiungere la donna lungo il sentiero e procedere con le operazioni necessarie al recupero.

La squadra del Soccorso Alpino e Speleologico Marche è stata attivata dai Vigili del Fuoco e ha raggiunto l’escursionista nel punto in cui era rimasta bloccata.

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Soccorso Alpino e Vigili del Fuoco impegnati nel recupero

Una volta raggiunta la giovane, sul posto hanno operato congiuntamente i tecnici del CNSAS Marche – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e i Vigili del Fuoco.

Le squadre si sono occupate delle operazioni di recupero e trasporto dell’escursionista, che a causa del trauma distorsivo alla caviglia non era più in grado di proseguire regolarmente lungo il percorso.

L’intervento ha così consentito di assistere e recuperare la donna lungo il sentiero tra Casali e il Rifugio del Fargno, nel territorio di Ussita.

Monti Sibillini con i bambini: tra laghi misteriosi, castelli e leggende

Norcia e i Monti Sibillini con i bambini: borghi, altopiani, laghi e sentieri tra Umbria e Marche

Visitare oggi Norcia e i Monti Sibillini significa entrare in un territorio che non coincide soltanto con il suo straordinario paesaggio appenninico. A quasi dieci anni dal terremoto del 2016, il viaggio permette di osservare da vicino anche uno dei più complessi processi di ricostruzione del patrimonio storico italiano: chiese, palazzi civici, borghi e infrastrutture sono tornati progressivamente alla vita, mentre altri luoghi richiedono ancora attenzione e verifiche prima della visita.

Per una famiglia è proprio questa sovrapposizione tra storia, natura, ricostruzione e vita quotidiana a rendere l’area particolarmente interessante. A condizione, però, di distinguere le passeggiate davvero semplici dalle escursioni di montagna e di verificare sempre aperture, condizioni dei sentieri e limitazioni ambientali.

Norcia, una piazza che racconta la ricostruzione

Il punto di partenza più significativo è Piazza San Benedetto. Qui, nell’arco di pochi mesi, sono tornati pienamente riconoscibili due dei simboli maggiormente colpiti dal sisma: la Basilica di San Benedetto e il Palazzo Comunale.

La Basilica di San Benedetto, quasi completamente crollata con la scossa del 30 ottobre 2016, è stata restituita alla comunità il 30 ottobre 2025 e riaperta al culto con la celebrazione di dedicazione del giorno successivo. La ricostruzione, iniziata nel dicembre 2021, ha comportato il recupero, la catalogazione e il reimpiego di una parte consistente dei materiali superstiti, integrati con moderne tecnologie antisismiche. La chiesa sorge nel luogo che la tradizione identifica con la casa natale di san Benedetto e della sorella santa Scolastica: più che presentarla ai bambini come una semplice “chiesa antica”, si può quindi raccontare come un edificio che ha attraversato terremoti, crolli e ricostruzioni conservando un legame fortissimo con l’identità della città.

Poco distante, il Palazzo Comunale di Norcia è stato inaugurato il 19 aprile 2026 dopo un intervento di restauro e adeguamento sismico da oltre 7,3 milioni di euro. È un caso particolarmente interessante anche dal punto di vista tecnico: sotto l’edificio sono stati inseriti 67 isolatori sismici progettati per ridurre drasticamente le accelerazioni trasmesse alla struttura durante un terremoto. Per ragazzi un po’ più grandi può diventare un esempio concreto di come archeologia, architettura storica e ingegneria contemporanea possano convivere.

All’interno del complesso storico si trovano ambienti legati alla vita civica e religiosa della città, tra cui la Cappella dei Priori e gli spazi collegati al reliquiario di san Benedetto. È preferibile, tuttavia, verificare preventivamente quali ambienti siano effettivamente compresi nei percorsi di visita, perché la riapertura istituzionale di un edificio non implica automaticamente la libera accessibilità turistica di ogni sala.

Anche la gastronomia può diventare una parte della narrazione. Il Granaro del Monte, gestito dalla famiglia Bianconi, fa risalire la propria tradizione di ospitalità al 1850 ed è presentato sia dal ristorante sia dal portale turistico regionale come una delle realtà storiche della ristorazione nursina. Il nome richiama i locali legati all’antico “Monte Frumentario”, istituzione che distribuiva cereali da semina alle famiglie contadine in difficoltà. È un dettaglio più interessante, soprattutto per i bambini, del semplice elenco di piatti: permette di spiegare perché in queste montagne lenticchie, farro, cereali, formaggi e salumi siano parte della storia sociale prima ancora che della cucina.

Castelluccio: un altopiano da esplorare senza trasformarlo in un parco giochi

Da Norcia la strada sale verso uno dei paesaggi più conosciuti dell’Appennino centrale. I Piani di Castelluccio comprendono Pian Grande, Pian Piccolo e Pian Perduto e formano un vasto sistema di depressioni tettoniche poste intorno ai 1.300 metri di quota. Il Parco descrive questo ambiente come uno dei grandi paesaggi aperti dei Sibillini, dominato a est dalle Coste del Vettore e, a nord, dal borgo di Castelluccio.

Con i bambini è probabilmente uno dei luoghi più semplici da “leggere”: montagne ai margini, campi, praterie e orizzonti quasi privi di ostacoli visivi. La libertà dello spazio, però, non significa libertà di andare ovunque. Il Parco raccomanda espressamente comportamenti rispettosi delle praterie, evitando parcheggio sui prati, raccolta dei fiori e altre attività che possano danneggiare habitat fragili. Durante i periodi di maggiore afflusso possono inoltre essere adottati provvedimenti sulla viabilità, per cui conviene controllare le indicazioni di Comune e Parco poco prima della partenza.

La celebre “fioritura” non è un fenomeno artificiale né un evento con una data esatta: deriva dall’incontro tra coltivazioni e flora spontanea e cambia ogni anno con clima e pratiche agricole. Per una famiglia il modo migliore di viverla è quindi non inseguire “il giorno perfetto”, ma considerare il Pian Grande come un paesaggio agricolo vivo, da osservare senza entrare nei campi coltivati.

Lago di Pilato: straordinario, ma non una passeggiata per tutti

Tra le destinazioni del Parco, il Lago di Pilato è quella che richiede la maggiore cautela quando si parla di famiglie. Si trova a circa 1.941 metri, nel territorio di Montemonaco, all’interno di una valle glaciale dominata da Monte Vettore, Cima del Redentore, Cima del Lago e Pizzo del Diavolo. Il suo profilo può assumere la nota forma “a occhiale”, con due bacini affiancati, ma dipende dalla quantità d’acqua presente: negli anni più siccitosi lo specchio d’acqua può ridursi fortemente o anche prosciugarsi.

L’accesso storico avviene da Foce di Montemonaco o dal sistema di sentieri collegato a Forca Viola. Il Parco non vieta in assoluto il raggiungimento del lago, ma la quota, il dislivello, la lunghezza degli itinerari, i fondi detritici e l’esposizione agli elementi fanno sì che questa meta debba essere considerata un’escursione di montagna, non una gita adatta indistintamente a bambini piccoli. La decisione va presa sulla base dell’esperienza escursionistica reale della famiglia, delle condizioni meteo e dello stato aggiornato dei sentieri.

Il motivo più importante per avvicinarsi al lago con rispetto è il Chirocephalus marchesonii, piccolo crostaceo endemico. Il Parco monitora il suo habitat e ricorda che le uova possono rimanere quiescenti anche quando alcune zone del bacino sono asciutte: calpestare il fondo apparentemente secco può quindi danneggiarle. Vanno inoltre evitati l’ingresso in acqua e l’introduzione di oggetti, che potrebbero contaminare questo ecosistema estremamente delicato. Questa è forse la lezione naturalistica più bella da proporre ai bambini: ciò che sembra “terra vuota” può essere in realtà parte vitale dell’habitat di una specie unica.

Alla scienza si affianca uno dei racconti più famosi dei Sibillini. Una tradizione documentata già nel Quattrocento da Antoine de La Sale racconta che il corpo di Ponzio Pilato, trascinato da un carro, sarebbe stato gettato nel lago da forze demoniache. Per secoli l’area è stata associata anche a maghi, negromanti e libri di magia consacrati alle potenze del lago. Presentata chiaramente come leggenda, questa componente rende il luogo particolarmente efficace per introdurre ai ragazzi il rapporto tra paesaggio reale e immaginario medievale.

Alle alte quote dei Sibillini cresce inoltre la stella alpina dell’Appennino, insieme ad altre specie adattate al freddo, al vento e ai suoli pietrosi. Il Parco ne sottolinea il valore naturalistico e invita espressamente a non raccogliere fiori rari o protetti: l’idea migliore con i bambini è fotografarli e imparare a riconoscerli, non portarli a casa.

Il Grande Anello dei Sibillini: meglio scegliere una tappa che inseguire il record

Per conoscere il Parco con ritmi più lenti esiste il Grande Anello dei Sibillini, circa 120 chilometri suddivisi in nove tappe. Il percorso ufficiale parte convenzionalmente da Visso, sede del Parco, ma può essere iniziato da altri punti e soprattutto percorso per singole sezioni. Il Parco stesso distingue questi itinerari dai Sentieri Natura pensati per famiglie e principianti: il Grande Anello resta un trekking vero e proprio, con tappe che in alcuni casi superano i 15-18 chilometri e presentano dislivelli importanti.

Per una famiglia allenata una delle zone più interessanti è quella tra Visso, Macereto e Cupi, dove lo scenario è dominato dalle pareti del Monte Bove Nord. Il percorso ufficiale segnala la presenza di fauna selvatica e, nelle praterie delle tappe successive, di rapaci quali gheppio, poiana e aquila reale. Non bisogna naturalmente trasformare queste indicazioni in una promessa di avvistamento: l’aspetto educativo sta proprio nell’imparare a cercare silhouette, voli e richiami senza disturbare gli animali.

Molto suggestiva è anche la Valle del Fiastrone. Il Grande Anello attraversa qui un paesaggio di gole, boschi e testimonianze medievali. Dal percorso sono visibili i ruderi di Col di Pietra, mentre il territorio conserva l’Abbazia di San Salvatore a Monastero e la Grotta dei Frati, utilizzata dal XIII secolo da comunità religiose legate ai Clareni. Più che proporre ai bambini una generica “caccia ai castelli”, si può raccontare perché proprio valli appartate, pareti rocciose e boschi siano stati scelti nei secoli come luoghi di difesa, preghiera e isolamento.

Piani di Ragnolo: il prato come laboratorio naturalistico

I Prati di Ragnolo sono uno degli ambienti in cui la montagna diventa un grande esercizio di osservazione. La documentazione ufficiale del Parco segnala in primavera fioriture di viola d’Eugenia, orchidea sambucina, potentilla, trifoglio, lupinella, varie genziane e peonia. Il paesaggio è accompagnato dal canto delle allodole e dal volo dei gheppi, spesso osservabili nella caratteristica posizione di caccia quasi immobile controvento.

Con i bambini l’attività più semplice è anche la più rispettosa: riconoscere colori, forme e suoni senza raccogliere nulla. I Piani sono infatti praterie montane, non prati urbani: anche qui la frequentazione deve tenere conto del meteo, dell’esposizione al sole e al vento e delle norme del Parco.

La Valle del Chienti in MTB: esiste un vero itinerario, ma non è una ciclabile per principianti

Il testo originario suggeriva genericamente una pedalata nella valle del Chienti. In realtà esiste una proposta ufficiale molto più precisa: l’anello MTB B1 “Valle del Chienti” del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Parte da Pievebovigliana, oggi nel Comune di Valfornace, misura circa 26,5 chilometri, presenta circa 980 metri di dislivello positivo ed è classificato dal Parco di difficoltà media, che diventa più gestibile utilizzando una e-MTB. Non va quindi confuso con una pista ciclabile pianeggiante per bambini inesperti.

Il valore dell’itinerario sta però proprio nella successione di paesaggio e patrimonio. A Pievebovigliana la chiesa di Santa Maria Assunta conserva una cripta romanica; salendo verso Isola, Colle San Benedetto e Roccamaia si attraversano boschi e castagneti del Monte San Savino; ai piedi del Monte Fiegni compare la chiesa romanica di San Giusto, indicata dal Parco come uno dei monumenti romanici più importanti delle Marche.

La discesa riporta verso il Lago di Polverina, bacino artificiale realizzato nel 1967 per la produzione idroelettrica. Il Parco ne sottolinea anche il ruolo come zona umida utilizzata da diverse specie di uccelli acquatici per nidificazione e svernamento. Per bambini abbastanza grandi da affrontare il percorso, la bicicletta diventa così un modo per passare nello stesso giorno da una cripta medievale a un bosco, da un lago artificiale a un castello.

Beldiletto: il castello dei Da Varano da raccontare anche quando non si entra

Nei pressi del lago si trova il Castello di Beldiletto, costruito alla fine del Trecento da Giovanni Da Varano e trasformato nella seconda metà del Quattrocento, sotto Giulio Cesare Da Varano, in una residenza di rappresentanza rinascimentale. Il complesso conserva la struttura quadrangolare tipica della residenza fortificata e tracce di un importante ciclo pittorico cavalleresco.

Tra gli affreschi superstiti sono tradizionalmente identificati personaggi legati all’universo normanno e alle narrazioni cavalleresche, tra cui Roberto il Guiscardo, Ruggero e Tancredi d’Altavilla. Per un bambino il collegamento con cavalieri e castelli viene quasi spontaneo, ma è utile spiegare che quelle immagini non sono semplicemente “ritratti di cavalieri”: appartengono a una cultura aristocratica che utilizzava la storia e la letteratura per decorare gli ambienti di rappresentanza.

C’è però una precisazione pratica fondamentale: il Comune di Valfornace documenta un progetto di restauro e risanamento del complesso e non è prudente impostare l’itinerario dando per certa una normale visita interna. Beldiletto va considerato soprattutto come tappa paesaggistica e storico-architettonica, verificando direttamente con il Comune l’eventuale accessibilità in occasione di aperture o iniziative specifiche.

Vallo di Nera: entrare davvero in un paese-castello

Tornando sul versante umbro, Vallo di Nera offre un’esperienza quasi opposta alla grande apertura dei Piani di Castelluccio. Qui lo spazio si restringe dentro un borgo fortificato fatto di mura, torri, porte e vicoli. Il portale turistico regionale ricorda che nel Quattrocento il castello fu ampliato con una seconda cinta muraria e che le due porte principali, Porta Ranne e Portella, sono ancora elementi essenziali nella lettura del centro storico.

Per bambini in età scolare è uno dei luoghi più facili da trasformare in una visita attiva: cercare le torri, capire dove finivano le mura, individuare le porte e immaginare la differenza tra ciò che stava dentro e ciò che stava fuori dal castello.

La chiesa di San Giovanni Battista, costruita tra XIII e XIV secolo e modificata successivamente, conserva affreschi cinquecenteschi di Jacopo Siculo. Ancora più importante è Santa Maria Assunta, fondata nel XII secolo e passata ai Francescani nel XIII, dove si conserva un articolato patrimonio pittorico medievale e rinascimentale.

Qui si trova la celebre Processione dei Bianchi, dipinta nel 1401 da Cola di Pietro da Camerino. L’opera ricorda il movimento penitenziale che attraversò il territorio alla fine del Trecento. Con i bambini non è necessario entrare nei dettagli della storia religiosa: può essere sufficiente osservare insieme quante persone compaiono, come sono vestite, che gesti fanno e come un’immagine di oltre sei secoli fa riesca ancora a raccontare un evento collettivo.

Sempre a Vallo di Nera si trova la Casa dei Racconti, antenna dell’Ecomuseo della Dorsale Appenninica Umbra dedicata alla tradizione orale della Valnerina e alle cosiddette “vallanate”, racconti popolari aventi come protagonisti gli abitanti del paese. È uno dei casi in cui il patrimonio non è un monumento da guardare, ma una storia da ascoltare.

La dimensione gastronomica resta parte dell’esperienza locale. La Locanda Cacio Re continua a risultare attiva come struttura ricettiva e ristorante, mentre Vallo di Nera dedica ogni anno al mondo caseario la manifestazione Fior di Cacio. Più che presentare un singolo ristorante come tappa obbligatoria, è quindi più corretto raccontare il formaggio come elemento culturale della Valnerina e lasciare alla famiglia la scelta della sosta gastronomica in base ad aperture e disponibilità.

Spoleto: dalla scena teatrale al Ponte delle Torri

Spoleto conclude bene un itinerario iniziato sulle montagne perché concentra, in uno spazio relativamente raccolto, architettura medievale, pittura rinascimentale, teatro e paesaggio.

Per chi desidera pernottare in centro, Palazzo Leti è una residenza d’epoca privata con camere e giardino: non va quindi descritto come un giardino pubblico da inserire liberamente nel percorso turistico. Il suo valore è soprattutto quello di possibile sistemazione per chi cerca un soggiorno storico nelle vicinanze della Rocca, del Duomo e del Ponte delle Torri.

Il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti fu costruito tra il 1854 e il 1864 su progetto di Ireneo Aleandri ed è oggi il principale teatro cittadino, con circa 800 posti. Gian Carlo Menotti, fondatore del Festival dei Due Mondi, è legato profondamente alla storia culturale contemporanea di Spoleto, ma è importante correggere un errore frequente: il Teatro Nuovo non è Patrimonio Mondiale UNESCO.

Il riconoscimento UNESCO presente a Spoleto riguarda infatti la Basilica di San Salvatore, inclusa dal 2011 nel sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere”. Per una famiglia interessata alla storia, aggiungerla all’itinerario permette di introdurre un’epoca completamente diversa rispetto al Medioevo delle rocche o al Rinascimento del Duomo.

Il Ponte delle Torri, lungo circa 230-236 metri e alto circa 80, è tornato accessibile dopo gli interventi di consolidamento: la riapertura è avvenuta nel dicembre 2024 e dall’aprile 2025 il Comune ne ha disposto la fruibilità anche nelle ore notturne. È uno dei punti più spettacolari della città e collega il colle Sant’Elia con il versante di Monteluco. Con bambini piccoli o particolarmente vivaci è comunque una passeggiata da affrontare mantenendo la normale attenzione richiesta da una struttura alta e panoramica.

Accanto al ponte sorge la Rocca Albornoziana, edificata a partire dal 1360 e oggi sede del Museo Nazionale del Ducato di Spoleto. Uno degli ambienti più affascinanti è la Camera Pinta, con decorazioni tardomedievali che hanno per protagonisti temi cortesi, figure, cavalieri e scene narrative. Il museo è regolarmente aperto e il Ministero della Cultura pubblica orari, servizi e condizioni di ingresso aggiornate.

Nel cuore della città, infine, la Cattedrale di Santa Maria Assunta permette di costruire una piccola “caccia ai capolavori”. La Cappella Eroli conserva un affresco con Madonna e santi di Pinturicchio; nell’abside si sviluppa il grande ciclo con le Storie della Vergine dipinto da Filippo Lippi e aiuti tra il 1463 e il 1469; nella chiesa si trovano inoltre opere di Alberto Sotio, Annibale Carracci e Gian Lorenzo Bernini. Invece di tentare di spiegare tutto, con i bambini può funzionare scegliere un solo particolare per artista e trasformare la visita in una ricerca visiva.

Un viaggio da costruire per livelli, non per quantità

Norcia, Castelluccio, il Lago di Pilato, la Valle del Fiastrone, la Valle del Chienti, Vallo di Nera e Spoleto non appartengono tutti allo stesso grado di difficoltà. È questo il punto più importante quando si costruisce un viaggio con bambini.

Una passeggiata nel centro di Norcia, un giro nei Piani di Castelluccio o la scoperta dei vicoli di Vallo di Nera possono essere facilmente adattati ai tempi familiari. Un anello MTB da quasi mille metri di dislivello o un’escursione a quota 1.900 metri richiedono invece preparazione, attrezzatura e capacità di valutazione. Il Parco Nazionale distingue espressamente i Sentieri Natura, pensati anche per famiglie e persone alle prime esperienze, dai percorsi escursionistici destinati a camminatori più preparati.

La formula migliore, quindi, non è cercare di “fare tutto”, ma alternare esperienze molto diverse: una piazza restituita dopo il terremoto, un altopiano, una breve passeggiata naturalistica, un castello osservato dall’esterno, una chiesa affrescata, una pedalata adeguata alle capacità reali dei partecipanti.

È così che i Monti Sibillini e la Valnerina smettono di essere una lista di attrazioni e diventano un territorio da capire.

Nota pratica per le famiglie

Le informazioni storiche e naturalistiche riportate qui sono state verificate su fonti istituzionali e ufficiali; percorribilità dei sentieri, ordinanze, accessi ai monumenti, visite guidate, viabilità di Castelluccio, condizioni del Lago di Pilato e aperture di edifici in restauro possono però cambiare. Prima della partenza è opportuno controllare le pagine aggiornate del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, dei Comuni interessati, del Ministero della Cultura e dei portali turistici regionali. In montagna, soprattutto per Lago di Pilato e percorsi in quota, la verifica va fatta a ridosso dell’escursione e non soltanto al momento della prenotazione del viaggio.

 

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Val di Fassa, una fila da record per un bombolone e c’è chi parla di follia – VIDEO

C’è chi raggiunge la montagna per respirare aria fresca, chi per ammirare i panorami delle Dolomiti e chi non vede l’ora di infilare gli scarponi per percorrere sentieri e itinerari in quota. In Val di Fassa, però, c’è anche chi sale a oltre duemila metri con un obiettivo decisamente più goloso: riuscire ad assaggiare un bombolone alla crema diventato virale sui social.

Le immagini che stanno attirando l’attenzione mostrano una lunga serpentina di escursionisti davanti al Rifugio Friedrich August, ai piedi del Sassolungo. Persone disposte ad aspettare sotto il sole e in alta montagna per arrivare al bancone e acquistare quello che, nel giro di pochi anni, si è trasformato da semplice dolce della tradizione alpina a vera e propria attrazione della zona.

La ricompensa per l’attesa costa 3 euro: un grande krapfen ripieno di crema alla vaniglia, ricoperto da un’abbondante spolverata di zucchero a velo.

TikTok, Instagram, fotografie e video degli escursionisti hanno fatto il resto, rendendo il krapfen del Friedrich August una delle specialità più riconoscibili per chi frequenta questa parte delle Dolomiti. Tanto che, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza, davanti al rifugio possono formarsi code impressionanti.

Il bombolone della Val di Fassa diventato virale sui social

Il fenomeno racconta in maniera particolarmente evidente quanto i social possano influenzare anche il modo di vivere una giornata in montagna.

Negli ultimi anni il krapfen del Rifugio Friedrich August è comparso sempre più frequentemente all’interno di video pubblicati su TikTok, fotografie condivise su Instagram e contenuti dedicati ai luoghi e alle specialità gastronomiche da provare durante un’escursione sulle Dolomiti.

Il meccanismo è ormai quello tipico della viralità online. Un escursionista raggiunge il rifugio, acquista il krapfen, lo fotografa o realizza un video e pubblica il contenuto sui social. Altri utenti vedono quelle immagini e decidono di aggiungere il Friedrich August alle tappe della propria giornata in Val di Fassa.

Una volta arrivati, molti di loro realizzano a loro volta fotografie e filmati, contribuendo ad aumentare ulteriormente la notorietà del dolce.

Il risultato è che quello che potrebbe sembrare un semplice bombolone è diventato per molti visitatori una tappa quasi obbligata durante un’escursione nella zona del Sassolungo e del Col Rodella.

Cos’è il krapfen del Rifugio Friedrich August

Il protagonista di questa insolita corsa in alta quota è il krapfen, un dolce preparato con pasta lievitata fritta particolarmente diffuso in Austria, Germania e, più in generale, nell’area germanofona e alpina.

Per caratteristiche e preparazione è molto vicino al classico bombolone italiano.

La versione che ha reso celebre il Rifugio Friedrich August viene proposta con una farcitura di crema alla vaniglia e completata con una generosa quantità di zucchero a velo sulla superficie.

Nei video pubblicati online, una volta superata la lunga fila e raggiunto il bancone del rifugio, si possono vedere file di grandi krapfen pronti per essere serviti o portati via dagli escursionisti.

Il prezzo indicato è di 3 euro per un krapfen.

Chi lo acquista può mangiarlo direttamente al rifugio, approfittando delle terrazze panoramiche affacciate sulle montagne, oppure scegliere la formula da asporto e portarlo con sé durante la giornata sui sentieri.

Ed è probabilmente proprio l’unione tra dolce, panorama dolomitico e condivisione sui social ad aver contribuito a rendere questa specialità così riconoscibile.

Perché si forma una fila così lunga per un bombolone

A favorire la concentrazione degli escursionisti nello stesso momento della giornata c’è un elemento importante: il krapfen non viene proposto per tutta la giornata.

Il Rifugio Friedrich August indica infatti la colazione estiva dalle 7:30 alle 10:30 e invita gli ospiti a provare proprio durante questa fascia oraria i suoi krapfen alla crema alla vaniglia.

Di conseguenza chi desidera assaggiare il bombolone visto sui social cerca di raggiungere il rifugio nello stesso intervallo di poche ore.

Durante i weekend e soprattutto nelle giornate più affollate del mese di agosto, l’elevato numero di persone interessate alla stessa specialità può così trasformarsi nella lunga coda immortalata nei video.

Centrare l’orario giusto diventa quindi fondamentale: chi arriva con l’intenzione precisa di provare il krapfen tende a muoversi al mattino, facendo inevitabilmente aumentare la concentrazione di visitatori davanti alla struttura.

Una scena insolita se si pensa che tutto avviene a circa 2.300 metri di quota e che l’oggetto del desiderio non è un’attrazione artificiale o un evento, ma un tradizionale dolce fritto ripieno di crema.

Dove si trova il Rifugio Friedrich August

A rendere ancora più particolare la popolarità del krapfen è il luogo nel quale viene servito.

Il Rifugio Friedrich August si trova a circa 2.300 metri di quota, in località Col Rodella, nel territorio di Campitello di Fassa, sul versante trentino del gruppo del Sassolungo.

Siamo quindi nel cuore di uno degli scenari più suggestivi delle Dolomiti, dove sentieri, pareti rocciose e panorami in alta quota rappresenterebbero già da soli un motivo sufficiente per programmare un’escursione.

Eppure, almeno per una parte dei visitatori, ad aggiudicarsi il ruolo di protagonista è proprio il krapfen alla crema.

La posizione del rifugio contribuisce inoltre a renderlo relativamente semplice da raggiungere anche per chi non vuole affrontare un’escursione particolarmente lunga.

Come raggiungere il rifugio dal Col Rodella e dal Passo Sella

Uno degli elementi che possono aver favorito il successo della specialità è proprio l’accessibilità del Rifugio Friedrich August.

Dal Col Rodella, punto raggiunto dalla funivia che parte da Campitello di Fassa, il rifugio indica un percorso di circa 10 minuti di cammino.

Chi parte invece dal Passo Sella deve mettere in conto indicativamente 20 minuti di cammino.

Non è quindi necessario affrontare necessariamente ore di trekking per arrivare alla struttura.

La possibilità di raggiungere il rifugio in tempi relativamente brevi, abbinata alla notorietà del krapfen sui social, contribuisce probabilmente a concentrare un numero elevato di persone nello stesso luogo, soprattutto durante le settimane più frequentate della stagione estiva.

Quanto costa il bombolone diventato famoso in Val di Fassa

Uno degli aspetti che più colpiscono della vicenda è anche il prezzo.

Nonostante la notorietà raggiunta sui social e le lunghe file che possono formarsi davanti al rifugio, il krapfen alla crema alla vaniglia costa 3 euro.

Una cifra che lo rende accessibile a moltissimi escursionisti e che, considerando il contesto, può contribuire ulteriormente alla sua popolarità.

Chi arriva al Friedrich August può quindi scegliere se consumarlo sulle terrazze panoramiche del rifugio oppure acquistarlo da asporto.

Per molti l’esperienza diventa una combinazione di elementi: l’escursione sulle Dolomiti, il panorama sul Sassolungo, la tappa al rifugio e naturalmente la fotografia o il video del bombolone da condividere sui social.

Dal dolce tradizionale a destinazione turistica: l’effetto TikTok e Instagram

Il caso della Val di Fassa è anche un esempio interessante di come stia cambiando il turismo nell’epoca di TikTok e Instagram.

Un tempo un rifugio poteva diventare celebre soprattutto grazie alla sua posizione, alla cucina o alla fama conquistata nel corso degli anni tra alpinisti ed escursionisti. Oggi può bastare che una determinata specialità inizi a comparire ripetutamente sui social perché migliaia di persone la inseriscano tra le esperienze da provare.

È esattamente ciò che sta accadendo con il krapfen del Friedrich August.

Più contenuti vengono pubblicati, maggiore è il numero di utenti che scopre l’esistenza del bombolone alla crema. Più persone decidono di raggiungere il rifugio, maggiore diventa il numero di nuove fotografie e nuovi video condivisi online.

Un circolo capace di trasformare una preparazione tradizionale in una vera attrazione gastronomica.

E quando tanti visitatori cercano di vivere la stessa esperienza nello stesso luogo e soprattutto nella stessa fascia oraria, la conseguenza è facilmente prevedibile: una lunga fila in alta montagna per un krapfen da 3 euro.

Val di Fassa, tra Dolomiti e bomboloni: la fila che fa discutere

La scena rimane certamente particolare: decine, e nelle giornate di maggiore affluenza centinaia, di escursionisti in attesa sotto il sole a oltre duemila metri di quota per acquistare un bombolone alla crema.

Per alcuni potrebbe sembrare incomprensibile fare tanta strada e poi trascorrere parte della mattinata in coda per un dolce. Per altri è semplicemente una delle tante esperienze da aggiungere a una giornata trascorsa tra le Dolomiti.

Di certo il fenomeno dimostra la forza raggiunta dai social nel determinare mode, itinerari e persino le soste gastronomiche degli escursionisti.

Nel frattempo il Rifugio Friedrich August, il Col Rodella e il Sassolungo continuano a offrire lo scenario che ha reso quelle immagini ancora più riconoscibili: montagne spettacolari, sentieri panoramici e terrazze affacciate sulle Dolomiti.

Solo che, per molti visitatori, alla bellezza del paesaggio si è aggiunto ormai un obiettivo preciso.

Arrivare al rifugio al mattino, mettersi pazientemente in fila e conquistare uno dei krapfen alla crema alla vaniglia da 3 euro diventati virali.

Un semplice bombolone che, almeno per qualche ora, riesce persino a rubare la scena alle Dolomiti.

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Parkour estremo sulla Nordkette: oltre 50 atleti si sono lanciati da una cabinovia in movimento

Screenshot

Una cabinovia sospesa sulle montagne sopra Innsbruck trasformata in una piattaforma di lancio, decine di specialisti di parkour e freerunning e un enorme airbag posizionato più in basso per assorbire gli atterraggi. È stato questo lo spettacolare scenario del Munky’s Air Jam, andato in scena sulla Nordkette, in Austria, dal 27 al 30 luglio 2026.

L’evento è stato ideato da Simon Wening, conosciuto nel mondo del parkour come Munky, atleta professionista di freerunning e parkour con base a Innsbruck.

Il format ha portato oltre 50 tra atleti di alto livello e content creator a cimentarsi in una sfida decisamente fuori dal comune: saltare da una cabinovia in movimento per atterrare su un gigantesco airbag Bagjump installato appositamente sul versante della montagna.

Niente piattaforme tradizionali e nessun ambiente indoor perfettamente controllato. Il punto di partenza era una vera cabina sospesa nel cuore delle Alpi, a circa 2.000 metri di quota, con gli atleti chiamati a gestire non soltanto le proprie evoluzioni, ma anche il movimento dell’impianto e le particolari condizioni di un evento organizzato in ambiente montano.

Un airbag progettato appositamente per i salti dalla cabinovia

Per rendere possibili atterraggi di questo tipo è stata realizzata una struttura dedicata sulla quale è stato installato un Bagjump Standalone Airbag.

La sicurezza, inevitabilmente, ha rappresentato uno degli aspetti centrali dell’intero progetto. Un sistema di atterraggio destinato a un evento del genere non può infatti essere improvvisato o semplicemente adattato da una configurazione standard.

Come spiegato da Bagjump, ogni airbag utilizzato in contesti così particolari viene progettato tenendo conto dei movimenti degli atleti e dell’energia che deve essere in grado di assorbire.

Nel caso del Munky’s Air Jam, le variabili erano numerose: i partecipanti si lanciavano da una cabina in movimento, ad alta quota, eseguendo rotazioni ed evoluzioni differenti e raggiungendo la superficie di atterraggio con traiettorie e angolazioni ogni volta diverse.

L’obiettivo era quindi garantire un comportamento dell’airbag il più possibile costante e prevedibile a ogni atterraggio, indipendentemente dall’atleta e dal trick eseguito.

 

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Un evento decisamente fuori dagli schemi

A rendere ancora più particolare il Munky’s Air Jam è stata la possibilità per gli atleti di sperimentare movimenti ed evoluzioni difficilmente replicabili in un contesto tradizionale.

L’utilizzo di una cabinovia come punto di partenza ha infatti aggiunto una componente completamente diversa rispetto ai classici eventi di parkour e freerunning, nei quali i salti vengono generalmente effettuati da strutture fisse.

Le località alpine europee hanno già ospitato nel corso degli anni iniziative sportive decisamente creative, ma quanto organizzato sulla Nordkette ha portato il concetto di sport estremo in montagna a un livello ancora differente.

Per quattro giorni, una delle infrastrutture più riconoscibili della montagna di Innsbruck è diventata parte integrante di un enorme playground per alcuni dei migliori specialisti della disciplina.

Il risultato è stato un insolito incontro tra parkour, freerunning e ambiente alpino, con una serie di salti dalla cabinovia che hanno regalato immagini difficili da vedere in qualsiasi altro tipo di evento.

 

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