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Canfaito con bambini: percorso, difficoltà e consigli per una giornata nella faggeta

Portare i bambini in montagna non significa necessariamente affrontare salite interminabili, sentieri stretti o escursioni di diverse ore.

Nel cuore delle Marche esiste un luogo dove si può camminare tra faggi che raggiungono dimensioni impressionanti, attraversare prati aperti e fermarsi a osservare il bosco senza affrontare grandi dislivelli.

È Canfaito, nella Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, in provincia di Macerata.

Tra i vari itinerari presenti nella Riserva ce n’è uno particolarmente interessante per le famiglie: il percorso numero 6 di Canfaito, un anello lungo 4,5 chilometri con appena 30 metri di dislivello.

La stessa Riserva lo classifica come facile, pressoché pianeggiante e adatto a tutti.

Questo non significa che si tratti di un parco giochi o di una passeggiata urbana: siamo comunque in ambiente naturale e servono scarpe adeguate, abbigliamento adatto alla stagione e un minimo di organizzazione.

Ma per avvicinare i bambini alla montagna, Canfaito è certamente una delle mete marchigiane più semplici da prendere in considerazione.

Canfaito con bambini: il percorso in breve

Informazione Percorso consigliato
Itinerario Percorso n. 6 Canfaito
Tipo Anello
Lunghezza 4,5 km
Dislivello 30 metri
Difficoltà ufficiale Facile
Terreno Strade e piste interne alla Riserva
Punto di partenza Zona del monumento/cippo di Canfaito
Adatto alle famiglie? Sì, con normale prudenza da ambiente montano
Periodo più spettacolare Autunno per il foliage

I dati tecnici sono quelli riportati dall’ente gestore della Riserva.

Quale percorso scegliere a Canfaito con i bambini?

Per una prima visita sceglierei senza dubbi l’anello numero 6.

Il percorso parte nella zona del monumento di Canfaito e attraversa l’altopiano lungo le strade interne della Riserva.

La caratteristica più interessante è il dislivello quasi inesistente: appena 30 metri distribuiti su 4,5 chilometri.

Non ci sono quindi lunghe salite da affrontare e questo rende molto più semplice gestire la passeggiata con bambini che non sono ancora abituati al trekking.

Il tracciato attraversa inoltre la zona dei faggi secolari e raggiunge un belvedere roccioso affacciato sulla valle di Matelica. La Riserva definisce espressamente il percorso «pressoché pianeggiante» e privo di particolari difficoltà.

Con bambini piccoli non c’è naturalmente alcun obbligo di completare tutto l’anello.

Canfaito ha un grande vantaggio: anche una passeggiata più breve permette di entrare nell’atmosfera della faggeta.

Se dopo un chilometro i bambini sono stanchi, ci si può fermare, giocare con le foglie, osservare gli alberi e tornare indietro senza trasformare la giornata in una prova di resistenza.

Quanto tempo serve con i bambini?

Un adulto può percorrere 4,5 chilometri su terreno semplice abbastanza rapidamente.

Con i bambini, però, calcolare soltanto il tempo di cammino avrebbe poco senso.

Ci saranno tronchi da osservare, foglie da raccogliere, fotografie, merenda, piccole deviazioni e inevitabili soste.

Per una visita tranquilla io metterei in conto circa due o tre ore, considerando non soltanto il cammino effettivo ma anche le pause.

Con bambini già abituati alle escursioni potrebbe bastare meno.

Con bambini piccoli, invece, vale la pena non fissare un orario troppo rigido.

A Canfaito la destinazione è il bosco stesso, non necessariamente il punto finale del percorso.

Il vero spettacolo per i bambini sono gli alberi giganti

Una delle cose che può rendere Canfaito particolarmente divertente per i più piccoli sono le dimensioni degli alberi.

La Riserva segnala nella faggeta esemplari di faggio con oltre 6 metri di circonferenza, altezze che possono raggiungere i 25 metri e chiome larghe fino a circa 20 metri.

Ad alcuni degli esemplari più antichi viene attribuita un’età di circa 500 anni.

Invece di raccontare ai bambini semplicemente che stanno visitando un bosco, può diventare una specie di caccia al tesoro naturale:

“Riusciamo a trovare l’albero più grande del bosco?”

Improvvisamente una passeggiata di qualche chilometro diventa molto più interessante.

La Riserva ha persino promosso un itinerario di Canfaito legato alla propria mascotte “Blu”, un ulteriore segnale della vocazione dell’area anche alla scoperta naturalistica da parte delle famiglie.

Si può andare a Canfaito con il passeggino?

Questa è probabilmente una delle domande più importanti per chi ha bambini molto piccoli.

Il percorso ufficiale è facile e quasi pianeggiante, ma non bisogna interpretare “facile” come sinonimo di strada asfaltata.

Ci si trova su piste e strade interne di una riserva naturale, con terreno che può essere irregolare, foglie, pietre, radici, fango e zone più sconnesse, soprattutto dopo la pioggia.

Per questo non considererei il classico passeggino cittadino la soluzione ideale.

Un passeggino da trekking con ruote grandi può risultare molto più gestibile in alcuni tratti, ma le condizioni del fondo possono cambiare. Con bambini molto piccoli, uno zaino porta-bimbo può essere una soluzione più versatile.

In altre parole: Canfaito è facile per camminare, ma non va presentato come un percorso interamente accessibile ai passeggini se non si conoscono le condizioni del terreno nel giorno della visita.

A che età possono fare il percorso?

Non esiste naturalmente un’età universale.

Un bambino di quattro anni abituato a camminare può affrontare un percorso che risulta troppo lungo per un bambino più grande poco abituato alle passeggiate.

Il dato utile è un altro: l’anello non presenta un dislivello significativo.

La difficoltà per un bambino sarà quindi soprattutto legata ai 4,5 chilometri di distanza, non alle salite.

Per i più piccoli la soluzione migliore può essere percorrerne soltanto una parte.

Con bambini più grandi, invece, completare l’anello può diventare un piccolo traguardo della giornata.

Il momento più bello? Canfaito in autunno

Se si può scegliere il periodo dell’anno, l’autunno è difficile da battere.

Tra ottobre e novembre la faggeta cambia completamente aspetto.

Le chiome passano dal verde alle tonalità del giallo, dell’arancio e del rosso, mentre il terreno viene progressivamente ricoperto da uno spesso tappeto di foglie.

La promozione turistica regionale segnala Canfaito proprio come una delle mete marchigiane dove osservare i colori autunnali e ricorda la presenza del grande faggio monumentale, considerato tra gli esemplari più importanti della regione.

Per i bambini è probabilmente anche la stagione più divertente.

Camminare sopra le foglie, cercare quelle dai colori più strani e osservare i grandi alberi rende la passeggiata molto meno monotona.

C’è però un rovescio della medaglia.

Durante i weekend del foliage Canfaito può essere molto frequentato.

Attenzione al parcheggio nei weekend autunnali

Questo è un dettaglio da verificare sempre prima di partire.

Nel 2025 il Comune di San Severino Marche aveva introdotto il parcheggio a pagamento in diverse giornate tra ottobre e novembre, con possibilità di chiudere l’accesso una volta raggiunta la capienza massima.

Per la stagione autunnale 2026, al momento della verifica del 3 settembre, nell’archivio ufficiale della Riserva non risulta ancora pubblicato un calendario equivalente: l’ultimo avviso specifico disponibile riguarda ancora il 2025.

Prima di partire è quindi consigliabile controllare le comunicazioni aggiornate della Riserva e del Comune, soprattutto nei sabati e nelle domeniche tra fine ottobre e novembre.

Una regola, invece, è sempre importante: non si può lasciare l’auto liberamente sui prati o nel bosco. La Riserva invita a utilizzare esclusivamente le aree di parcheggio individuate e avverte che, al raggiungimento della capienza, l’accesso alla località può essere interdetto.

Con i bambini questo dettaglio conta ancora di più: arrivare presto può evitare lunghe attese e complicazioni.

Meglio mattina o pomeriggio?

Con una famiglia sceglierei la mattina.

In autunno arrivare relativamente presto offre tre vantaggi: temperature spesso più adatte a camminare, meno persone rispetto alle ore centrali e più tempo a disposizione nel caso i bambini vogliano fermarsi.

C’è poi la luce.

Quando il sole è ancora basso, i raggi attraversano lateralmente la faggeta e rendono particolarmente belli i colori delle foglie.

In primavera ed estate, invece, può essere piacevole utilizzare il bosco anche come rifugio dalle temperature delle ore più calde, tenendo comunque conto delle condizioni meteorologiche della giornata.

Cosa portare per una giornata a Canfaito con bambini

Non serve attrezzatura da alpinismo, ma eviterei di partire come per una passeggiata al parco cittadino.

Porterei scarpe con una buona suola, acqua, merenda o pranzo al sacco, una felpa o giacca anche quando a valle fa caldo, cappellino, cambio per i bambini piccoli, sacchetto per riportare via tutti i rifiuti e una piccola coperta impermeabile se volete fermarvi per mangiare.

In autunno aggiungerei una giacca impermeabile: foglie bagnate e terreno umido possono rendere alcuni tratti più scivolosi.

E, soprattutto, controllerei il meteo prima di salire.

Si può fare un picnic?

Una sosta per la merenda o il pranzo può essere uno dei momenti più piacevoli della giornata, soprattutto nelle aree aperte dell’altopiano.

Bisogna però ricordare che Canfaito è un’area naturale protetta.

Questo significa evitare comportamenti che possano danneggiare prati, alberi e fauna e riportare a valle tutto ciò che si porta con sé.

Il fatto che il posto sembri un enorme giardino non significa che lo sia.

Ed è forse proprio questa una delle cose più interessanti da spiegare ai bambini: siamo ospiti del bosco.

E se incontriamo animali?

Canfaito non è uno zoo e gli incontri non sono programmabili.

Proprio per questo eventuali animali selvatici o animali al pascolo devono essere osservati senza avvicinarsi, inseguirli o cercare di toccarli.

Con i bambini può diventare un ottimo esercizio: cercare impronte, ascoltare versi, osservare insetti e uccelli senza disturbare nulla.

La Riserva sottolinea più in generale la necessità di tutelare fauna, flora, vegetazione e quiete dei luoghi.

Una giornata ancora più bella: Canfaito ed Elcito

Se i bambini non sono troppo stanchi, la gita può continuare con Elcito.

Il piccolo borgo di pietra si trova nello stesso comprensorio e permette di trasformare la giornata in qualcosa di più completo: bosco al mattino e borgo nel pomeriggio.

Per una famiglia io eviterei, soprattutto con bambini piccoli, di aggiungere automaticamente un altro lungo trekking.

Dopo 4,5 chilometri a Canfaito può essere molto più piacevole raggiungere Elcito e passeggiare tranquillamente tra le case di pietra.

È inoltre il collegamento perfetto con l’altro nostro itinerario:

→ Canfaito ed Elcito in un giorno: itinerario e cosa vedere

Canfaito con bambini in autunno: vale davvero la pena?

Sì, soprattutto se l’obiettivo non è “fare chilometri” ma far vivere ai bambini una giornata nella natura.

Il percorso ufficiale più semplice ha caratteristiche difficili da trovare insieme: soltanto 30 metri di dislivello, 4,5 chilometri di sviluppo, grandi spazi, faggeta monumentale e possibilità di accorciare facilmente l’esperienza.

Ma il motivo principale per andarci è probabilmente un altro.

Un bambino può dimenticare quanti chilometri ha percorso.

È molto più difficile che dimentichi un albero enorme che sembra impossibile abbracciare, un bosco completamente arancione o il rumore di migliaia di foglie sotto le scarpe.

Ed è proprio questo che rende Canfaito una delle passeggiate in montagna più interessanti delle Marche da fare in famiglia.

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Domande frequenti su Canfaito con bambini

Il percorso di Canfaito è difficile?

No. Il percorso n. 6 ufficiale è classificato facile, misura 4,5 km e presenta solo 30 metri di dislivello. La Riserva lo definisce pressoché pianeggiante e adatto a tutti.

Quanto bisogna camminare?

L’anello completo misura 4,5 chilometri. Con bambini e soste è ragionevole dedicare alla faggeta una parte consistente della mattinata, senza avere l’obbligo di completare tutto il giro.

Canfaito è adatto ai passeggini?

Il poco dislivello aiuta, ma il percorso si sviluppa in ambiente naturale e non è corretto considerarlo automaticamente adatto a ogni passeggino. Un modello da trekking può essere più indicato rispetto a un passeggino urbano; le condizioni del fondo vanno comunque valutate sul posto.

Qual è il periodo migliore?

Canfaito è visitabile in più stagioni, ma l’autunno è il periodo più spettacolare per il foliage. È anche quello con maggiore affluenza, quindi conviene verificare accessi e parcheggi prima della partenza.

Serve essere escursionisti?

Per il percorso n. 6 no. Chi vuole invece proseguire su itinerari più lunghi deve prestare attenzione: nella stessa Riserva esistono percorsi decisamente più impegnativi. Per esempio, l’anello Canfaito-Roti misura circa 11,2 km ed è indicato per escursionisti esperti e allenati.

7 posti dove vedere il foliage nelle Marche: boschi e montagne da non perdere in autunno

L’autunno nelle Marche può durare poche settimane, ma in alcuni luoghi è sufficiente per trasformare completamente il paesaggio.

Le faggete diventano arancioni, i boschi si accendono di giallo e rosso, le foglie ricoprono i sentieri e in alcuni casi i colori delle montagne si riflettono nell’acqua dei laghi.

Non serve necessariamente andare sulle Alpi per cercare il foliage.

Dall’Appennino pesarese ai Monti Sibillini, nelle Marche esistono boschi particolarmente spettacolari tra ottobre e novembre, alcuni molto conosciuti e altri decisamente meno frequentati.

Ecco 7 posti da mettere in lista.

1. Canfaito: il grande classico del foliage nelle Marche

Se si parla di foliage marchigiano, è difficile non cominciare da qui.

La Faggeta di Canfaito, nella Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, è probabilmente il luogo più famoso della regione per osservare i colori dell’autunno.

Il protagonista assoluto è il faggio.

La Regione Marche descrive grandi faggete in cui, durante l’autunno, le chiome assumono tonalità che vanno dal mogano all’arancio intenso. Nell’area si trovano inoltre faggi monumentali di dimensioni eccezionali, con esemplari ai quali viene attribuita un’età di circa 500 anni.

È proprio la combinazione tra grandi tronchi, radici, tappeto di foglie e luce che filtra tra gli alberi a rendere Canfaito estremamente fotogenico.

Quando andare

Indicativamente, il momento più interessante cade tra la seconda metà di ottobre e i primi giorni di novembre, ma il picco può cambiare sensibilmente da un anno all’altro.

Temperature, piogge e soprattutto vento possono modificare il momento migliore anche nel giro di pochi giorni.

Da non perdere

Non limitatevi a entrare nella faggeta e tornare indietro.

Dalla zona di Canfaito si possono percorrere semplici passeggiate tra gli alberi oppure proseguire verso i sentieri del Monte San Vicino. La Regione segnala proprio le faggete che circondano il percorso verso la cima come un altro ambiente particolarmente suggestivo in autunno.

Perfetto per: fotografie, famiglie, passeggiate e prima esperienza con il foliage.

C’è un bosco nelle Marche che in autunno sembra dipinto: quando vedere Canfaito al massimo dei colori

Canfaito ed Elcito in un giorno: itinerario e cosa vedere

2. Sasso Simone e Simoncello: una gigantesca foresta color rame

Più a nord, nel Montefeltro, c’è un’altra zona che in autunno merita particolare attenzione.

È il Parco Naturale del Sasso Simone e Simoncello, nell’area di Carpegna.

Qui il paesaggio autunnale è diverso da Canfaito.

La Regione Marche segnala una grande foresta dominata dal cerro, estesa dal Passo della Cantoniera verso i Sassi Simone e Simoncello. In autunno le foglie assumono caratteristiche tonalità rosso-rame. Nel parco sono presenti anche carpini, aceri, roverelle, ornielli e faggete.

Il risultato è una tavolozza molto più varia rispetto a un bosco composto quasi esclusivamente da faggi.

E poi ci sono loro: Sasso Simone e Simoncello, due enormi blocchi di roccia dalla caratteristica cima piatta che emergono sopra il bosco.

Perché andarci

Perché consente di combinare foliage e trekking.

Uno dei punti interessanti è la zona di Pianacquadio, dove la Regione segnala la presenza di faggi secolari.

Perfetto per: escursionisti e chi vuole una giornata intera nella natura.

3. Bosco di Tecchie: la faggeta meno conosciuta

Questo è uno dei posti che inserirei nella lista proprio perché molti marchigiani non lo conoscono quanto Canfaito.

Il Bosco di Tecchie, nel territorio di Cantiano, è un’area forestale di grande valore ambientale sulle Serre di Burano.

La visita avviene attraverso una rete di sentieri. Tra questi c’è addirittura un percorso chiamato Sentiero del Faggio, che conduce nel cuore della faggeta secolare.

Il bosco comprende ambienti di querce e faggi ed è considerato un territorio di notevole biodiversità.

In autunno il vantaggio è evidente: si entra letteralmente dentro il bosco, lontano dagli scenari più urbanizzati.

Per chi cerca tranquillità

Se Canfaito può diventare molto frequentato durante i weekend di massimo foliage, Tecchie è un’alternativa da prendere seriamente in considerazione.

Non è però un parco cittadino: l’accesso alla riserva avviene attraverso la rete sentieristica e vanno quindi scelti itinerario, scarpe e abbigliamento adeguati.

Perfetto per: fotografia naturalistica, trekking e luoghi meno scontati.

4. Fonte Avellana e Monte Catria: il foliage intorno a un monastero millenario

Qui al bosco si aggiunge qualcosa di completamente diverso.

Sul versante orientale del Monte Catria, una conca circondata da ampie faggete custodisce il Monastero di Santa Croce di Fonte Avellana.

È uno dei complessi monastici più affascinanti delle Marche ed è ricordato anche da Dante nel XXI canto del Paradiso. La Regione descrive espressamente il monastero come circondato dalle faggete del Catria.

In autunno questo dettaglio cambia completamente l’atmosfera del luogo.

Le costruzioni in pietra emergono tra boschi che assumono tonalità gialle, arancioni e brune.

È quindi una meta perfetta per chi vuole realizzare una gita che non sia esclusivamente escursionistica.

Una giornata completa

Si può visitare Fonte Avellana, passeggiare nei dintorni e poi proseguire verso altre zone del Monte Catria, oppure abbinare la giornata proprio al vicino Bosco di Tecchie.

Perfetto per: foliage, fotografia, storia e turismo lento.

5. Gola del Furlo: rocce, acqua e boschi colorati

Il foliage non significa necessariamente soltanto camminare dentro una faggeta.

Alla Gola del Furlo, nell’entroterra pesarese, il colore degli alberi si combina con altri due elementi spettacolari: la roccia e l’acqua.

La gola è attraversata dal fiume Candigliano e stretta tra imponenti pareti calcaree.

In autunno querceti, ornielli e pioppi assumono tonalità rosse, gialle e arancioni, mentre i lecci mantengono parte del verde. La Regione Marche indica inoltre le terrazze panoramiche del Monte Pietralata come punti privilegiati per osservare questo spettacolo.

La combinazione può diventare estremamente fotogenica:

acqua verde, pareti grigie e boschi arancioni.

Quando andarci

Essendo a quote differenti rispetto alle grandi faggete appenniniche, il momento migliore può non coincidere esattamente con Canfaito.

Ed è proprio questo uno dei vantaggi del foliage marchigiano: spostandosi tra altitudini e territori diversi è possibile trovare colori interessanti per diverse settimane.

Perfetto per: panorama, fotografia e gite senza puntare esclusivamente sul trekking.

6. Lago di Fiastra: l’autunno che si riflette nell’acqua

Nei Monti Sibillini c’è un posto in cui il foliage ha un elemento in più.

L’acqua.

Il Lago di Fiastra si trova a circa 685 metri di altitudine, ai piedi dei Sibillini, circondato da colline e montagne. Dalle sue rive partono inoltre numerosi itinerari escursionistici, compresi quelli verso Lame Rosse e altre zone del comprensorio.

In autunno il contrasto tra il colore dell’acqua e quello della vegetazione circostante può trasformare completamente il paesaggio.

Quando il lago è calmo, le tonalità degli alberi possono riflettersi sulla superficie, rendendo particolarmente interessanti le prime ore del mattino.

Una passeggiata senza grandi dislivelli

Per chi non vuole affrontare un trekking impegnativo, esiste anche il Sentiero Natura lungo il lago, percorribile a piedi o in bicicletta e descritto dalla Regione come una passeggiata di circa due ore.

Questo lo rende uno dei luoghi più semplici della lista da proporre anche a chi cerca soprattutto una gita panoramica.

Perfetto per: famiglie, coppie, fotografie e passeggiate.

7. Gola dell’Infernaccio: il lato più selvaggio dell’autunno marchigiano

Chi vuole invece un’atmosfera completamente diversa dovrebbe spostarsi nella parte orientale dei Monti Sibillini.

La zona dell’Infernaccio, nel territorio di Montefortino, è caratterizzata da pareti rocciose, corsi d’acqua e boschi che risalgono le valli.

Nel Parco dei Sibillini la vegetazione cambia progressivamente con l’altitudine: fino a circa mille metri sono diffusi roverella, carpino nero e orniello; più in alto diventano protagoniste le faggete.

In autunno questo mosaico di vegetazione crea colori molto diversi.

E all’Infernaccio il foliage viene incorniciato dalle alte pareti della gola, creando uno scenario decisamente più selvaggio rispetto alle passeggiate sugli altopiani.

La classica escursione può inoltre proseguire verso la faggeta e l’area dell’Eremo di San Leonardo.

Perfetto per: trekking, fotografia e scenari spettacolari.

Quando vedere il foliage nelle Marche?

Non esiste una settimana perfetta valida contemporaneamente per tutta la regione.

Ed è importante specificarlo.

Il foliage dipende da quota, esposizione, temperature, pioggia e vento. Una forte perturbazione, per esempio, può far cadere in pochissimo tempo gran parte delle foglie che pochi giorni prima erano ancora sugli alberi.

Come riferimento generale, il periodo da tenere d’occhio è:

Periodo Cosa aspettarsi
inizio ottobre prime trasformazioni soprattutto alle quote maggiori
metà ottobre colori più evidenti in molte zone appenniniche
fine ottobre generalmente uno dei momenti più interessanti
inizio novembre ancora ottime possibilità a quote intermedie
metà novembre foliage soprattutto nelle aree più basse e miti

La cosa migliore è quindi controllare le condizioni reali pochi giorni prima della partenza, soprattutto se l’obiettivo principale è fotografare gli alberi nel momento di massimo colore.

Qual è il posto più bello per il foliage nelle Marche?

Se fosse necessario sceglierne soltanto uno, Canfaito rimane probabilmente la scelta più immediata.

I grandi faggi, gli alberi monumentali e il terreno completamente ricoperto di foglie creano esattamente il tipo di scenario che normalmente si associa al foliage. La stessa promozione turistica regionale identifica esplicitamente la Riserva di Canfaito tra le destinazioni marchigiane dedicate al fall foliage.

Ma sarebbe un peccato fermarsi lì.

Per un panorama più selvaggio sceglierei l’Infernaccio.

Per una fotografia con l’acqua, Lago di Fiastra o Furlo.

Per una foresta meno conosciuta, Bosco di Tecchie.

Per unire natura e storia, Fonte Avellana.

E per una vera giornata di trekking autunnale, Sasso Simone e Simoncello.

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Il foliage più bello potrebbe essere quello trovato per caso

C’è infine un aspetto dell’autunno marchigiano che nessuna classifica riesce veramente a raccontare.

A volte il punto più bello non è quello indicato sulla mappa.

Può essere una strada secondaria che sale verso l’Appennino, una faggeta incontrata durante un sentiero o una curva da cui improvvisamente si apre la vista su una valle completamente arancione.

Il foliage dura poco e cambia ogni anno.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui vale la pena cercarlo.

Per alcune settimane, luoghi che abbiamo visto decine di volte possono sembrare completamente diversi.

E nelle Marche, tra ottobre e novembre, basta spesso allontanarsi di pochi chilometri dalla città per rendersene conto.

Canfaito ed Elcito in un giorno: itinerario e cosa vedere

Ci sono giornate in cui non serve percorrere centinaia di chilometri per avere la sensazione di essere molto lontani da casa.

Nel cuore delle Marche, tra i boschi e i rilievi della Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, si possono visitare nello stesso giorno due luoghi completamente diversi eppure vicinissimi: la Faggeta di Canfaito ed Elcito.

Da una parte c’è un altopiano a circa 1.100 metri, attraversato da sentieri quasi pianeggianti e dominato da enormi faggi, alcuni dei quali hanno dimensioni monumentali.

Dall’altra c’è un minuscolo borgo di pietra aggrappato a uno sperone roccioso, a oltre 800 metri di quota, dove il rumore più evidente in alcune giornate è semplicemente quello del vento.

Canfaito ed Elcito sono quindi una delle combinazioni migliori per una gita di un giorno nelle Marche, soprattutto per chi cerca natura, panorami e una passeggiata senza dover necessariamente affrontare un trekking impegnativo.

E in autunno, quando la faggeta cambia colore, l’itinerario diventa ancora più spettacolare.

Canfaito ed Elcito: perché visitarli insieme

Canfaito ed Elcito fanno parte dello stesso comprensorio del Monte San Vicino e sono collegati dalla strada montana che sale verso l’area della faggeta. La stessa rete sentieristica ufficiale della Riserva mette in comunicazione i due luoghi.

È proprio questa vicinanza a renderli perfetti per una gita giornaliera.

Non bisogna scegliere tra un borgo e una passeggiata nella natura: si possono fare entrambe le cose.

Il programma che consigliamo è semplice: dedicare la mattina a Canfaito, fermarsi per pranzo e raggiungere Elcito nel pomeriggio.

Chi preferisce soprattutto fotografare il foliage dovrebbe arrivare nella faggeta presto, quando il bosco è generalmente più tranquillo e la luce attraversa le chiome lateralmente.

Prima tappa: la Faggeta di Canfaito

La giornata può cominciare da uno dei luoghi naturali più conosciuti dell’entroterra maceratese.

Canfaito si trova all’interno della Riserva del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, un’area protetta nata per salvaguardare ambienti di particolare valore naturalistico e paesaggistico, tra cui proprio i Piani di Canfaito e le loro faggete.

Appena entrati nell’area più caratteristica del bosco si capisce perché questo luogo sia diventato così famoso.

I faggi non sono soltanto numerosi: alcuni raggiungono dimensioni impressionanti.

Secondo la Riserva, nella zona si trovano esemplari con circonferenze superiori a 6 metri, altezze fino a 25 metri, chiome larghe circa 20 metri ed età che possono raggiungere i 500 anni.

È proprio la presenza di questi alberi monumentali a rendere una passeggiata a Canfaito diversa dalla classica escursione nel bosco.

Una passeggiata facile tra i faggi secolari

Per godersi Canfaito non è obbligatorio affrontare percorsi difficili.

La Riserva propone un anello di 4,5 chilometri, classificato come facile, con appena 30 metri di dislivello. Il percorso parte nei pressi del monumento di Canfaito, attraversa la zona dei faggi secolari e permette anche di raggiungere un belvedere roccioso affacciato verso la valle di Matelica.

Per una gita di un giorno è probabilmente la scelta migliore.

Permette di vedere la parte più caratteristica della faggeta senza trasformare la giornata in un trekking impegnativo e lascia abbastanza tempo per raggiungere successivamente Elcito.

Vale la pena camminare lentamente.

Tra tronchi enormi, radici che emergono dal terreno e aperture improvvise sui prati, Canfaito è uno di quei luoghi in cui il percorso conta quasi meno dell’ambiente che si attraversa.

In autunno Canfaito cambia completamente volto

Se c’è una stagione in cui questo itinerario diventa particolarmente scenografico, è l’autunno.

Il terreno si ricopre di foglie, mentre le chiome passano progressivamente dal verde alle tonalità del giallo, dell’arancio e del rosso.

È il celebre foliage di Canfaito, diventato negli ultimi anni uno degli appuntamenti autunnali più conosciuti delle Marche.

Ed è proprio in questo periodo che conviene programmare la giornata con maggiore attenzione: nei fine settimana di massima affluenza possono essere introdotte disposizioni specifiche per accessi e parcheggi. Prima di partire è quindi consigliabile verificare gli aggiornamenti pubblicati dalla Riserva. Il sito ufficiale raccoglie anche le regole di comportamento e le comunicazioni per i visitatori.

Scopri quando vedere il foliage a Canfaito al massimo dei colori

Dove fermarsi per pranzo

Dopo la passeggiata a Canfaito, il modo più semplice per organizzare la giornata è prevedere un pranzo al sacco.

Soprattutto nelle giornate di bel tempo, una pausa all’aperto permette di godersi l’altopiano senza dover interrompere l’itinerario per cercare un ristorante.

È però importante ricordare che si è all’interno di una riserva naturale: rifiuti e resti del pranzo devono essere portati via e i fuochi non possono essere accesi liberamente. La Riserva ricorda espressamente il divieto di accendere fuochi al di fuori delle aree autorizzate.

Dopo pranzo si può riprendere l’auto e scendere verso la seconda tappa.

Seconda tappa: Elcito, il borgo sospeso sulla montagna

Il cambio di scenario è notevole.

Dai prati e dagli alberi di Canfaito si passa alle case di pietra di Elcito, frazione di San Severino Marche arroccata su uno sperone roccioso.

La Riserva colloca il paese a circa 824 metri di altitudine e lo descrive come uno dei luoghi più suggestivi del comprensorio del San Vicino.

La prima cosa che colpisce non è un monumento.

È la posizione.

Elcito sembra quasi costruito direttamente sulla roccia. Le case sono raccolte una accanto all’altra e il borgo domina la valle sottostante da una posizione che un tempo aveva un’evidente funzione difensiva.

Non è difficile capire perché negli anni abbia ricevuto soprannomi come “borgo del silenzio” o “Tibet delle Marche”.

Ma non c’è bisogno di soprannomi per renderlo affascinante: basta arrivare davanti alle prime case e guardarsi intorno.

Cosa vedere a Elcito

Elcito è molto piccolo e proprio per questo non va visitato con una lista di dieci monumenti da spuntare.

Il bello è passeggiare.

Si entra nel nucleo di pietra, si percorrono lentamente i vicoli, si osservano le abitazioni restaurate e si raggiungono i punti da cui il panorama si apre verso le montagne e le vallate.

Il borgo si sviluppò come insediamento fortificato e conserva ancora l’aspetto compatto tipico di una piccola rocca medievale. Al centro si trova la chiesa di San Rocco, mentre le case presentano spesso porte e finestre di piccole dimensioni, una caratteristica che la Riserva collega anche alla necessità storica di proteggersi dal freddo della montagna.

Elcito richiede poco tempo per essere attraversato.

Eppure è proprio uno di quei posti in cui vale la pena fermarsi più del necessario.

Sedersi qualche minuto, ascoltare il vento e osservare il paesaggio fa parte della visita tanto quanto percorrerne le stradine.

Il panorama è una delle vere attrazioni

La posizione di Elcito è probabilmente il suo elemento più spettacolare.

Il borgo sorge praticamente sopra uno scoglio e domina il paesaggio circostante. Dal comprensorio del San Vicino, nelle giornate più limpide, diversi percorsi della Riserva regalano visuali che spaziano verso i Monti Sibillini e fino all’Adriatico.

Per questo il pomeriggio può essere un ottimo momento per arrivare.

Quando la luce comincia ad abbassarsi, la pietra delle case e i rilievi circostanti assumono tonalità più calde e il borgo diventa particolarmente fotogenico.

Se resta tempo: una passeggiata intorno a Elcito

Chi dopo Canfaito ha ancora voglia di camminare può aggiungere una seconda breve escursione.

Dall’ingresso di Elcito parte un percorso ufficiale della Riserva che compie un anello attorno al Monte La Pereta e al borgo.

L’itinerario misura circa 5 chilometri, presenta 180 metri di dislivello ed è classificato di difficoltà media. Una parte segue la strada montana, poi il percorso sale verso La Pereta prima di tornare a Elcito.

Non è però indispensabile.

Se avete già percorso l’anello di Canfaito, può essere molto più piacevole dedicare il resto del pomeriggio semplicemente al borgo e ai suoi panorami.

Canfaito ed Elcito in un giorno: l’itinerario consigliato

Per organizzare la giornata senza correre, una possibile tabella di marcia è:

  • 8:30-9:00: arrivo a Canfaito e inizio della passeggiata nella faggeta; 11:00-11:30: conclusione dell’anello e tempo per fotografie e faggi monumentali; 12:30: pranzo al sacco; 14:00 circa: trasferimento verso Elcito; 14:30-17:00: visita del borgo e dei punti panoramici, con eventuale passeggiata aggiuntiva per chi vuole continuare a camminare.

Gli orari naturalmente possono cambiare in base alla stagione, alle condizioni della strada, al meteo e al tempo trascorso nella faggeta.

L’obiettivo non dovrebbe essere vedere tutto il più velocemente possibile.

Canfaito ed Elcito sono due posti da vivere lentamente.

Meglio visitare prima Canfaito o Elcito?

Si possono tranquillamente invertire le tappe.

In primavera e in estate può essere piacevole iniziare da Elcito e raggiungere successivamente la faggeta.

In autunno, invece, sceglierei Canfaito come prima tappa.

La ragione è soprattutto fotografica e pratica: arrivare presto permette di godersi meglio il bosco e può aiutare a evitare almeno una parte dell’affluenza delle ore centrali, soprattutto durante i fine settimana del foliage.

Elcito può invece essere lasciato al pomeriggio, quando la luce più bassa valorizza il profilo del borgo.

Si può andare con i bambini?

La parte più semplice di Canfaito si presta anche a una giornata in famiglia.

L’anello ufficiale di 4,5 chilometri ha un dislivello molto ridotto ed è classificato dalla Riserva come facile.

Questo non significa però che ci si trovi in un parco urbano.

Scarpe adatte, acqua, abbigliamento coerente con la stagione e attenzione alle condizioni meteorologiche rimangono importanti, soprattutto in autunno, quando terreno e foglie possono essere bagnati.

Per Elcito non occorrono particolari capacità escursionistiche se ci si limita alla visita del paese.

Quando andare a Canfaito ed Elcito

Ogni stagione offre qualcosa di diverso.

La primavera porta il verde intenso dei boschi e temperature adatte alle passeggiate. L’estate permette di cercare un po’ di fresco rispetto alle zone più basse delle Marche.

Ma è difficile competere con l’autunno.

È in quel momento che la combinazione funziona al massimo: prima il tappeto di foglie e i grandi faggi di Canfaito, poi la pietra di Elcito circondata dai colori della montagna.

Anche una giornata invernale limpida può però regalare un’atmosfera completamente diversa, più austera e silenziosa. In ogni stagione, prima di salire è opportuno controllare meteo, condizioni stradali e comunicazioni ufficiali della Riserva.

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Due luoghi delle Marche che sembrano lontanissimi tra loro

Forse il motivo per cui Canfaito ed Elcito funzionano così bene nello stesso itinerario è proprio il contrasto.

La mattina si cammina sotto faggi che possono avere secoli di vita.

Poche ore dopo ci si trova tra case in pietra costruite sopra una rupe, in un borgo minuscolo dove il paesaggio sembra occupare molto più spazio dell’abitato.

Bosco e pietra. Faggeta e borgo. Natura e storia.

E tutto in una sola giornata, nel cuore delle Marche.

Per chi vuole scoprire la montagna marchigiana senza affrontare necessariamente lunghe escursioni, Canfaito ed Elcito sono probabilmente una delle gite più complete da mettere in programma.

C’è un bosco nelle Marche che in autunno sembra dipinto: quando vedere Canfaito al massimo dei colori

Per alcune settimane all’anno, nel cuore delle Marche, un intero bosco cambia colore.

Il verde lascia lentamente spazio al giallo, all’ocra, all’arancio e al rosso. Il terreno si ricopre di foglie e i grandi tronchi dei faggi emergono da un tappeto autunnale che, soprattutto con la luce del mattino, può sembrare lo scenario di una fiaba.

È la Faggeta di Canfaito, uno dei luoghi più conosciuti della Riserva Naturale Regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, nel territorio della provincia di Macerata.

Ed è proprio l’autunno il periodo in cui questo luogo mostra probabilmente il suo volto più spettacolare.

Dove si trova la Faggeta di Canfaito

Canfaito si trova sulle pendici del Monte San Vicino, all’interno dell’omonima riserva naturale, istituita nel 2009 e distribuita su circa 1.450 ettari tra i territori di San Severino Marche, Matelica, Apiro e Gagliole.

L’altopiano di Canfaito si trova a circa 1.100 metri di quota ed è caratterizzato da ampie zone prative e soprattutto da grandi faggete.

È uno di quei posti che possono cambiare completamente aspetto nel giro di poche settimane.

In estate domina il verde. Poi, con l’arrivo dell’autunno, comincia la trasformazione.

Quando vedere il foliage a Canfaito

È probabilmente la domanda più importante per chi sta programmando una visita.

Il periodo indicativamente migliore va dalla metà di ottobre ai primi giorni di novembre.

Non esiste però una data esatta valida ogni anno.

Temperature, piogge, vento e improvvisi abbassamenti termici possono anticipare o posticipare il momento in cui le chiome raggiungono le tonalità più intense. Le indicazioni raccolte negli anni collocano generalmente il periodo più interessante tra metà ottobre e i primi dieci giorni di novembre.

Questo significa che chi vuole organizzare la visita nel 2026 dovrebbe iniziare a controllare le condizioni del bosco soprattutto dalla seconda metà di ottobre.

Il consiglio è semplice: se l’obiettivo principale sono le fotografie del foliage, non affidarsi esclusivamente al calendario, ma verificare le condizioni reali pochi giorni prima della partenza.

A Canfaito c’è un faggio che avrebbe circa 500 anni

Ma i colori autunnali non sono l’unico motivo per visitare questo bosco.

Tra i grandi alberi di Canfaito si trova infatti un esemplare di faggio al quale viene attribuita un’età di circa 500 anni.

La Regione Marche lo indica come il più grande esemplare di faggio delle Marche e lo annovera tra gli alberi monumentali italiani.

Camminando nella faggeta si incontrano anche altri grandi alberi dalle forme particolari: tronchi bassi e massicci, grandi ramificazioni e radici che affiorano dal terreno.

Sono proprio questi alberi, insieme alle foglie autunnali, a rendere Canfaito particolarmente fotogenico.

Bisogna essere escursionisti esperti?

Per vedere la parte più conosciuta della faggeta non è necessario affrontare necessariamente un trekking impegnativo.

Esistono percorsi semplici e con dislivelli molto contenuti all’interno dell’altopiano. Un itinerario escursionistico promosso dalla Regione, per esempio, descrive una passeggiata nella faggeta di circa 6 chilometri e appena 50 metri di dislivello.

Diverso è il discorso per chi vuole utilizzare Canfaito come punto di partenza per escursioni più lunghe.

L’Anello Canfaito-Roti, ad esempio, è indicato dalla Riserva per escursionisti esperti e allenati: misura circa 11,2 chilometri e richiede almeno quattro ore e mezza.

Insomma, Canfaito può essere sia la meta di una tranquilla passeggiata nel bosco sia il punto di partenza per un’escursione decisamente più impegnativa.

Il momento migliore della giornata

C’è poi un altro piccolo trucco che può cambiare completamente l’esperienza.

Durante i fine settimana del foliage Canfaito può attirare moltissimi visitatori.

Chi può scegliere dovrebbe quindi preferire un giorno feriale oppure le prime ore della mattina.

C’è anche un vantaggio fotografico.

Quando il sole è ancora basso, la luce attraversa lateralmente le chiome dei faggi e rende molto più evidenti le tonalità gialle, arancioni e rosse.

Con la nebbia, invece, il bosco assume un aspetto completamente differente: i grandi tronchi sembrano scomparire gradualmente sullo sfondo.

Attenzione agli accessi nei weekend più affollati

Questo è un aspetto importante soprattutto nel pieno del foliage.

Negli ultimi anni il Comune ha adottato misure specifiche per gestire il grande afflusso di visitatori.

Nel 2025, ad esempio, in diverse giornate tra ottobre e novembre il parcheggio della faggeta è stato reso a pagamento e l’amministrazione ha previsto la possibilità di interrompere l’accesso una volta raggiunta la capienza massima.

Per l’autunno 2026 conviene quindi controllare le disposizioni aggiornate della Riserva e del Comune di San Severino Marche prima di partire.

Al momento della verifica, l’archivio ufficiale della Riserva mostra ancora come ultimo avviso specifico sul parcheggio quello relativo alla stagione 2025.

Questo è un punto che aggiornerei nell’articolo non appena verranno pubblicate le disposizioni per il foliage 2026.

Cosa vedere vicino a Canfaito

Una visita alla faggeta può essere facilmente abbinata a un altro luogo molto particolare delle Marche: Elcito.

Il piccolo borgo sorge su uno sperone roccioso a 821 metri di quota, sulle pendici del Monte San Vicino, e si trova a poca distanza dall’altopiano di Canfaito.

L’abbinamento è perfetto soprattutto in autunno:

Canfaito al mattino, passeggiata nella faggeta e poi Elcito nel pomeriggio.

Chi ha più tempo può invece proseguire verso San Severino Marche oppure dedicare la giornata ai sentieri della Riserva del Monte San Vicino.

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Perché Canfaito è così bello proprio in autunno

Forse il fascino di Canfaito sta proprio nella sua semplicità.

Non c’è bisogno di una cascata enorme, di una vetta di quattromila metri o di un lago alpino.

Ci sono alberi, prati e sentieri.

Ma per alcune settimane questi elementi si combinano in modo particolare: le foglie ricoprono il terreno, le chiome cambiano colore e la luce filtra tra faggi che in alcuni casi sono lì da secoli.

Ed è per questo che tra ottobre e novembre un altopiano a circa 1.100 metri nel cuore delle Marche diventa una delle mete più fotografate dell’autunno.

Il difficile, più che trovarlo, è riuscire ad arrivare nel momento giusto.

Everest, 154 tonnellate di ghiaccio sciolte anche per l’urina degli alpinisti: lo studio

Non c’è soltanto il cambiamento climatico dietro lo scioglimento dei ghiacciai dell’Everest. Il riscaldamento globale resta di gran lunga il principale responsabile della perdita di ghiaccio nella regione himalayana, ma un nuovo studio ha analizzato anche l’impatto locale provocato dalle migliaia di persone che ogni anno raggiungono il campo base della montagna più alta del mondo.

Tra i risultati più sorprendenti della ricerca c’è quello relativo all’urina prodotta da alpinisti, guide e personale: il calore trasferito dal liquido all’ambiente glaciale sarebbe sufficiente, secondo le stime degli studiosi, a sciogliere circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve in una sola stagione alpinistica.

Il dato non significa che l’urina sia una delle principali cause dello scioglimento dei ghiacciai dell’Everest. Il suo impatto è infatti molto inferiore rispetto a quello del cambiamento climatico e anche a quello derivante dall’utilizzo dei combustibili al campo base. La ricerca mostra però quanto la concentrazione di migliaia di persone e delle relative attività possa produrre effetti misurabili su un ambiente glaciale già estremamente fragile.

Lo studio sull’Everest e sul ghiacciaio Khumbu

La ricerca, intitolata Effects of human activity on Khumbu Glacier: towards a sustainable Everest Base Camp, è stata pubblicata nel 2026 sulla rivista scientifica Regional Environmental Change.

Lo studio è stato realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori composto da Khim Lal Gautam, Virginia Burkett, George Xian, Mahesh Thapa, Anish Dahal e Sudeep Thakuri.

Gli studiosi hanno concentrato l’attenzione sul campo base dell’Everest situato sul versante nepalese e sul ghiacciaio Khumbu, analizzando tre diversi fattori capaci di incidere sullo scioglimento locale del ghiaccio: il cambiamento climatico globale, l’utilizzo di combustibili fossili e lo scarico di urina umana.

Per ricostruire la situazione sono stati utilizzati sia dati raccolti direttamente durante la stagione alpinistica della primavera del 2023 sia immagini satellitari dei programmi Landsat relative al periodo compreso tra il 1991 e il 2023.

L’obiettivo era capire quanto la crescente presenza umana intorno al campo base potesse contribuire al riscaldamento locale di una superficie che si trova direttamente sopra il ghiacciaio.

Quanta urina producono gli alpinisti sull’Everest

L’altitudine e l’intensa attività fisica obbligano gli alpinisti a prestare particolare attenzione all’idratazione. La perdita di liquidi ad alta quota rende infatti necessario bere notevoli quantità di acqua.

La conseguenza è un dato decisamente insolito: secondo le stime utilizzate nella ricerca, durante la stagione alpinistica alpinisti, guide e personale del campo base producono complessivamente più di 6.000 litri di urina al giorno.

A differenza di una parte dei rifiuti solidi, che viene raccolta in appositi contenitori e successivamente trasportata lontano dalla montagna, una quantità significativa di urina viene dispersa direttamente nell’ambiente glaciale.

Ed è qui che entra in gioco il meccanismo analizzato dai ricercatori.

L’urina espulsa dal corpo umano ha una temperatura superiore rispetto a quella della superficie ghiacciata sulla quale viene scaricata. Il liquido cede quindi parte della propria energia termica al ghiaccio e alla neve circostanti.

Considerando la quantità prodotta quotidianamente e la durata della stagione alpinistica, gli studiosi hanno calcolato quanta energia possa essere trasferita in questo modo all’ambiente.

Il risultato è una stima equivalente a circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve potenzialmente fuse in una stagione per effetto del calore dell’urina umana.

Non solo urina: il campo base genera enormi quantità di calore

Le 154 tonnellate sono però soltanto una parte del problema analizzato dallo studio.

Il campo base dell’Everest sul versante nepalese è diventato negli ultimi decenni una vera e propria città temporanea costruita in alta quota.

Durante la primavera del 2023 erano presenti circa 1.600 tende, utilizzate da alpinisti, guide, operatori e personale impegnato nelle spedizioni. Nei momenti di massima attività il campo può arrivare a ospitare contemporaneamente circa 2.000 persone.

Garantire servizi a una popolazione di queste dimensioni a oltre 5.000 metri di quota richiede grandi quantità di energia.

Durante una stagione alpinistica di circa 50 giorni nel 2023, al campo base sono state utilizzate:

  • 824 bombole di gas di petrolio liquefatto (GPL);
  • 18.935 litri di cherosene;
  • 5.130 litri di benzina.

I combustibili vengono impiegati per cucinare, riscaldare gli ambienti, produrre elettricità, illuminare le tende e alimentare apparecchiature e servizi.

A questo consumo energetico bisogna aggiungere il calore derivante dall’urina prodotta dalle persone presenti sul ghiacciaio.

Lo studio stima che, sommando le fonti considerate, durante la primavera del 2023 siano stati prodotti 849.174 ± 179.774 megajoule di energia termica.

Una quantità che, dal punto di vista energetico, sarebbe sufficiente a sciogliere circa 2.492 ± 528 tonnellate di ghiaccio e neve.

In altre parole, l’urina rappresenterebbe circa 154 tonnellate di questo totale stimato, mentre la quota nettamente maggiore è collegata all’utilizzo dei combustibili per il funzionamento del campo base.

Si parla quindi complessivamente di milioni di chilogrammi di neve e ghiaccio che potrebbero essere interessati dal calore prodotto localmente dalle attività umane durante una singola stagione.

Le temperature al campo base dell’Everest sono aumentate più rapidamente

Un’altra parte importante dello studio riguarda l’analisi delle temperature superficiali.

I ricercatori hanno esaminato oltre trent’anni di osservazioni satellitari Landsat, ricostruendo l’andamento della temperatura della superficie terrestre tra il 1991 e il 2023.

Sono state messe a confronto tre aree: quella occupata dal campo base, una zona innevata del ghiacciaio Khumbu situata nelle vicinanze e un’area ricoperta di detriti a nord del campo.

I risultati mostrano che il riscaldamento non è stato uniforme.

Nell’area del campo base, la temperatura superficiale ha registrato un aumento medio di circa 0,28 gradi Celsius all’anno. Il valore è risultato approssimativamente doppio rispetto al tasso di riscaldamento della superficie del ghiacciaio Khumbu adiacente e circa il 15% superiore rispetto all’aumento registrato nella zona ricoperta di detriti immediatamente a nord.

Il dato non permette di attribuire l’intera differenza alla presenza degli alpinisti, ma secondo gli studiosi le attività umane concentrate nell’area possono contribuire al riscaldamento locale.

Cucinare, accendere generatori, riscaldare le tende, produrre acqua calda e utilizzare sistemi di illuminazione significa infatti liberare continuamente energia in un ambiente che si trova direttamente sul ghiacciaio.

Un campo base sempre più simile a una piccola città

L’Everest dispone di due principali campi base.

Quello utilizzato per le ascensioni dal Nepal si trova a circa 5.364 metri di altitudine, ai piedi dell’Everest e direttamente sul ghiacciaio Khumbu.

Sul versante tibetano si trova invece un altro campo base, situato a circa 5.154 metri, vicino al ghiacciaio Rongbuk.

È soprattutto sul versante nepalese che negli ultimi decenni la crescita del turismo d’alta quota ha trasformato profondamente l’organizzazione delle spedizioni.

Il campo base non offre più soltanto tende e servizi essenziali. A seconda degli operatori e delle spedizioni possono essere disponibili ambienti riscaldati, acqua calda, docce, bagni privati, connessione internet, servizi di ristorazione e prodotti da forno.

Un livello di comfort che fino a pochi decenni fa sarebbe stato difficilmente immaginabile a più di 5.000 metri sul livello del mare, ma che richiede inevitabilmente energia e combustibili.

Il problema è che tutte queste attività sono concentrate in uno spazio relativamente piccolo e, soprattutto, sopra una superficie glaciale già sottoposta agli effetti del riscaldamento globale.

L’Everest è diventato anche un grande business turistico

La scalata della montagna più alta del pianeta non è più una sfida affrontata esclusivamente da piccoli gruppi di alpinisti professionisti.

Intorno all’Everest si è sviluppata negli anni una vera industria internazionale del turismo d’alta quota.

Una spedizione organizzata può costare decine di migliaia di dollari, mentre i pacchetti più esclusivi possono raggiungere cifre di diverse centinaia di migliaia di dollari.

Nel prezzo possono essere compresi permessi, guide, assicurazioni, trasporti, equipaggiamento, ossigeno e servizi logistici.

L’intera esperienza richiede generalmente dalle sei alle otto settimane.

Dopo l’arrivo in Nepal, molti alpinisti raggiungono la regione dell’Everest passando da Lukla. Da qui parte un trekking di diversi giorni necessario per arrivare al campo base.

Una volta raggiunti i 5.364 metri, la scalata verso la vetta non può però iniziare immediatamente.

L’organismo deve adattarsi gradualmente alla drastica riduzione dell’ossigeno presente nell’atmosfera. Per questo motivo gli alpinisti effettuano diverse rotazioni di acclimatamento tra il campo base e campi situati a quote superiori, tornando più volte verso il basso.

Solo successivamente, quando il fisico è sufficientemente acclimatato e si apre una finestra meteorologica favorevole, gli scalatori possono tentare l’ultimo tratto verso la vetta dell’Everest, situata a circa 8.848 metri di altitudine.

Questa permanenza prolungata significa però che per settimane migliaia di persone hanno bisogno di mangiare, bere, riscaldarsi, utilizzare elettricità e produrre rifiuti.

È proprio la somma di queste attività quotidiane a creare quello che lo studio considera un ulteriore impatto umano sul ghiacciaio.

Il cambiamento climatico resta la causa principale dello scioglimento dell’Everest

Il dato sulle 154 tonnellate di ghiaccio associate all’urina degli alpinisti può attirare l’attenzione, ma deve essere interpretato correttamente.

Lo studio non sostiene che l’urina sia la causa dello scioglimento del ghiacciaio Khumbu e neppure che abbia un impatto paragonabile al cambiamento climatico.

Il riscaldamento globale resta il principale fattore responsabile della perdita di massa glaciale sull’Everest e in tutta la regione himalayana.

La ricerca cerca invece di quantificare una componente molto più locale: il calore aggiuntivo generato concentrando migliaia di persone e numerose attività energivore direttamente sopra un ghiacciaio.

L’impatto dell’urina è inoltre decisamente inferiore a quello derivante dai combustibili utilizzati al campo base.

Il fenomeno assume però rilevanza perché si somma a una situazione climatica già critica. Secondo i dati citati in relazione alla ricerca, i tassi di perdita del ghiaccio sui ghiacciai dell’Everest sono quasi raddoppiati dal 2009.

In questo contesto, anche sorgenti di calore apparentemente trascurabili possono contribuire allo scioglimento quando vengono moltiplicate per migliaia di persone e concentrate nello stesso luogo per diverse settimane.

Le stime potrebbero non comprendere tutto l’impatto umano

C’è inoltre un altro elemento importante.

Il calcolo effettuato dai ricercatori non comprende tutte le possibili fonti di calore collegate alla presenza umana.

Nelle stime non sono stati inclusi, ad esempio, il calore corporeo prodotto direttamente da migliaia di persone, le operazioni degli elicotteri, il passaggio dei trekker e l’attività degli yak utilizzati per il trasporto dei materiali.

Questo significa che l’impronta termica complessiva delle attività umane intorno al campo base potrebbe essere superiore rispetto a quella calcolata prendendo in considerazione soltanto combustibili e urina.

La ricerca non mette quindi sullo stesso piano turismo e cambiamento climatico, ma evidenzia un problema di sostenibilità locale: concentrare una grande quantità di attività che generano calore direttamente sopra un ghiacciaio in rapido cambiamento può aumentare ulteriormente la pressione sull’ambiente.

Lo scioglimento del Khumbu è anche un problema di sicurezza

La riduzione del ghiacciaio Khumbu non rappresenta esclusivamente una questione ambientale.

Il progressivo aumento delle temperature e l’assottigliamento del ghiaccio possono modificare la stabilità della superficie e contribuire alla creazione di condizioni più pericolose per chi frequenta la montagna.

Il cambiamento dei ghiacciai può aumentare il rischio collegato a crolli di ghiaccio, valanghe e instabilità lungo i percorsi utilizzati dagli alpinisti.

Lo scioglimento può inoltre favorire la formazione o l’espansione di laghi glaciali. In determinate circostanze, la rottura improvvisa delle strutture naturali che contengono queste masse d’acqua può generare violente inondazioni glaciali, con potenziali conseguenze anche per le comunità situate più a valle.

Il problema interessa dunque non soltanto gli alpinisti, ma anche l’approvvigionamento idrico, l’irrigazione, la produzione idroelettrica e gli ecosistemi della regione.

A questo si aggiunge la questione dell’inquinamento: disperdere migliaia di litri di urina nell’ambiente ogni giorno non produce soltanto un apporto di calore, ma rappresenta anche un problema per la gestione dei rifiuti e per la qualità dell’ambiente glaciale.

Il campo base dell’Everest potrebbe essere spostato

Proprio per ridurre i rischi e l’impatto delle attività umane, i ricercatori hanno preso in considerazione anche una possibile soluzione strutturale: spostare il campo base nepalese fuori dal ghiacciaio Khumbu.

Lo studio ha individuato due possibili aree situate a sud-ovest dell’attuale campo base.

A differenza della posizione attuale, che si trova su una superficie glaciale in movimento, questi siti sorgerebbero su terreno stabile.

Trasferire il campo base potrebbe diminuire il contatto diretto tra le infrastrutture turistiche e il ghiacciaio, oltre a offrire potenzialmente condizioni più sicure dal punto di vista logistico.

Khim Lal Gautam, principale autore della ricerca e studioso che ha osservato direttamente per anni le trasformazioni dell’area, ha spiegato:

“Nel complesso, queste osservazioni forniscono prove a lungo termine che supportano ciò che ho constatato per molti anni sul campo”

E ha aggiunto:

“Il ghiacciaio Khumbu al campo base dell’Everest si sta assottigliando e la protezione del sito dovrà coinvolgere la collaborazione di soggetti di diversi settori, a livello locale e internazionale”

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Perché le 154 tonnellate di ghiaccio sono un dato importante

Il risultato relativo all’urina degli alpinisti è diventato l’aspetto più curioso e immediato dello studio, ma il significato della ricerca è più ampio.

Le 154 tonnellate di ghiaccio e neve rappresentano la quantità che, secondo il modello energetico utilizzato dagli studiosi, potrebbe essere fusa dal calore trasferito dall’urina durante una stagione. Non rappresentano quindi la perdita complessiva del ghiacciaio Khumbu e non devono essere interpretate come un’alternativa al ruolo del cambiamento climatico.

Considerando anche i combustibili utilizzati per far funzionare il campo base, il potenziale energetico complessivo delle attività analizzate arriva invece a 2.492 ± 528 tonnellate di ghiaccio e neve.

È proprio questa differenza a mettere in prospettiva il dato: l’urina rappresenta un contributo limitato rispetto alle altre fonti di calore locale, mentre il riscaldamento globale rimane il problema dominante su scala regionale e planetaria.

Il caso dell’Everest mostra però con particolare chiarezza come il turismo di massa possa lasciare un’impronta anche negli ambienti apparentemente più estremi e remoti del pianeta.

Riscaldare una tenda, cucinare un pasto, produrre elettricità o semplicemente smaltire l’urina sono attività individualmente insignificanti rispetto alle enormi dimensioni di un ghiacciaio. Quando vengono però ripetute ogni giorno da migliaia di persone concentrate nello stesso luogo e per settimane, il loro effetto può diventare misurabile.

Ed è questo uno dei principali messaggi dello studio: proteggere il ghiacciaio Khumbu richiederà non soltanto interventi contro il cambiamento climatico, ma anche una gestione più sostenibile del turismo, dei combustibili, dei rifiuti e delle infrastrutture del campo base dell’Everest.

Sirolo, escursionista disperso sul Monte Conero: l’allarme parte da Bolzano

Un’insolita catena di chiamate partita dal Monte Conero, passata per l’Austria e arrivata fino a Bolzano ha fatto scattare nella notte un’importante operazione di soccorso a Sirolo, nelle Marche. Un escursionista austriaco di 19 anni, dopo essere caduto in un ghiaione ed essersi ritrovato fuori sentiero con il sopraggiungere dell’oscurità, è stato individuato e recuperato dai Vigili del fuoco di Ancona e dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).

Il particolare intervento è stato effettuato nella notte del 3 settembre sul Monte Conero. Il giovane, in vacanza nella zona e ospite di un campeggio, si era trovato in difficoltà durante un’escursione nell’area di Valle Ombrosa, indicata nelle ricostruzioni come situata sopra la spiaggia dei Forni, nel territorio comunale di Sirolo.

Il punto nel quale è stato successivamente individuato dai soccorritori viene invece descritto dai Vigili del fuoco come un ghiaione fuori sentiero in una zona sovrastante la spiaggia dei Gabbiani.

Il 19enne chiama la madre in Austria: l’allarme arriva al Nue di Bolzano

Quando ha capito di essere in difficoltà, il 19enne di nazionalità austriaca ha contattato telefonicamente la madre, che si trovava in Austria.

È stata proprio la donna a mettere in moto la complessa macchina dei soccorsi: dopo aver ricevuto la telefonata del figlio, ha infatti allertato il Numero unico europeo per l’emergenza di Bolzano. Dall’Alto Adige la segnalazione è stata quindi trasmessa alle strutture competenti nelle Marche, facendo scattare le ricerche sul Monte Conero a Sirolo.

Una telefonata partita dalle Marche è dunque arrivata prima in Austria e, successivamente, attraverso il Nue di Bolzano, ha attivato la catena dell’emergenza necessaria a raggiungere il ragazzo.

Con il passare del tempo e il sopraggiungere del buio, la situazione era diventata più complessa. Il giovane aveva perso l’orientamento e, secondo una delle ricostruzioni dell’intervento, non risultava più raggiungibile telefonicamente.

Escursionista disperso sul Monte Conero: le ricerche nella notte

Le operazioni hanno coinvolto le squadre del Soccorso Alpino e Speleologico Marche e i Vigili del fuoco di Ancona, chiamati a intervenire in una zona particolarmente impervia del promontorio del Conero.

Il ragazzo era finito all’interno di un ghiaione e si trovava fuori dal sentiero, in un settore difficile da raggiungere soprattutto nelle ore notturne.

Considerata la conformazione dell’area e le difficoltà delle ricerche al buio, sono state attivate anche le rispettive squadre specializzate con droni, con l’obiettivo di fornire supporto dall’alto agli operatori impegnati sul terreno.

A sostegno delle ricerche è stata predisposta anche un’imbarcazione dei Vigili del fuoco, mentre sul posto sono intervenuti, oltre ai pompieri e al personale del Soccorso alpino, anche sanitari e carabinieri.

Richiesto anche un elicottero HH-139B dell’Aeronautica Militare

La complessità dell’intervento aveva portato a richiedere anche il supporto dell’Aeronautica Militare.

Per le operazioni di ricerca era stato infatti attivato un elicottero HH-139B dell’83° Gruppo Sar del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare, decollato da Cervia e diretto verso l’area del Monte Conero.

L’intervento del velivolo militare non si è però reso necessario. Una volta comunicato il ritrovamento del ragazzo da parte delle squadre impegnate a terra, la missione dell’elicottero, che si trovava già in volo verso la zona delle ricerche, è stata annullata.

Il 19enne trovato intorno all’una in un ghiaione fuori sentiero

Dopo le operazioni di avvicinamento e le necessarie calate in una zona particolarmente difficile, le squadre sono riuscite a raggiungere il giovane.

L’escursionista è stato individuato intorno all’una all’interno di un ghiaione fuori sentiero. Le operazioni di avvicinamento e le calate hanno consentito ai soccorritori di localizzarlo in meno di un’ora, in un’area indicata dai Vigili del fuoco come sovrastante la spiaggia dei Gabbiani.

Il 19enne si trovava complessivamente in condizioni discrete o buone, ma appariva disorientato a causa dell’oscurità.

Nonostante la caduta, il ragazzo era ancora in grado di camminare autonomamente. Presentava però alcune lievi escoriazioni, considerate compatibili con lo scivolamento o la caduta avvenuta sul ghiaione.

Recupero con l’imbrago e risalita fino alla cima del Monte Conero

Una volta raggiunto, il giovane è stato messo in sicurezza dagli operatori.

I soccorritori lo hanno assicurato con un imbrago e accompagnato durante la risalita lungo il ghiaione. Nonostante fosse in grado di camminare da solo, la natura impervia del terreno e le condizioni notturne hanno reso necessario procedere con tutte le precauzioni previste per questo tipo di intervento.

La squadra ha quindi accompagnato il 19enne fino a raggiungere la cima del Monte Conero.

L’intera operazione di recupero, dal momento in cui il ragazzo è stato raggiunto fino alla conclusione della risalita, è durata circa un’ora e mezza.

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La visita dei sanitari e il ritorno al campeggio

Una volta arrivato in cima e portato definitivamente in una zona sicura, l’escursionista è stato affidato al personale sanitario presente sul posto.

Gli accertamenti non hanno evidenziato particolari problematiche. Le condizioni del giovane non hanno quindi richiesto ulteriori interventi di emergenza.

Conclusa la visita, il ragazzo è stato accompagnato da un operatore del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico fino al campeggio nel quale stava trascorrendo le vacanze.

Si è così conclusa positivamente una complessa operazione notturna che ha coinvolto Vigili del fuoco, Soccorso Alpino e Speleologico Marche, sanitari, carabinieri e Aeronautica Militare e che, in maniera del tutto particolare, era stata messa in moto da una richiesta di aiuto partita dal Monte Conero, arrivata alla madre del giovane in Austria e quindi trasmessa al Numero unico europeo per l’emergenza di Bolzano, prima di tornare nelle Marche e far scattare le ricerche a Sirolo.

Cane stremato sul Viel dal Pan, intervengono i vigili del fuoco di Canazei: «Non lasciamo indietro nessuno»

Foto credit: vigili del fuoco Canazei.

Un’escursione in montagna si è trasformata in un intervento di soccorso decisamente insolito per i vigili del fuoco volontari di Canazei. Nella giornata di martedì 1° settembre, una squadra del Corpo locale è stata chiamata a intervenire lungo il sentiero del Viel dal Pan per recuperare un cane ormai stremato, che non era più in grado di continuare il percorso con le proprie forze.

L’animale aveva affrontato la salita insieme al proprietario, ma durante l’escursione le energie sono venute meno. A un certo punto il cane si è fermato, sfinito e impossibilitato a proseguire. Di fronte alla situazione, il proprietario ha deciso di chiedere aiuto contattando il 112 Nue.

La richiesta di soccorso è stata raccolta dai vigili del fuoco volontari di Canazei, che hanno raggiunto il punto in cui si trovavano il cane e il suo accompagnatore e hanno organizzato il recupero dell’animale.

Cane stremato sul Viel dal Pan: il recupero con la portantina

Una volta arrivati sul posto, i vigili del fuoco hanno constatato che il cane non aveva più le energie necessarie per affrontare autonomamente il resto del percorso.

Per consentirgli di rientrare in sicurezza, i soccorritori lo hanno quindi sistemato su una portantina, o barella, e lo hanno trasportato a valle.

A raccontare quanto accaduto sono stati gli stessi vigili del fuoco di Canazei attraverso un post pubblicato sulla propria pagina Facebook.

«Oggi i nostri ragazzi sono intervenuti sul sentiero del Viel dal Pan per recuperare un cane che, ormai stremato, non era più in grado di proseguire con le proprie forze», spiegano i vigili del fuoco nel post.

L’intervento ha così permesso di riportare l’animale alla base senza costringerlo a continuare una camminata che, viste le sue condizioni di stanchezza, era diventata troppo impegnativa.

Il soccorso lungo uno dei sentieri più conosciuti di Canazei

Il Viel dal Pan è uno dei percorsi escursionistici più conosciuti della zona di Canazei, caratterizzato da un tracciato panoramico affacciato sulle Dolomiti.

Un ambiente particolarmente apprezzato dagli escursionisti, dove non è raro incontrare anche persone accompagnate dai propri animali a quattro zampe. Può tuttavia accadere che, durante un percorso in quota, anche un cane possa trovarsi in difficoltà e non avere più le energie necessarie per procedere.

È proprio quello che è successo in questo caso: dopo avere affrontato parte dell’escursione, l’animale si è fermato e il proprietario si è trovato nell’impossibilità di riportarlo indietro senza un aiuto esterno.

Da qui la decisione di rivolgersi al numero unico di emergenza 112 Nue e il successivo intervento della squadra dei vigili del fuoco volontari di Canazei.

La riflessione dei vigili del fuoco: intervenire oppure no?

Il recupero ha inevitabilmente aperto anche una riflessione sull’opportunità di mobilitare i soccorritori in una situazione nella quale a essere in difficoltà non era una persona, ma un animale.

Sono stati gli stessi vigili del fuoco a sollevare la questione, senza tuttavia voler entrare nel merito delle eventuali responsabilità o della scelta di affrontare un percorso di montagna insieme a un cane.

“È giusto o non è giusto intervenire in situazioni come questa? Non sta a noi dirlo”, commentano tornando al caso in questione i vigili del fuoco volontari di Canazei.

Una domanda che potrebbe prestarsi a discussioni e polemiche, soprattutto sui social e sul web, ma alla quale i volontari hanno scelto di rispondere richiamando direttamente il significato del loro lavoro e della loro disponibilità nei confronti di chi si trova in difficoltà.

«Anche quando quel “qualcuno” ha quattro zampe»

La posizione dei vigili del fuoco di Canazei è stata affidata a poche parole, che spiegano lo spirito con cui la squadra ha affrontato anche questo particolare intervento.

“Noi, però, siamo abituati a non dire mai di no quando qualcuno ha bisogno di aiuto, anche quando quel ‘qualcuno’ ha quattro zampe. Così, anche oggi, abbiamo fatto il nostro dovere”.

Nessuna distinzione, dunque, davanti alla necessità di prestare assistenza. Ricevuta la chiamata, i volontari sono saliti lungo il sentiero, hanno raggiunto il cane stremato e lo hanno trasportato in sicurezza utilizzando la portantina.

Un intervento certamente diverso rispetto alle emergenze che normalmente possono impegnare i soccorritori in montagna, ma affrontato con lo stesso principio: aiutare chi, in quel momento, non è più nelle condizioni di proseguire autonomamente.

Il ringraziamento del proprietario ai vigili del fuoco di Canazei

Concluso il recupero e raggiunta la base, il proprietario del cane ha potuto tirare un sospiro di sollievo.

L’uomo ha quindi ringraziato i vigili del fuoco di Canazei per l’intervento e per l’aiuto ricevuto in un momento di difficoltà del suo amato amico a quattro zampe.

Il cane, ormai privo delle energie necessarie per continuare l’escursione, è stato così riportato a valle senza dover affrontare ulteriormente il percorso.

La vicenda si è conclusa quindi positivamente grazie alla richiesta di aiuto al 112 Nue e all’intervento dei volontari del Corpo di Canazei, che hanno raggiunto il Viel dal Pan e portato a termine il recupero.

Un soccorso insolito, ma perfettamente sintetizzato dalle parole degli stessi vigili del fuoco: “Noi siamo abituati a non dire mai di no quando qualcuno ha bisogno di aiuto, anche quando quel “qualcuno” ha quattro zampe”.

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Austria, guida alpina aggredisce un alpinista sul Großglockner – VIDEO

Un acceso scontro tra una guida alpina austriaca e un alpinista polacco sul Großglockner, la montagna più alta dell’Austria, è diventato un caso dopo la diffusione sui social network di un video che mostra la tensione esplosa ad alta quota.

L’episodio è avvenuto il 22 agosto 2026 sul Mürztalersteig, durante la salita verso la Erzherzog-Johann-Hütte, in un tratto particolarmente stretto ed esposto, a circa 3.000 metri di quota.

Quella che inizialmente sembrava una discussione legata a un sorpasso tra alpinisti è rapidamente degenerata prima sul piano verbale e successivamente in un confronto fisico.

La polizia di Matrei in Osttirol ha avviato accertamenti per il sospetto di messa in pericolo dell’incolumità fisica, mentre il Kalser Berg- und Schiführerverein ha deciso di non affidare più incarichi alla guida coinvolta.

Successivamente il professionista ha inoltre deciso di restituire volontariamente la propria licenza di guida alpina.

Cosa è successo sul Großglockner

Secondo quanto emerge dalle immagini diffuse sui social e dal racconto dell’alpinista polacco, l’uomo si trovava sul Mürztalersteig insieme alla moglie.

Nello stesso tratto stava salendo anche una guida alpina proveniente dalla Stiria, accompagnata da due clienti.

Secondo la ricostruzione dell’alpinista, l’uomo si sarebbe fermato intenzionalmente in un passaggio stretto per lasciare maggiore distanza alla compagna che si trovava poco più avanti.

Proprio in quel momento la guida avrebbe deciso di superare la coppia.

I sorpassi tra cordate e alpinisti più o meno veloci sono una pratica normale sulle vie alpine frequentate. In presenza di passaggi stretti ed esposti, tuttavia, è fondamentale coordinarsi con le altre persone presenti e scegliere un punto adeguato per effettuare la manovra senza aumentare i rischi.

Nel video si vede la guida passare tra i due componenti della coppia.

L’alpinista polacco gli chiede di aspettare, facendo riferimento anche alla posizione della moglie che si trova poco sotto o poco più avanti nel passaggio.

La risposta della guida è immediata e aggressiva:

“Sono una guida alpina, chiudi il becco!”

Poco dopo, mentre la discussione continua, la guida pronuncia anche una minaccia:

“Salgo e te ne do una!”

A quel punto anche l’alpinista polacco risponde verbalmente e la tensione aumenta rapidamente.

La guida torna indietro e il confronto diventa fisico

La situazione diventa ancora più grave pochi istanti dopo.

La guida, che nel frattempo aveva già superato l’alpinista e la sua compagna, decide infatti di tornare indietro lungo il tratto esposto e raggiunge nuovamente l’uomo.

Il confronto avviene su una porzione particolarmente stretta della montagna, a circa 3.000 metri di quota.

Nel video la guida si avvicina all’alpinista e arriva al contatto fisico. Nelle prime ricostruzioni della stampa austriaca si è parlato anche di un gesto molto vicino alla gola dell’uomo.

La moglie del polacco tenta nel frattempo di calmare i due e di evitare un’ulteriore escalation.

Dopo alcuni secondi la guida decide di proseguire.

Il polacco, ancora incredulo per quanto accaduto, gli grida:

“È davvero incredibile.”

Le immagini diffuse sui social documentano una parte dell’episodio, ma non necessariamente ogni momento precedente allo scontro. Per questo il contesto complessivo e le eventuali responsabilità restano oggetto degli accertamenti delle autorità.

Perché il sorpasso sul Mürztalersteig ha provocato la discussione

Uno degli aspetti centrali della vicenda riguarda proprio la gestione del sorpasso.

Il Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer, l’associazione austriaca delle guide alpine e sciistiche, ha ricordato che:

“Che una cordata più veloce superi altri alpinisti è una pratica normale.”

Il problema, quindi, non sarebbe il sorpasso in sé.

In ambiente alpino, e soprattutto nei punti più stretti ed esposti, è però necessario coordinarsi con gli altri alpinisti, aspettare un punto adatto e mantenere un comportamento che non aumenti il livello di rischio.

Per questo l’associazione nazionale delle guide ha preso chiaramente le distanze dalle modalità visibili nel video:

“Prendiamo chiaramente le distanze da un comportamento della guida alpina come quello mostrato nel video e dal modo in cui la guida comunica in questa situazione.”

L’alpinista polacco: “Rispetto e sicurezza devono venire prima di tutto”

Dopo l’episodio, l’alpinista coinvolto ha criticato duramente il comportamento della guida attraverso Instagram.

L’uomo non ha contestato il principio secondo cui una cordata più veloce possa superare una più lenta.

Ha però spiegato che da una guida alpina professionista si aspetterebbe:

“Cortesia di base, buon senso e soprattutto responsabilità per la sicurezza di tutte le persone che si trovano nelle vicinanze.”

Secondo l’alpinista, una guida alpina dovrebbe rappresentare un punto di riferimento non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche sotto il profilo del comportamento e della capacità di gestire situazioni di tensione.

Nel suo messaggio ha aggiunto:

“Le montagne sono di tutti, indipendentemente dall’esperienza, dalle capacità o dal passo. Il rispetto reciproco e l’attenzione verso gli altri dovrebbero sempre venire al primo posto.”

L’uomo sostiene inoltre che l’escalation avvenuta su un tratto tanto esposto avrebbe creato una situazione di pericolo non soltanto per lui e per sua moglie, ma anche per i due clienti accompagnati dalla guida.

Si tratta tuttavia della valutazione dell’alpinista coinvolto. Stabilire se vi sia stata effettivamente una concreta situazione di pericolo e quali responsabilità possano eventualmente essere attribuite alla guida spetterà alle autorità competenti.

Il Kalser Berg- und Schiführerverein interrompe la collaborazione

L’accaduto ha avuto conseguenze immediate anche sul piano professionale.

La guida coinvolta non era membro del Kalser Berg- und Schiführerverein, come precisato espressamente dall’associazione.

La sua prestazione era però stata organizzata attraverso il Kalser Bergführerbüro, che aveva quindi intermediato l’incarico.

Il presidente dell’associazione, Michael Amraser, ha espresso una valutazione molto dura:

“Il comportamento è stato catastrofico e assolutamente inaccettabile.”

Amraser ha inoltre annunciato:

“Non affideremo più alcun incarico a questa guida alpina.”

Il Kalser Berg- und Schiführerverein ha quindi deciso di escludere il professionista da qualsiasi futura intermediazione.

Pur trattandosi di una guida esterna all’associazione, il club ha spiegato di volersi assumere la responsabilità legata al fatto che la prestazione fosse stata organizzata attraverso il proprio ufficio.

L’associazione ha anche presentato le proprie scuse alle persone coinvolte.

Secondo le prime informazioni diffuse dalla stampa austriaca, il club avrebbe contattato l’alpinista polacco attraverso i social network per scusarsi, senza ricevere inizialmente risposta.

La guida alpina non ha voluto commentare l’accaduto

In una prima fase i media austriaci hanno cercato di contattare direttamente la guida coinvolta attraverso l’ufficio delle guide di Kals.

Secondo quanto riferito dai professionisti locali, l’uomo non avrebbe però voluto rilasciare dichiarazioni pubbliche sull’accaduto.

Le prime ricostruzioni si sono quindi basate soprattutto sulle immagini del video, sulla versione fornita dall’alpinista polacco e sulle dichiarazioni delle organizzazioni professionali intervenute sul caso.

Anche per questo motivo è necessario distinguere ciò che è chiaramente visibile nel filmato dalle circostanze complessive che devono ancora essere accertate.

Il Verband delle guide alpine austriache: “Comportamento insostenibile”

Molto dura anche la posizione del Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer.

Il presidente Walter Zörer ha descritto quanto mostrato nelle immagini come:

“Insostenibile sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista alpinistico.”

Zörer ha aggiunto:

“In ogni caso prendiamo le distanze da questo comportamento.”

Il caso è stato quindi trasmesso all’organizzazione regionale competente della Stiria, chiamata a valutare quanto accaduto e le eventuali conseguenze sul piano disciplinare.

L’associazione nazionale ha tuttavia sottolineato anche un altro aspetto importante: il comportamento di un singolo professionista non deve essere automaticamente esteso all’intera categoria delle guide alpine.

La maggior parte delle guide svolge infatti un lavoro caratterizzato da elevati livelli di responsabilità, capacità tecnica, gestione del rischio e tutela della sicurezza dei propri clienti.

La guida restituisce volontariamente la licenza

Il caso ha avuto un ulteriore sviluppo il 31 agosto 2026.

Dopo che la commissione disciplinare del Bergsportführerverband della Stiria aveva esaminato la vicenda, la guida ha deciso volontariamente di restituire la propria licenza professionale.

Secondo quanto comunicato dall’organizzazione regionale, l’uomo avrebbe successivamente manifestato rammarico per il modo in cui aveva reagito durante l’episodio.

Il Verband della Stiria ha confermato che la guida non risulta più membro dell’organizzazione e che non dovrebbe più esercitare l’attività professionale di guida alpina.

La restituzione della licenza doveva comunque essere formalizzata dall’autorità competente del Land Steiermark, il Land della Stiria.

La presenza di una guida stiriana sul Großglockner è legata anche all’elevato numero di richieste che interessano la zona durante la stagione estiva.

Le guide locali di Kals non riescono infatti sempre a coprire tutte le richieste e possono quindi essere coinvolti professionisti provenienti da altri Länder austriaci.

La polizia indaga sull’aggressione sul Großglockner

Le conseguenze della vicenda non riguardano soltanto l’ambito professionale.

La Polizeiinspektion Matrei in Osttirol ha infatti avviato un’indagine dopo aver ricevuto una segnalazione.

Il vicecomandante Anton Raffler ha spiegato:

“Oggi alle 8:20 abbiamo ricevuto una denuncia, o comunque una richiesta di verificare il caso.”

Secondo le informazioni diffuse inizialmente, la segnalazione sarebbe stata presentata da una persona che aveva visto il video, e non direttamente dall’alpinista polacco.

Raffler ha inoltre confermato:

“Sono in corso indagini per messa in pericolo dell’incolumità fisica.”

La polizia si è consultata con la Procura di Innsbruck e ha avviato gli accertamenti necessari a ricostruire la dinamica dell’episodio.

Una volta concluse le verifiche, gli investigatori dovrebbero trasmettere un rapporto alla Procura, che dovrà valutare gli eventuali successivi provvedimenti.

L’apertura delle indagini non equivale naturalmente all’accertamento di una responsabilità penale.

La guida rischia fino a tre mesi di carcere

Gli accertamenti riguardano il sospetto di messa in pericolo dell’incolumità fisica.

Secondo quanto riportato dai media austriaci, per l’ipotesi di reato presa in considerazione dalle autorità la pena potrebbe arrivare fino a tre mesi di reclusione.

Questo non significa che la guida sia già stata dichiarata colpevole né che una pena sia stata stabilita.

Le indagini servono proprio a chiarire il contesto, la dinamica dei fatti e l’eventuale rilevanza penale della condotta.

La distinzione è fondamentale, soprattutto considerando che il procedimento risulta ancora nella fase degli accertamenti.

Accusate sui social anche guide estranee al caso

La grande diffusione del video ha provocato anche conseguenze indesiderate.

Sui social network sarebbero state indicate o accusate alcune guide alpine che in realtà non avrebbero avuto nulla a che fare con l’episodio.

Il Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer è intervenuto per chiarire che due professionisti indicati online come possibili protagonisti della vicenda erano completamente estranei ai fatti.

L’organizzazione ha definito ingiustificate le accuse rivolte contro di loro.

Il caso dimostra anche i rischi connessi alla diffusione virale di filmati sui social: la velocità con cui le immagini vengono condivise può infatti portare a identificazioni errate e accuse nei confronti di persone non coinvolte.

Danno d’immagine per le guide alpine austriache

L’enorme diffusione del video ha trasformato un episodio avvenuto su un passaggio del Großglockner in un caso discusso ben oltre il mondo dell’alpinismo austriaco.

Per la categoria delle guide alpine il possibile danno reputazionale è evidente.

Una guida alpina professionista rappresenta infatti una figura alla quale viene affidata la gestione della sicurezza in ambienti difficili.

Deve valutare i pericoli, scegliere il percorso più appropriato, adattare le decisioni alle capacità dei clienti e mantenere lucidità anche in presenza di condizioni particolarmente complesse.

Un comportamento aggressivo durante un confronto con altri alpinisti, soprattutto in un tratto esposto, appare quindi in netto contrasto con queste responsabilità.

Il Verband austriaco ha sottolineato proprio questo aspetto, evidenziando come episodi del genere possano danneggiare anche l’immagine delle numerose guide che lavorano quotidianamente in modo professionale e responsabile.

È quindi necessario evitare generalizzazioni: il comportamento di una singola persona non può essere considerato rappresentativo dell’intera categoria.

Quali responsabilità ha una guida alpina in Austria

Le guide alpine e sciistiche abilitate in Austria seguono una formazione professionale specifica per accompagnare i clienti anche sui terreni alpini più impegnativi.

La formazione statale viene organizzata dal Verband der Österreichischen Berg- und Skiführer in collaborazione con la Bundessportakademie Innsbruck.

La qualificazione professionale è inoltre riconosciuta secondo gli standard internazionali IVBV/UIAGM/IFMGA.

Il compito di una guida non consiste soltanto nel conoscere tecniche di arrampicata o alpinismo.

Il professionista deve valutare i pericoli presenti sul terreno, scegliere la via più adeguata, prendere decisioni sulle misure di sicurezza e adattare l’attività alle capacità delle persone accompagnate.

Essere una guida alpina non significa tuttavia avere automaticamente la precedenza rispetto agli altri alpinisti presenti sulla montagna.

Sorpassi, incroci e passaggi su tratti esposti richiedono sempre comunicazione, coordinamento e rispetto reciproco.

Proprio dopo il caso del Großglockner, il Bergsportführerverband della Stiria ha sottolineato l’importanza di ribadire durante la formazione delle guide la responsabilità legata al ruolo di leadership e di esempio.

La preparazione di una guida professionista, infatti, non riguarda soltanto la tecnica, ma anche la capacità di gestire correttamente le persone e le situazioni di conflitto.

Dove è avvenuto l’episodio: Mürztalersteig ed Erzherzog-Johann-Hütte

L’episodio è avvenuto lungo il Mürztalersteig, durante la salita verso la Erzherzog-Johann-Hütte, conosciuta anche come Adlersruhe.

Il rifugio si trova sul Großglockner e rappresenta uno dei principali punti di riferimento per gli alpinisti impegnati nella salita verso la vetta.

La Erzherzog-Johann-Hütte si trova a 3.454 metri di quota, mentre il Großglockner raggiunge i 3.798 metri, risultando la montagna più alta dell’Austria.

L’ambiente è quindi quello tipico dell’alta montagna, con tratti esposti, passaggi stretti e condizioni nelle quali anche una semplice manovra di sorpasso deve essere gestita con particolare attenzione.

Durante la stagione estiva l’elevata frequentazione del Großglockner può inoltre determinare una presenza significativa di cordate e gruppi lungo gli itinerari più conosciuti.

Proprio per questo coordinamento e rispetto reciproco diventano elementi fondamentali per ridurre i rischi.

VIDEO: le immagini dello scontro sul Großglockner

Il filmato dell’episodio è stato pubblicato su Instagram dall’alpinista coinvolto e ha rapidamente ottenuto un’enorme diffusione sui social network.

Nelle immagini si vedono alcune fasi del sorpasso, il successivo confronto verbale, la moglie dell’alpinista che cerca di riportare la calma e il momento in cui la guida torna verso il polacco fino al contatto fisico.

Il video rappresenta uno degli elementi principali utilizzati per ricostruire la vicenda.

Le autorità dovranno tuttavia verificare anche ciò che è avvenuto prima e dopo le immagini diffuse online per ricostruire completamente l’accaduto e stabilire eventuali responsabilità.

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Snow room, il nuovo lusso dei miliardari: stanze di neve contro le temperature estreme

Le ondate di calore sempre più intense che colpiscono l’Europa e numerose altre aree del Pianeta stanno modificando il modo di viaggiare, scegliere le destinazioni per le vacanze e persino progettare le abitazioni. Se per la maggior parte delle persone proteggersi dalle temperature estreme significa cercare l’ombra, accendere l’aria condizionata oppure spostarsi verso il mare o la montagna, per miliardari e super ricchi sta emergendo una soluzione decisamente più radicale: creare un inverno privato direttamente dentro casa.

È il fenomeno delle “snow room” (in italiano stanza della neve), ambienti refrigerati nei quali la temperatura può scendere fino a circa -10 °C e dove viene prodotta neve vera anche in piena estate.

Non si tratta semplicemente di stanze con un potente impianto di climatizzazione. Una snow room è progettata per ricreare artificialmente un vero ambiente invernale, combinando basse temperature, aria fredda e neve fresca prodotta all’interno della cabina.

La tecnologia, nata soprattutto per spa, hotel e centri wellness, sta attirando interesse anche nelle residenze private di fascia altissima, diventando contemporaneamente rifugio dal caldo, componente delle spa domestiche e nuovo status symbol dei super ricchi.

Cos’è una snow room

Una snow room è una stanza refrigerata contenente neve reale, progettata per mantenere temperature sottozero indipendentemente dalle condizioni climatiche esterne.

TechnoAlpin Indoor, divisione specializzata del produttore italiano di sistemi per l’innevamento TechnoAlpin, propone per esempio una SNOWROOM caratterizzata da freddo secco e neve fresca, con una temperatura nominale indicata di circa -10 °C.

Secondo le specifiche tecniche dell’azienda, quando la stanza viene utilizzata dai visitatori la temperatura si colloca normalmente tra -5 e -10 °C e può aumentare leggermente in funzione del numero di persone presenti.

La neve non contiene additivi artificiali: viene prodotta utilizzando soltanto acqua e aria.

Ogni notte può essere generato un nuovo strato di neve, in modo che la cabina sia pronta per essere utilizzata durante il giorno. Il risultato è un piccolo paesaggio invernale artificiale che può funzionare durante tutto l’anno, persino in luoghi caratterizzati da temperature esterne molto elevate.

Come funziona una snow room e come viene prodotta la neve

Il funzionamento è più complesso di quello di una normale cella frigorifera.

La tecnologia deve contemporaneamente raffreddare l’ambiente, mantenere sotto controllo temperatura e dispersioni termiche e produrre neve reale.

Nel sistema sviluppato da TechnoAlpin Indoor, la gestione è affidata all’unità tecnica EcoSnow 2.0. Un display touch da 7 pollici permette di controllarne le principali funzioni operative, mentre un sistema di programmazione gestisce automaticamente sia i periodi di innevamento sia quelli di sbrinamento.

È inoltre prevista la possibilità di effettuare interventi e modifiche alle impostazioni attraverso manutenzione da remoto.

La produzione della neve avviene attraverso un ugello brevettato. Il produttore dichiara che un litro d’acqua permette di generare un volume equivalente a circa cinque litri di neve.

L’innevamento viene normalmente programmato durante le ore notturne. Produrre neve mentre la stanza viene utilizzata è tecnicamente possibile, ma il produttore lo sconsiglia perché la fase di innevamento riduce la visibilità all’interno dell’ambiente.

Quanto è grande una snow room

Le stanze della neve non devono necessariamente avere dimensioni enormi.

Secondo le FAQ tecniche di TechnoAlpin, una SnowRoom può essere realizzata in varie dimensioni fino a raggiungere una superficie massima di circa 25 metri quadrati.

Come riferimento progettuale, viene considerato mediamente circa un metro quadrato per persona.

Questo significa che la tecnologia può essere adattata sia a una piccola spa privata sia a installazioni destinate a strutture ricettive e centri wellness con un numero maggiore di utenti.

Anche l’architettura può essere personalizzata. È possibile scegliere disposizione della porta, caratteristiche del soffitto, accessori e differenti configurazioni estetiche.

Una particolarità tecnica riguarda le pareti trasparenti: secondo il produttore, fino a tre pareti laterali possono essere realizzate in vetro, mentre almeno una deve ospitare lo scambiatore di calore.

Come si mantiene una stanza a -10 °C dentro una casa

Uno dei problemi principali è naturalmente l’isolamento.

Mantenere temperature comprese tra -5 e -10 °C mentre, magari a pochi metri di distanza, il resto dell’abitazione si trova a 25 o 30 °C richiede una struttura progettata per ridurre il più possibile le dispersioni termiche.

Nelle proprie specifiche TechnoAlpin indica l’impiego di vetri a tripla camera e pannelli isolanti in schiuma poliuretanica ad alte prestazioni.

La snow room deve quindi essere considerata un vero sistema tecnologico integrato e non semplicemente una stanza nella quale viene installato un condizionatore più potente.

Il pacchetto del produttore viene infatti fornito come soluzione chiavi in mano comprendente cabina, tecnologia, montaggio, installazione e messa in servizio.

Anche il locale tecnico non deve necessariamente trovarsi immediatamente accanto alla stanza: nella soluzione TechnoAlpin può essere collocato fino a 50 metri di distanza dalla SNOWROOM, aumentando la flessibilità progettuale nelle grandi residenze, negli hotel e nelle spa.

Quanto consuma una snow room

Un’altra questione inevitabile riguarda il consumo energetico.

Secondo le FAQ tecniche di TechnoAlpin, per il funzionamento della SnowRoom sono necessari circa 5 kW di potenza.

È importante non confondere questo dato con il consumo energetico giornaliero: i kW indicano infatti una potenza, mentre l’energia effettivamente consumata dipende dal tempo di funzionamento e dalle diverse fasi operative del sistema.

Il produttore paragona indicativamente il fabbisogno energetico della propria SnowRoom a quello di una sauna finlandese.

Sempre secondo TechnoAlpin, a seconda della tariffa dell’energia elettrica, il costo operativo indicativo viene stimato tra 20 e 25 euro al giorno, valore che l’azienda paragona al costo di funzionamento di una sauna per dieci persone. Si tratta naturalmente di una stima del produttore e il costo reale può variare sensibilmente in funzione del prezzo locale dell’elettricità, delle dimensioni dell’impianto, dell’utilizzo e dell’eventuale recupero del calore.

Quanta acqua serve per produrre la neve

Nonostante l’effetto scenografico, il quantitativo d’acqua dichiarato per la produzione della neve è relativamente contenuto.

TechnoAlpin indica un consumo durante la fase di innevamento di circa 10-15 litri d’acqua all’ora.

Su base settimanale, il fabbisogno indicativo di una SnowRoom è di circa 200 litri d’acqua.

L’ugello brevettato permette, secondo il produttore, di ottenere da un litro d’acqua circa cinque litri di volume di neve, sfruttando la bassa densità della neve prodotta.

Il dato dei 200 litri alla settimana presente nelle informazioni originarie trova quindi conferma diretta nelle specifiche tecniche del produttore.

Il calore prodotto può essere recuperato

Raffreddare continuamente un ambiente sotto lo zero comporta inevitabilmente la produzione di calore che deve essere smaltito.

Una parte di questa energia può però essere recuperata.

La scheda prodotto attualmente pubblicata da TechnoAlpin indica la possibilità di recuperare fino all’80% dell’energia elettrica utilizzata, trasformandola in energia termica da impiegare, per esempio, per riscaldare una piscina.

Il principio consiste nell’utilizzare il calore generato dal sistema di refrigerazione invece di disperderlo semplicemente nell’ambiente esterno. Attraverso uno scambiatore di calore a piastre può, per esempio, essere trasferito all’acqua di una piscina; utilizzando una pompa di calore può invece contribuire alla produzione di acqua calda o al riscaldamento di altri ambienti.

Le FAQ tecniche dell’azienda specificano inoltre che, a seconda delle condizioni dell’installazione, lo scambiatore può permettere di recuperare fino al 90% dell’energia elettrica utilizzata.

I due valori non devono quindi necessariamente essere interpretati come contraddittori: la pagina commerciale corrente indica fino all’80%, mentre la documentazione tecnica ammette valori superiori in determinate configurazioni e condizioni locali.

Quanto costa installare una snow room in casa

Il vero ostacolo per chi desidera trasformare una stanza in un piccolo inverno privato rimane naturalmente il prezzo.

Una snow room domestica standard di circa 7 per 10 piedi, quindi approssimativamente 2,1 per 3 metri, parte da circa 128.000 dollari, secondo Tyler Slater, COO e co-proprietario di The Spa Butler, società statunitense che produce e installa questo genere di ambienti.

Il prezzo può salire ulteriormente con l’aumentare delle dimensioni e con personalizzazioni, design, materiali e configurazioni più complesse.

Slater ha inoltre segnalato un aumento dell’interesse e delle vendite per le snow room nelle residenze private, spiegando che nella maggior parte dei casi non vengono installate come elementi isolati ma integrate all’interno di più ampie suite wellness domestiche insieme ad altre strutture come sauna, bagno di ghiaccio e cold plunge.

Per una tecnologia di questo tipo bisogna inoltre considerare progettazione, isolamento, impianto di refrigerazione, produzione della neve, manutenzione e costi di esercizio.

Trasformare una stanza della propria abitazione in un inverno permanente è quindi tecnicamente possibile, ma rimane un lusso accessibile soprattutto alle persone con disponibilità economiche molto elevate.

Installazione e manutenzione: non basta accendere il freddo

La complessità di una snow room emerge anche dalle procedure di installazione.

TechnoAlpin indica tempi di consegna generalmente compresi tra 10 e 12 settimane dalla firma del contratto, mentre il montaggio può richiedere normalmente due o tre settimane, comprese messa in servizio e formazione del cliente.

La manutenzione ordinaria non è tuttavia necessariamente particolarmente lunga.

La tecnologia EcoSnow funziona automaticamente, ma richiede il controllo degli indicatori e delle prese d’aria. Secondo le FAQ del produttore, la manutenzione e pulizia giornaliera possono richiedere indicativamente circa dieci minuti.

È inoltre necessario effettuare periodicamente lo sbrinamento della stanza. TechnoAlpin raccomanda, per motivi igienici, di procedere almeno una volta alla settimana, effettuando successivamente la pulizia prima di avviare un nuovo ciclo di innevamento.

Anche il pavimento richiede attenzione. Prima dell’accesso degli utenti, la neve accumulata durante la produzione notturna viene generalmente spostata verso i lati, lasciando libera la zona di passaggio per ridurre il rischio che si formi ghiaccio. L’interno è inoltre dotato di pavimentazione in gomma.

Snow room made in Italy: certificazioni CE e CSA

Un altro elemento interessante è l’origine della tecnologia.

I sistemi TechnoAlpin Indoor sono progettati e realizzati in Italia e vengono testati su banchi di prova certificati.

La SNOWROOM del produttore dispone inoltre delle certificazioni CE e CSA, relative rispettivamente ai mercati europeo e nordamericano.

L’azienda indica anche la conformità della propria soluzione ai requisiti di Industria 4.0; in Italia, in presenza delle condizioni previste dalla normativa, questo può avere rilevanza anche sul piano delle eventuali agevolazioni per determinate installazioni professionali.

Perché le snow room piacciono ai miliardari

La tecnologia spiega come sia possibile creare neve dentro un edificio, ma non spiega completamente il successo delle snow room tra le persone più ricche.

Il fenomeno riflette infatti un cambiamento nel significato stesso del lusso.

Per molto tempo una grande residenza doveva stupire gli ospiti attraverso servizi dedicati soprattutto all’intrattenimento: cinema privati, piscine, sale da gioco e grandi spazi per ricevimenti.

Oggi una parte crescente degli investimenti nelle abitazioni extra-lusso riguarda invece wellness, fitness, recupero fisico e longevità.

Saune, palestre professionali, cold plunge, ice bath e altri ambienti dedicati al benessere vengono riuniti in vere spa domestiche. La snow room rappresenta una delle evoluzioni più scenografiche di questo fenomeno.

Il New York Times ha recentemente raccontato la diffusione di questi ambienti tra le fasce più ricche della popolazione, mentre altre testate internazionali hanno evidenziato come il fenomeno stia crescendo parallelamente alle temperature estreme e alla ricerca di sistemi sempre più sofisticati per controllare il microclima delle abitazioni.

Da Antilia al superyacht Serene: quando la neve diventa status symbol

Le stanze della neve non sono però una novità assoluta.

Uno degli esempi più conosciuti è Antilia, la gigantesca residenza di Mumbai associata al miliardario Mukesh Ambani e considerata una delle abitazioni private più lussuose al mondo.

Tra le sue numerose dotazioni viene indicata anche una snow room, particolarmente sorprendente considerando il clima caldo e umido di Mumbai.

Il concetto è arrivato anche a bordo dei superyacht.

Il Serene, uno dei più grandi yacht privati realizzati, dispone di un’area wellness nella quale è stata prevista anche una stanza della neve.

In questi casi la snow room va ben oltre la funzione di sistema per raffreddarsi: diventa una dimostrazione della possibilità di riprodurre un clima completamente diverso da quello esterno praticamente ovunque, persino in mare.

Snow room e terapia del contrasto

L’utilizzo più tradizionale delle stanze della neve resta quello legato alle spa.

In un percorso wellness, la snow room viene normalmente utilizzata dopo l’esposizione a temperature elevate, per esempio dopo una sauna.

La persona passa quindi da un ambiente molto caldo a una stanza caratterizzata da aria secca sottozero e neve, ottenendo un raffreddamento del corpo.

TechnoAlpin presenta la SNOWROOM proprio come soluzione per la terapia del contrasto e come alternativa ai tradizionali sistemi utilizzati per raffreddarsi dopo la sauna.

Questo contesto è importante perché permette di comprendere meglio la differenza tra una snow room e altri fenomeni diventati popolari negli ultimi anni, come bagno di ghiaccio e cold plunge.

L’esperienza del freddo non è infatti identica: immergersi direttamente in acqua fredda produce uno scambio termico molto diverso rispetto all’esposizione ad aria fredda e neve.

Le snow room fanno davvero bene alla salute?

Nel settore delle residenze extra-lusso e del wellness le snow room vengono talvolta presentate come ambienti capaci di “tonificare” il fisico e aiutare l’organismo.

Il produttore sottolinea inoltre il ruolo della neve nell’ambito del design biofilico e nei percorsi di contrasto caldo-freddo.

È però importante distinguere ciò che viene dichiarato nell’ambito wellness dalle evidenze scientifiche necessarie per attribuire specifici benefici medici o effetti sulla longevità.

L’esposizione al freddo viene praticata da secoli in numerose culture ed è oggetto di ricerca scientifica, ma le prove disponibili non consentono di concludere che una snow room possa rallentare l’invecchiamento, prolungare la vita o rafforzare in modo generalizzato il sistema immunitario.

Per questo le snow room non devono essere confuse con una terapia medica.

La crescente popolarità della “cura del freddo” tra miliardari e appassionati di longevità rientra piuttosto in un fenomeno più ampio: la disponibilità a spendere cifre molto elevate in tecnologie dedicate al wellness anche quando alcuni dei benefici attribuiti a tali pratiche rimangono oggetto di ricerca.

Snow room contro cold plunge e bagno di ghiaccio: qual è la differenza?

Snow room, cold plunge e bagno di ghiaccio sfruttano tutti l’esposizione al freddo, ma non funzionano nello stesso modo.

Nella snow room il corpo viene esposto principalmente ad aria molto fredda e può entrare in contatto con la neve.

Nel cold plunge, invece, il corpo viene immerso direttamente nell’acqua fredda.

Nel bagno di ghiaccio, infine, l’acqua può essere ulteriormente raffreddata attraverso l’aggiunta di ghiaccio.

Dal punto di vista fisiologico non sono quindi esperienze equivalenti. L’acqua sottrae calore al corpo molto più rapidamente dell’aria e, di conseguenza, non è corretto trasferire automaticamente alle snow room i risultati degli studi scientifici effettuati sull’immersione in acqua fredda.

Questa distinzione è particolarmente importante quando si parla di possibili benefici per la salute.

Non solo snow room: i super ricchi trasformano anche i seminterrati in rifugi freschi

Le stanze della neve rappresentano soltanto la manifestazione più spettacolare di quella che potrebbe essere definita una nuova forma di lusso climatico.

Un’altra strategia consiste nello sfruttare gli ambienti sotterranei, naturalmente più freschi rispetto ai piani fuori terra.

Seminterrati e piani interrati possono essere trasformati in cinema, palestre, lounge e cantine.

A Princeton, nel New Jersey, è stato per esempio realizzato un seminterrato di circa 2.000 piedi quadrati, equivalenti a circa 186 metri quadrati, comprendente home theater, palestra, lounge e una stanza dedicata al vino.

All’interno di quest’ultima la temperatura viene mantenuta intorno ai 50 °F, circa 10 °C, creando un ambiente particolarmente fresco rispetto alle temperature estive esterne.

Cantine e ambienti sotterranei possono così svolgere contemporaneamente la loro funzione tradizionale di conservazione di vino e alimenti e quella, sempre più ricercata, di rifugio dalle temperature elevate.

Le coolcation diventano permanenti

C’è infine una soluzione ancora più radicale: non rimanere dove fa caldo.

Il fenomeno delle coolcation sta portando sempre più viaggiatori a preferire durante l’estate località caratterizzate da temperature più miti rispetto alle classiche destinazioni balneari.

Tra i super ricchi questa strategia può però trasformarsi in qualcosa di permanente.

Invece di trascorrere una settimana al fresco, chi dispone di patrimoni sufficientemente elevati può acquistare seconde o terze case in differenti aree del mondo e spostarsi da una proprietà all’altra seguendo le stagioni.

Tra le località che stanno attirando l’interesse degli acquirenti facoltosi figurano Verbier e St. Moritz in Svizzera, Whistler in Canada e Queenstown in Nuova Zelanda.

La capacità economica permette così di trasformare il clima stesso in una variabile della propria vita: se una località diventa troppo calda, ci si trasferisce temporaneamente in un’altra proprietà.

Il nuovo lusso dei miliardari è controllare il clima

Le snow room raccontano quindi qualcosa di più grande di una semplice moda nel settore wellness.

A temperature esterne sempre più difficili da sopportare corrisponde, nel segmento più alto del mercato, la ricerca di sistemi capaci di costruire veri e propri microclimi privati.

Con temperature che possono arrivare intorno ai -10 °C, neve prodotta esclusivamente attraverso acqua e aria, sistemi automatici di innevamento, circa 200 litri d’acqua alla settimana, una potenza nell’ordine dei 5 kW e tecnologie per recuperare una parte considerevole dell’energia impiegata, la snow room è ormai un prodotto tecnologicamente maturo, non soltanto un esercizio di fantasia.

Resta però un prodotto estremamente esclusivo. Un modello domestico può partire da circa 128.000 dollari, senza considerare personalizzazioni e integrazione all’interno di una più ampia area wellness.

E soprattutto occorre distinguere i fatti dalle promesse: la tecnologia permette realmente di produrre neve e mantenere un ambiente sottozero dentro un’abitazione, ma questo non significa che tutti i benefici salutistici attribuiti all’esposizione al freddo siano automaticamente dimostrati.

La vera particolarità della snow room sta forse proprio qui: trasformare una condizione naturale come l’inverno in un servizio privato disponibile in qualsiasi stagione e praticamente in qualsiasi luogo.

Per chi può permetterselo, il nuovo lusso non consiste più soltanto nel possedere una casa più grande, una piscina o un cinema privato. Consiste nella possibilità di decidere persino che stagione avere dietro una porta.

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Rifugio Friedrich August: i famosi bomboloni del Col Rodella

Ci sono rifugi che diventano famosi per il panorama, altri per un’escursione particolarmente bella. E poi c’è il Rifugio Friedrich August, in Val di Fassa, che negli ultimi anni è diventato conosciutissimo anche per qualcosa di decisamente più goloso: i suoi enormi krapfen, o bomboloni.

Se hai visto sui social fotografie e video di lunghi tavoli ricoperti di bomboloni appena preparati e ti stai chiedendo dove si trovi quel posto, la risposta è proprio qui: al Col Rodella, nelle Dolomiti della Val di Fassa.

Il Rifugio Friedrich August si trova in una posizione spettacolare ai piedi del gruppo del Sassolungo, con vista sulle montagne circostanti e accesso al celebre Friedrich August Weg.

I bomboloni del Rifugio Friedrich August

Il motivo per cui tante persone inseriscono oggi questo rifugio tra le tappe di una vacanza in Val di Fassa sono proprio loro: i bomboloni del Rifugio Friedrich August.

Qui vengono chiamati soprattutto krapfen, come vuole la tradizione tirolese. Soffici, generosi e ricoperti di zucchero, vengono preparati al rifugio e, nelle giornate estive, è facile vederli esposti tutti insieme sui grandi vassoi: una scena ormai diventata quasi iconica.

Non è quindi sorprendente che qualcuno cerchi su Google semplicemente “Rifugio Friedrich August bomboloni”: per molti escursionisti il krapfen è diventato parte dell’esperienza tanto quanto il panorama.

Anche Dolomiti Superski cita espressamente i krapfen appena sfornati tra le specialità che caratterizzano il rifugio durante l’estate.

Il famoso bombolone del Col Rodella

Quando si parla del bombolone del Col Rodella, generalmente ci si riferisce proprio ai krapfen del Friedrich August.

E vale la pena chiarire un dettaglio geografico, perché può creare un po’ di confusione a chi visita la zona per la prima volta: il rifugio si trova in località Col Rodella – Passo Sella, nel territorio di Campitello di Fassa, in una zona di confine naturale tra Val di Fassa e Val Gardena.

La posizione è uno dei motivi per cui una sosta qui è così piacevole. Il rifugio è immerso in uno dei paesaggi più riconoscibili delle Dolomiti, con il Sassolungo vicinissimo e numerose possibilità per proseguire l’escursione.

Insomma, si può arrivare per il bombolone e rimanere per il panorama.

Krapfen in Val di Fassa: perché quelli del Friedrich August sono diventati famosi

Di dolci tipici sulle Dolomiti se ne trovano molti, ma questi krapfen in Val di Fassa sono diventati una piccola attrazione.

Il colpo d’occhio è sicuramente parte del successo: nelle giornate di maggiore produzione, vedere tanti krapfen disposti uno accanto all’altro sui tavoli del rifugio è difficile da dimenticare. Negli ultimi anni immagini e video hanno amplificato il fenomeno, trasformando la sosta al Friedrich August in una meta molto ricercata anche sui social. Una recente cronaca locale ha raccontato proprio l’enorme popolarità raggiunta dai krapfen del rifugio e le code che possono formarsi nei momenti di maggiore affluenza.

Il consiglio, quindi, è semplice: se il tuo obiettivo principale è assaggiarli, meglio non arrivare troppo tardi e verificare direttamente con il rifugio disponibilità e orari, soprattutto nei periodi di alta stagione.

Rifugio Friedrich August: come arrivare

Arriviamo alla domanda più importante: come arrivare al Rifugio Friedrich August?

In estate ci sono due soluzioni particolarmente semplici.

Da Campitello di Fassa con la funivia del Col Rodella

Una delle opzioni più comode è partire da Campitello di Fassa e prendere la funivia che sale al Col Rodella.

Una volta arrivati in quota, si prosegue a piedi lungo il sentiero in direzione Sasso Piatto. Il rifugio indica circa 10 minuti di cammino dal Col Rodella.

È la soluzione ideale se vuoi raggiungere rapidamente il Friedrich August e goderti una passeggiata panoramica senza affrontare un grande dislivello.

Dal Passo Sella a piedi

La seconda possibilità è raggiungere il Passo Sella e proseguire a piedi.

Dal passo si imbocca il percorso verso il Friedrich August: le indicazioni ufficiali riportano un tempo nell’ordine dei 20-30 minuti, a seconda del punto di partenza e del passo.

È probabilmente l’opzione più intuitiva per chi arriva in auto e vuole associare la visita al rifugio a una breve passeggiata sulle Dolomiti.

Il Rifugio Friedrich August può essere raggiunto in estate dal Col Rodella, salendo con la funivia da Campitello di Fassa, oppure con una passeggiata dal Passo Sella.

Principali punti di accesso:


La mappa ha finalità orientativa. Prima di partire verifica apertura degli impianti, condizioni dei sentieri e indicazioni locali.

E in inverno?

La situazione cambia in inverno.

Il rifugio si trova direttamente nel comprensorio sciistico e può essere raggiunto con gli sci. Il Friedrich August specifica inoltre che in inverno non è previsto l’accesso a piedi o con le ciaspole; per alcune esperienze serali viene organizzato un trasferimento con gatto delle nevi dal Passo Sella.

Per questo, se stai programmando una visita fuori dalla stagione estiva, è sempre consigliabile controllare direttamente le condizioni di accesso e l’apertura degli impianti prima di partire.

Vale la pena andare al Rifugio Friedrich August?

Se sei in Val di Fassa, direi di sì, soprattutto perché il rifugio può essere inserito facilmente in una giornata dedicata al Col Rodella e al Passo Sella.

I famosi bomboloni sono sicuramente una buona scusa per arrivare fin qui, ma sarebbe riduttivo considerare il Friedrich August soltanto “il rifugio dei krapfen”. La posizione ai piedi del Sassolungo e il panorama valgono da soli la visita.

E poi, dopo una passeggiata in quota, un krapfen ricoperto di zucchero ha indubbiamente tutto un altro sapore.

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FAQ

Dove si trovano i famosi bomboloni della Val di Fassa?
I bomboloni diventati famosi sui social sono i krapfen del Rifugio Friedrich August, in località Col Rodella, vicino al Passo Sella.

Come si arriva al Rifugio Friedrich August?
In estate puoi salire con la funivia da Campitello di Fassa al Col Rodella e proseguire a piedi per circa 10 minuti. In alternativa puoi partire dal Passo Sella e raggiungere il rifugio a piedi in circa 20-30 minuti.

Come si chiama il rifugio dei bomboloni in Val di Fassa?
È il Rifugio Friedrich August, conosciuto per i suoi grandi krapfen preparati in quota.

Il Rifugio Friedrich August è raggiungibile a piedi?
In estate sì. Dal Passo Sella è raggiungibile con una breve passeggiata; dal Col Rodella bastano circa 10 minuti. In inverno il rifugio indica invece che non è raggiungibile a piedi.