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Diletta Leotta, estate senza fine: bikini e relax in alta quota

Diletta Leotta saluta l’estate in grande stile e conquista ancora una volta i social. Dopo mesi particolarmente intensi, tra lavoro, viaggi e la nascita del suo secondo figlio, la conduttrice ha scelto la montagna per concedersi gli ultimi giorni di relax prima del ritorno davanti alle telecamere di Dazn.

“End of summer”, ha scritto a corredo del post pubblicato sui social, una raccolta di immagini tra paesaggi alpini, piscina, passeggiate nella natura, bikini e momenti insieme ai suoi inseparabili cani.

Quella del 2026 è stata un’estate particolarmente importante per Diletta Leotta. La conduttrice è volata anche in Messico in occasione dei Mondiali di calcio ed è diventata mamma per la seconda volta con la nascita del piccolo Leonardo. Dopo circa un mese di vacanze trascorse tra Sicilia e Ibiza, prima del definitivo rientro a Milano ha scelto di cambiare completamente scenario e cercare temperature più fresche in Valle d’Aosta.

Per la conduttrice 35enne, infatti, le ferie stanno ormai lasciando spazio alla nuova stagione 2026-2027 di Dazn, tra collegamenti dagli stadi e gli appuntamenti domenicali con Fuoriclasse.

Diletta Leotta in Valle d’Aosta: dove ha trascorso gli ultimi giorni d’estate

A fare da sfondo alle nuove foto di Diletta Leotta sono boschi, torrenti, prati verdissimi e panorami alpini. Per questa breve fuga dalla città la conduttrice ha scelto Champoluc, nel cuore della Val d’Ayas, in Valle d’Aosta, dove ha soggiornato all’Aethos Monterosa.

Si tratta di un boutique hotel a cinque stelle immerso nelle Alpi e pensato come una reinterpretazione contemporanea del tradizionale rifugio di montagna. La struttura punta molto anche sulla sostenibilità e sull’integrazione con il paesaggio, con ambienti realizzati utilizzando materiali come legno, pietra e metallo e ampie vetrate rivolte verso le montagne.

Un luogo perfetto per gli ultimi giorni di vacanza di Diletta, che sui social ha mostrato diversi momenti trascorsi all’aria aperta tra passeggiate, trekking e relax.

In uno degli scatti la conduttrice cammina tra i massi di un corso d’acqua con un miniabito nero a maniche lunghe, sneakers e occhiali da sole. Accanto a lei non manca uno dei suoi inseparabili amici a quattro zampe.

In un’altra foto Diletta si concede invece un momento di tranquillità seduta sulla riva del torrente, completamente circondata dal verde.

I look di Diletta Leotta in montagna, dall’abito rosso allo stile country

A catturare l’attenzione dei follower sono inevitabilmente anche gli outfit scelti durante il soggiorno.

Davanti a una baita in legno, Leotta sfoggia un abito rosso corto e aderente, mentre in un altro momento cambia completamente registro e punta su uno stile country-chic con camicia rosa annodata in vita e shorts di jeans.

Il risultato è un album che alterna immagini glamour e momenti decisamente più spontanei, in linea con l’atmosfera rilassata della vacanza.

Diletta Leotta in bikini: le foto a bordo piscina conquistano i fan

Immancabili anche gli scatti in costume. Diletta Leotta posa sorridente su una panchina immersa nel verde con un bikini nero e shorts coordinati, mentre alle sue spalle si apre il panorama delle montagne sotto un cielo limpido.

In un’altra immagine la conduttrice si lascia fotografare accanto a un albero con Lillo e Brando tra le braccia, regalando ai follower uno dei momenti più teneri dell’album.

Il relax continua poi in piscina. L’Aethos Monterosa dispone infatti di una grande area wellness che comprende sauna finlandese, bagno turco, vasche idromassaggio, piscina coperta e piscina esterna panoramica.

Per chi cerca una vacanza più attiva, la struttura mette inoltre a disposizione una parete per l’arrampicata indoor e una parete di ghiaccio all’esterno.

Diletta, però, sembra aver alternato attività nella natura a momenti di assoluto riposo, concedendosi anche i piaceri della tavola. Tra le immagini condivise sui social compare infatti una tavolata ricca di pasta, pane e diverse portate, a conferma di una vacanza vissuta senza troppe rinunce.

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Quanto costa il resort scelto da Diletta Leotta

L’Aethos Monterosa dispone di 53 camere e suite, distribuite su più livelli e caratterizzate da grandi finestre e terrazze con vista sul paesaggio alpino.

Le tariffe cambiano sensibilmente in base alla sistemazione e al periodo scelto. Secondo i prezzi indicati per la struttura, una camera doppia Deluxe può partire da circa 377 euro, mentre per le soluzioni più esclusive si possono superare i 2.000 euro a notte.

Tra queste c’è l’Alpine Suite, una sistemazione di circa 131 metri quadrati dotata anche di sauna privata e grandi vetrate affacciate sulle montagne.

Il resort accoglie inoltre gli animali domestici: per chi viaggia con il proprio cane è previsto un supplemento, indicato in circa 50 euro. Un dettaglio particolarmente adatto a Diletta, che ha portato con sé i suoi amici a quattro zampe anche durante questa vacanza.

L’offerta gastronomica spazia invece dal ristorante Summit a proposte di ispirazione fusion giapponese, oltre a bar e aree lounge per rilassarsi dopo una giornata trascorsa all’aperto.

Diletta Leotta e Loris Karius, il primo red carpet insieme

Solo pochi giorni prima della vacanza in montagna, Diletta Leotta aveva attirato l’attenzione anche ad Amburgo, dove aveva partecipato agli Sport Bild Awards 2026 insieme al marito Loris Karius.

Per la coppia, sposata dal 2024 e genitori di Aria e Leonardo, si è trattato del primo red carpet ufficiale insieme.

Per l’occasione Diletta aveva scelto un look elegante e originale composto da camicia bianca, papillon portato sciolto e lunga gonna nera con spacco e strascico. Karius aveva invece puntato su un più classico completo scuro abbinato a una camicia bianca.

Durante la serata la conduttrice aveva anche espresso pubblicamente il proprio sostegno al marito in vista della nuova stagione calcistica.

Ora, dopo un’estate trascorsa tra Mondiali, maternità, Sicilia, Ibiza e gli ultimi giorni di relax sulle Alpi, per Diletta Leotta è arrivato il momento di tornare agli impegni professionali.

Prima del rientro a Milano, però, la conduttrice ha voluto concedersi un’ultima parentesi lontano dal caldo cittadino. E il suo album di fine estate, tra bikini, montagna, spa e natura, non è passato inosservato ai follower.

Chamonix, la grotta della Mer de Glace potrebbe non essere più visitabile entro cinque anni

A Chamonix la cavità viene scavata nuovamente nel ghiacciaio ogni stagione dal 1946. Il glaciologo Luc Moreau avverte: nell’area della grotta sono stati persi 8,5 metri di spessore da maggio e potrebbe formarsi un lago entro cinque anni. Un’altra stima parla di appena 40 metri di ghiaccio rimasti sotto l’attrazione.

Per raggiungerla oggi bisogna prendere il caratteristico trenino rosso che sale da Chamonix al Montenvers, proseguire con la cabinovia e scendere ancora lungo una scala di circa 170 gradini.

Alla fine del percorso si entra letteralmente nel ghiacciaio.

Pareti azzurre, corridoi scavati nel ghiaccio e sculture che cambiano di anno in anno: la grotta della Mer de Glace è una delle attrazioni storiche più conosciute del massiccio del Monte Bianco.

Ma il problema, adesso, non è quanto sarà grande la grotta della prossima estate.

È capire per quante estati sarà ancora possibile scavarla.

Le misurazioni effettuate nel 2026 indicano infatti una perdita di ghiaccio particolarmente rapida proprio nella zona utilizzata per l’attrazione. E alcune valutazioni scientifiche collocano il futuro dell’attuale grotta in un orizzonte di appena pochi anni.

Non è una grotta naturale: viene ricostruita continuamente

Per capire cosa rischia di scomparire bisogna prima chiarire un aspetto importante.

La grotta della Mer de Glace non è una cavità naturale rimasta identica per ottant’anni.

È un’opera artificiale scavata direttamente nel ghiacciaio.

Il sito ufficiale del Montenvers la definisce un’opera “effimera”: ogni anno gli addetti, tradizionalmente chiamati grottus, devono intervenire nuovamente perché il ghiaccio si muove e la cavità precedente si deforma. La famiglia Claret porta avanti questa attività da tre generazioni.

Quindi il rischio non è che una singola caverna si sciolga e scompaia.

Il problema è molto più radicale: potrebbe non esserci più abbastanza ghiaccio, nella posizione adatta, per continuare a ricrearla come è stato fatto fino a oggi.

Moreau: 8,5 metri di ghiaccio persi soltanto da maggio

Uno dei dati più recenti arriva dal glaciologo Luc Moreau, che segue da tempo l’evoluzione della Mer de Glace.

Secondo le misurazioni riportate in un reportage pubblicato a fine agosto, nella zona terminale del ghiacciaio dove viene realizzata l’attrazione sono stati persi 8,5 metri di spessore dalla primavera del 2026.

Nello stesso punto la perdita accumulata dal 2022 sarebbe arrivata a circa 60 metri.

Sono numeri che acquistano ancora più significato quando vengono trasformati in tempo.

Secondo Moreau, continuando l’evoluzione osservata, entro circa cinque anni nell’area potrebbe formarsi un lago glaciale. Uno scenario che renderebbe incompatibile l’attuale sfruttamento turistico della grotta.

Non si tratta di una data ufficiale di chiusura fissata al 2031.

È una previsione glaciologica, legata a un ambiente che continua a modificarsi e la cui evoluzione dipenderà dalle condizioni dei prossimi anni.

Un’altra stima: sotto la grotta restano circa 40 metri di ghiaccio

La previsione non è isolata.

Un approfondimento pubblicato il 22 agosto dal quotidiano locale Le Dauphiné Libéré riporta una stima di circa 40 metri di ghiaccio ancora presenti sotto la zona della grotta.

Secondo gli specialisti citati dal giornale, questa quantità potrebbe permettere di continuare l’attività per quattro-sei anni, a condizione di poter spostare progressivamente gli scavi più a monte.

Le due valutazioni utilizzano criteri differenti, ma conducono a un ordine di grandezza simile.

Non decenni.

Pochi anni.

Una storia iniziata nel 1946

La prima grotta turistica moderna della Mer de Glace venne realizzata nel 1946 da Georges Claret, dopo aver ottenuto una concessione comunale.

Il dettaglio curioso è che già allora il livello del ghiacciaio diminuiva di anno in anno e l’attrazione nacque anche per rinnovare l’interesse turistico verso il Montenvers.

Da quel momento la grotta è diventata parte della storia turistica di Chamonix.

Sono cambiate le forme, le decorazioni e soprattutto la posizione dell’ingresso, ma il principio è rimasto lo stesso: entrare dentro la massa glaciale e osservare il ghiaccio dall’interno.

Nel 2026 quell’attività compie quindi ottant’anni.

Ed è proprio nell’anno dell’anniversario che il suo futuro appare più incerto.

Il ghiacciaio si muove: per questo la grotta va scavata ancora

La necessità di ricostruire continuamente la cavità non dipende soltanto dalla fusione.

Un ghiacciaio è una massa in movimento.

Il sito del Montenvers indica che nella sua parte centrale la Mer de Glace può avanzare di circa 70 metri in un anno, deformando di conseguenza le gallerie scavate al suo interno.

Per questo la grotta visitata un’estate non è esattamente quella dell’estate successiva.

Il ghiaccio si sposta, le pareti cambiano e gli addetti devono intervenire nuovamente.

Finché esiste uno spessore sufficiente, il sistema può essere adattato.

Il problema nasce quando l’assottigliamento diventa più rapido della capacità di inseguire il ghiacciaio verso monte.

Le infrastrutture hanno già dovuto inseguire la Mer de Glace

Chi visitava il Montenvers decenni fa trovava il ghiacciaio molto più vicino alla stazione ferroviaria.

Oggi bisogna scendere parecchio più in basso.

Proprio per questo negli ultimi anni è stata realizzata una nuova cabinovia che dalla zona del Montenvers porta i visitatori verso la Mer de Glace e verso l’accesso alla grotta. Il percorso termina comunque con circa 170 gradini, secondo le informazioni ufficiali.

È un cambiamento che rende visibile anche ai turisti ciò che i glaciologi misurano con gli strumenti.

Il punto di accesso al ghiaccio deve essere continuamente adattato perché la superficie glaciale si trova sempre più in basso.

Il paradosso: nuovi impianti per raggiungere un ghiacciaio che arretra

La nuova infrastruttura permette oggi di avvicinarsi alla Mer de Glace in modo molto più agevole rispetto alle vecchie scale.

Ma racconta anche un paradosso.

Più il ghiacciaio si abbassa, più gli impianti devono essere modificati per raggiungerlo.

La cabinovia non può arrestare la fusione. Può soltanto accompagnare, almeno per un certo periodo, lo spostamento del punto in cui i visitatori incontrano il ghiaccio.

L’operatore turistico stesso presenta oggi il panorama del Montenvers come una testimonianza visibile degli effetti del cambiamento climatico.

La Mer de Glace non sta per scomparire tutta tra cinque anni

Questo è un punto essenziale.

Dire che “la Mer de Glace scomparirà tra cinque anni” sarebbe falso.

La previsione riguarda l’attuale area della grotta turistica, non l’intero ghiacciaio.

La Mer de Glace è una struttura glaciale molto più vasta, lunga diversi chilometri. Anche se continua a perdere massa e ad arretrare, la sua evoluzione complessiva avviene su tempi e scale differenti.

Il problema più immediato riguarda la lingua bassa e sottile nella quale oggi viene scavata la cavità.

È lì che i pochi decenni di storia recente possono trasformarsi, secondo le stime, in appena pochi anni di attività residua.

Se comparisse un lago cambierebbe tutto

Il possibile sviluppo di un lago proglaciale è uno degli elementi più delicati.

Quando una lingua glaciale arretra, può lasciare dietro di sé una depressione. Se questa viene occupata dall’acqua di fusione e le condizioni del terreno lo permettono, può nascere un lago davanti al nuovo fronte del ghiacciaio.

È lo scenario indicato da Moreau per il settore della grotta nei prossimi anni.

A quel punto il problema non sarebbe semplicemente scavare cento metri più indietro.

Cambierebbero la morfologia dell’area, l’accessibilità e il rapporto tra infrastrutture turistiche e fronte glaciale.

Per questo il futuro della grotta dipenderà anche da dove sarà possibile raggiungere fisicamente il ghiaccio.

Nel 2026 la visita resta ancora prevista

Per ora, però, non siamo davanti alla chiusura definitiva dell’attrazione.

Il calendario ufficiale 2026 del Montenvers continua a prevedere l’accesso alla cabinovia e alla grotta durante la stagione, con orari che possono essere modificati in funzione delle condizioni meteorologiche e operative.

Chi programma una visita deve quindi verificare lo stato del sito il giorno della partenza, anche perché durante l’anno sono previste normali interruzioni stagionali e tecniche che non hanno nulla a che vedere con una cessazione definitiva dell’attività.

Ottant’anni di storia e un conto alla rovescia che nessuno può fissare con precisione

Nel 1946 il problema era attirare nuovamente i visitatori verso la Mer de Glace.

Nel 2026 il problema è capire per quanto tempo sarà ancora possibile portarli dentro quel ghiaccio.

La differenza racconta da sola quanto sia cambiata la montagna.

La grotta viene ancora scavata.

I visitatori continuano a percorrerla.

La cabinovia continua a scendere verso il ghiacciaio.

Ma sotto l’attrazione, secondo le stime riportate quest’estate, restano circa 40 metri di ghiaccio, mentre Moreau ha misurato una perdita di 8,5 metri soltanto dalla primavera.

Nessuno può indicare oggi il giorno in cui sarà scavata l’ultima galleria.

Ma per un’attrazione che esiste da ottant’anni, il fatto che ormai il suo futuro venga calcolato in quattro, cinque o sei anni è già un cambiamento enorme.

Londra, ritrovato nello scantinato dell’Alpine Club un archivio fotografico dell’alpinismo di oltre un secolo fa

Una raccolta di negativi storici dell’Alpine Club torna alla luce dopo decenni. Nelle fotografie compaiono ghiacciai, guide alpine, Cervino e Monte Bianco agli inizi del Novecento. Dal 7 settembre le immagini saranno esposte al pubblico.

Un uomo è fermo sul bordo di una crepaccia.

Davanti a lui c’è un vuoto largo diversi metri. Dall’altra parte, il ghiaccio.

La fotografia successiva sembra quasi congelare un istante impossibile: l’alpinista attraversa la spaccatura con un salto, mentre intorno si estende il paesaggio glaciale del massiccio del Monte Bianco.

Non è una fotografia moderna.

Lo scatto risale all’agosto del 1911.

Più di un secolo dopo, questa immagine e numerose altre fotografie delle prime grandi stagioni dell’alpinismo europeo stanno tornando alla luce grazie a un lavoro di recupero negli archivi dell’Alpine Club di Londra, una delle istituzioni storiche più importanti della montagna.

Dal 7 settembre al 30 ottobre 2026 una selezione sarà esposta nella mostra Long Exposure: Men & Mountains From The Dawn of Alpinism.

La fotografia del salto sul ghiacciaio

Tra le immagini più sorprendenti della raccolta c’è proprio quella realizzata dall’alpinista e fotografo George Finch.

Lo scatto documenta Guy Finch durante una discesa dal Mont Maudit, nel gruppo del Monte Bianco.

La crepaccia che l’alpinista sta superando sarebbe stata larga circa 15 piedi, vale a dire oltre quattro metri.

Oggi un’immagine simile potrebbe essere realizzata con una macchina digitale, un telefono o una videocamera sportiva.

Nel 1911 significava invece portare in alta montagna un’attrezzatura fotografica pesante e poco maneggevole, insieme a corde, piccozze e materiali che avevano ben poco in comune con quelli utilizzati dagli alpinisti contemporanei.

È questo uno degli elementi che rende il materiale particolarmente interessante: non si osservano soltanto le montagne di allora, ma anche il modo in cui venivano affrontate.

Corde di canapa, piccozze e abiti pesanti

Nelle fotografie gli alpinisti appaiono spesso con pantaloni pesanti, giacche, cappelli e grandi zaini.

Le corde sono lontane anni luce dai moderni materiali sintetici.

Le piccozze sono lunghe e semplici.

Eppure le scene raccontano uomini impegnati su creste, ghiacciai e pareti che ancora oggi richiedono esperienza e attenzione.

La distanza temporale scompare improvvisamente.

Guardando alcune immagini è difficile pensare che siano state scattate oltre cento anni fa.

Ed è proprio questo contrasto tra tecniche antiche e gesti sorprendentemente moderni ad aver convinto l’Alpine Club a riportare quelle fotografie davanti al pubblico.

Nelle immagini anche Cervino e Mer de Glace

La raccolta non documenta soltanto imprese alpinistiche.

Molti scatti hanno come protagonista il paesaggio.

Tra le fotografie attribuite a Sydney Spencer compaiono il Cervino visto dal Riffelsee e la Mer de Glace, il grande ghiacciaio sopra Chamonix.

Oggi queste immagini hanno acquisito un valore che gli autori difficilmente potevano prevedere.

Permettono infatti di confrontare direttamente l’aspetto delle montagne e soprattutto dei ghiacciai di allora con quello attuale.

Il Cervino conserva naturalmente la propria sagoma inconfondibile.

La Mer de Glace, invece, appare in condizioni molto diverse rispetto alla lingua glaciale odierna.

Una fotografia nata per documentare un viaggio o una salita diventa così, più di un secolo dopo, anche un documento ambientale.

Un secolo di cambiamenti visibili nella stessa fotografia

Questa è probabilmente una delle letture più interessanti del materiale.

Quando gli alpinisti dell’epoca fotografavano una distesa di ghiaccio non stavano pensando al confronto con il XXI secolo.

Stavano semplicemente documentando la montagna davanti ai loro occhi.

Oggi, invece, la posizione del ghiaccio nelle vecchie immagini permette di osservare con immediatezza quanto alcuni ambienti alpini siano cambiati.

Non servono grafici o serie statistiche.

Basta mettere una fotografia storica accanto a una moderna.

Dove un tempo il ghiacciaio occupava gran parte della valle, oggi possono comparire rocce, morene e versanti precedentemente nascosti dal ghiaccio.

I volti delle prime guide alpine

Tra il materiale recuperato ci sono anche immagini di uomini che hanno contribuito alla nascita dell’alpinismo moderno.

Compaiono alcune delle prime generazioni di guide professioniste delle Alpi, tra cui figure svizzere come Ulrich Lauener e Ulrich Almer.

Nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, la storia dell’alpinismo europeo nasceva spesso dall’incontro tra viaggiatori britannici e guide provenienti dalle vallate alpine.

I primi portavano interesse scientifico, disponibilità economica e desiderio di esplorazione.

Le seconde conoscevano montagne, ghiacciai e condizioni locali.

Le fotografie permettono oggi di dare un volto ad alcuni di quegli uomini che nelle normali cronache delle grandi ascensioni rischiano spesso di rimanere soltanto un nome.

Frank Smythe e le montagne oltre le Alpi

Una parte dell’archivio porta anche il nome di Frank Smythe, uno degli alpinisti britannici più importanti della prima metà del Novecento.

La sua attività andò ben oltre le Alpi.

Partecipò a spedizioni himalayane e lasciò numerose fotografie delle montagne attraversate durante la propria carriera.

Tra il materiale recuperato ci sono immagini che documentano sia le Alpi svizzere sia esperienze in alta quota molto più lontane.

Questo amplia ulteriormente il valore della raccolta.

Non siamo davanti soltanto a un album dedicato a una singola montagna o spedizione, ma a una parte della memoria visiva dell’alpinismo britannico tra due secoli.

Come sono riapparse le fotografie

Soltanto a questo punto entra in scena il ritrovamento.

Le fotografie non erano esposte in una sala prestigiosa o custodite in un museo accessibile al pubblico.

I negativi sono stati individuati nei depositi della sede londinese dell’Alpine Club durante un lavoro sugli archivi.

Tra il materiale conservato nel tempo c’erano lastre in vetro e negativi in celluloide, insieme a numerosi oggetti legati alla storia delle spedizioni e dell’alpinismo.

Il recupero ha permesso di identificare progressivamente fotografi, località e protagonisti degli scatti.

Alcune immagini erano già note agli specialisti.

Altre, invece, hanno potuto essere osservate nuovamente soltanto grazie al lavoro di digitalizzazione.

Negativi fragili dopo decenni di conservazione

Un archivio fotografico di questo tipo presenta anche un problema molto concreto.

I supporti possono deteriorarsi.

Le lastre in vetro sono fragili, mentre alcuni tipi di pellicola e celluloide possono subire alterazioni chimiche con il passare degli anni.

Per questo non è stato sufficiente aprire le scatole e stampare le fotografie.

È stato necessario intervenire sui negativi, digitalizzarli e recuperare il maggior numero possibile di dettagli.

Per il progetto l’Alpine Club ha collaborato anche con specialisti della stampa fotografica.

Una selezione delle immagini è stata riprodotta con il procedimento al platino-palladio, una tecnica particolarmente apprezzata per la stabilità e per l’ampia gamma di tonalità che riesce a restituire.

Dal 7 settembre la mostra a Londra

Il risultato sarà visibile nella sede dell’Alpine Club, a Charlotte Road, nel quartiere londinese di Shoreditch.

La mostra Long Exposure: Men & Mountains From The Dawn of Alpinism aprirà il 7 settembre 2026 e proseguirà fino al 30 ottobre.

L’esposizione riunisce una selezione delle fotografie recuperate e ricostruisce attraverso le immagini un periodo in cui molte delle grandi montagne alpine stavano diventando il terreno di un’attività nuova: l’alpinismo sportivo e di esplorazione.

Dal mese di ottobre è previsto inoltre un approfondimento sulle singole raccolte fotografiche e sugli autori.

L’Alpine Club conserva quasi 170 anni di storia

Il luogo in cui le immagini sono state ritrovate non è casuale.

L’Alpine Club fu fondato a Londra nel 1857 ed è considerato il più antico club alpinistico del mondo.

Nel corso della sua storia ha raccolto libri, diari di spedizione, fotografie, dipinti, mappe, attrezzature e documenti legati alle montagne di tutto il pianeta.

Molti dei grandi protagonisti dell’alpinismo britannico sono passati dalle sue stanze.

Il ritrovamento dei negativi dimostra però che, anche all’interno di archivi studiati per decenni, possono esistere ancora materiali capaci di raccontare una storia nuova.

Le montagne sono le stesse, il paesaggio no

La cosa forse più affascinante è osservare cosa sia rimasto uguale.

Le sagome delle grandi montagne sono immediatamente riconoscibili.

Il Cervino domina ancora il panorama con lo stesso profilo.

Le guglie del massiccio del Monte Bianco sembrano quasi identiche.

Ma sotto quelle cime qualcosa è cambiato.

I ghiacciai occupano superfici differenti.

Le morene sono diventate più evidenti.

Zone che nelle fotografie storiche erano sommerse dal ghiaccio oggi possono essere completamente scoperte.

Per questo la raccolta non parla soltanto di uomini che scalavano montagne con corde di canapa e piccozze di legno.

Parla anche di come quelle montagne apparivano agli occhi di chi le attraversava cento anni fa.

Una fotografia nata per ricordare una salita diventa un documento storico

È questo il destino curioso di molte fotografie.

Al momento dello scatto sembrano raccontare soltanto il presente.

Poi passano cinquanta, cento o centocinquanta anni.

E quello che sembrava uno sfondo diventa improvvisamente importante quanto il soggetto.

Il ghiacciaio dietro l’alpinista.

La quantità di neve.

La posizione di una crepaccia.

La forma di una morena.

Nel 1911 George Finch voleva probabilmente documentare un momento spettacolare durante una giornata in montagna.

Nel 2026 quella stessa fotografia permette di osservare un uomo, una tecnica alpinistica e un ghiacciaio appartenenti a un altro tempo.

Più di un secolo separa lo scatto dal pubblico che ora tornerà a guardarlo.

La montagna è ancora lì.

La fotografia, quasi per miracolo, anche.

Svizzera, rischio frana sul Säntis: fino a 15mila metri cubi di roccia potrebbero crollare

La zona instabile è stata individuata quasi per caso da un pilota della Rega durante un volo di soccorso. I geologi hanno confermato il pericolo e le autorità hanno chiuso alcune aree della Schwägalp. I principali sentieri restano però aperti.

Un pilota nota qualcosa di anomalo sulla parete durante un volo in elicottero.

Scatta alcune fotografie.

Poi arrivano i geologi.

E quello che inizialmente sembrava soltanto un dettaglio nella roccia si trasforma in un allarme concreto: sulla parete nord del Säntis, in Svizzera, una massa stimata tra 10.000 e 15.000 metri cubi di roccia è considerata instabile e potrebbe crollare.

Le autorità del Canton Appenzello Esterno hanno quindi disposto una serie di chiusure preventive nell’area della Schwägalp, uno dei principali punti di accesso alla montagna.

La zona instabile scoperta durante un volo di soccorso

La scoperta non è avvenuta durante un normale monitoraggio geologico.

A individuare il settore sospetto è stato infatti un pilota della Rega, la Guardia aerea svizzera di soccorso, impegnato in un volo nel massiccio del Säntis.

Durante il sorvolo il pilota ha osservato una zona apparentemente instabile in una parete ripida sotto il Girenspitz.

La segnalazione ha spinto le autorità dei due cantoni appenzellesi a incaricare uno studio geologico di verificare la situazione. I tecnici hanno analizzato fotografie scattate durante successivi voli di ricognizione, effettuato controlli sul posto e svolto ulteriori accertamenti.

La conclusione è stata netta: la massa rocciosa presenta un rischio di distacco.

Potrebbero cadere fino a 15mila metri cubi di roccia

Secondo la stima ufficiale, il volume del settore instabile è compreso tra 10.000 e 15.000 metri cubi.

Si tratta di una quantità importante, anche se gli esperti precisano che, dal punto di vista geologico, non sarebbe paragonabile ai grandi crolli alpini da milioni di metri cubi.

Il responsabile cantonale per i pericoli naturali ha spiegato a SWR che un eventuale distacco di 15.000 metri cubi verrebbe considerato un evento relativamente contenuto rispetto alle grandi frane svizzere. Questo non significa però che sia innocuo: anche blocchi e frammenti provenienti da una frana di queste dimensioni possono mettere in pericolo persone e infrastrutture nelle zone sottostanti.

Chiusa immediatamente una cava

Tra le aree che potrebbero essere raggiunte dal materiale si trova in particolare una cava di ghiaia sopra Siebenhütten.

L’attività è stata sospesa immediatamente e l’accesso alla cava è stato chiuso.

Nel potenziale settore di caduta rientra anche una strada rurale situata più lontano dalla parete.

Il rischio in quel punto viene considerato inferiore, ma le autorità hanno comunque deciso di vietare il passaggio ai pedoni fino a nuovo ordine.

Auto e biciclette possono invece continuare a transitare perché il tempo trascorso nella zona esposta è molto più breve.

I normali sentieri restano aperti

Per escursionisti e turisti c’è però un dettaglio importante.

Il sentiero ufficiale tra Schwägalp e Siebenhütten non si trova nella zona considerata pericolosa e rimane quindi percorribile senza restrizioni.

Anche l’hotel-ristorante della Schwägalp e il grande parcheggio utilizzato come punto di partenza per numerose escursioni non ricadono nell’area di pericolo.

Le autorità chiedono comunque agli escursionisti di rispettare rigorosamente le transenne e di non abbandonare i percorsi ufficiali.

Il rischio è stato scoperto quasi due settimane fa

Secondo quanto riferito dalla radiotelevisione svizzera SRF il 4 settembre, il settore instabile era stato notato dal pilota circa due settimane prima che l’allarme diventasse pubblico.

Dopo aver osservato la parete, il pilota aveva scattato fotografie e le aveva trasmesse agli specialisti.

Da lì sono partiti gli approfondimenti che hanno portato alle chiusure preventive annunciate il 3 settembre.

È proprio questo uno degli aspetti più particolari della vicenda: il possibile crollo non è stato segnalato da sensori o strumenti di monitoraggio automatico, ma dall’occhio di un pilota durante un normale intervento in montagna.

I geologi torneranno sulla parete

La situazione non è considerata chiusa.

Nelle prossime settimane sono previsti ulteriori accertamenti per capire meglio quanto sia realmente instabile la massa rocciosa e come possa evolvere.

Il terreno è molto difficile da raggiungere, circostanza che rende più complesso il lavoro dei tecnici.

Sulla base dei nuovi controlli si potrà decidere se installare sistemi di monitoraggio o ampliare eventualmente le zone interdette. Secondo SWR, una messa in sicurezza tecnica diretta della parete appare invece poco probabile.

Quando avverrà il crollo?

Al momento non c’è una data.

Ed è proprio questo il punto.

Gli esperti possono identificare una massa rocciosa instabile, stimarne il volume e calcolare le possibili traiettorie del materiale, ma non è necessariamente possibile prevedere il momento preciso in cui il distacco avverrà.

Per questo l’intervento delle autorità è stato preventivo.

Le zone che potrebbero essere colpite sono state chiuse prima che si verificasse un eventuale crollo.

Il Säntis è una delle montagne simbolo della Svizzera orientale

Con i suoi oltre 2.500 metri di quota, il Säntis domina una vasta area della Svizzera orientale ed è visibile anche da regioni molto lontane.

La Schwägalp, alla base della montagna, è uno dei principali punti di accesso per escursionisti e visitatori.

La funivia del Säntis è attualmente fuori servizio per lavori di rinnovo, ma l’area continua a essere frequentata da chi raggiunge la montagna a piedi o visita la Schwägalp.

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Un allarme arrivato prima della frana

Questa volta, almeno per ora, non c’è stata una grande nube di polvere e non ci sono immagini di una parete che crolla.

C’è invece qualcosa di più insolito.

La montagna ha mostrato i segnali prima del distacco.

Un pilota li ha notati.

I geologi li hanno verificati.

Le autorità hanno chiuso le zone potenzialmente interessate.

Adesso resta da capire se quella massa di roccia resterà al suo posto oppure se, nelle prossime settimane o mesi, la parete del Säntis cambierà davvero forma.

Alla data del 5 settembre 2026, non risultano comunicati ufficiali che segnalino l’avvenuto crollo: le misure precauzionali restano quindi legate al rischio di un possibile distacco futuro.

Sulle Alpi lo sci estivo è arrivato a zero: per settimane nessun comprensorio aperto sui ghiacciai

Lo Stelvio ha riaperto il 4 settembre, mettendo fine a una pausa durata venti giorni. Ad agosto erano ferme anche Zermatt, Saas-Fee e Hintertux, ma per motivi diversi: in Svizzera hanno pesato caldo e condizioni dei ghiacciai, mentre in Austria la sospensione estiva era già prevista dal calendario.

Il 4 settembre alle 6.30 gli impianti del Passo dello Stelvio hanno ricominciato a trasportare gli sciatori verso il ghiacciaio.

Una normale mattina di sci in quota, almeno all’apparenza.

In realtà quella riapertura ha chiuso una parentesi decisamente insolita per le Alpi: per venti giorni consecutivi non era rimasto aperto al pubblico alcun comprensorio alpino per lo sci estivo servito da impianti di risalita.

Lo Stelvio era stato l’ultimo a fermarsi, il 15 agosto, ed è stato il primo a ripartire. Il sito turistico ufficiale di Bormio conferma la riapertura delle piste e degli impianti dal 4 settembre, con sciovie operative prevalentemente nelle ore del mattino.

La particolarità dell’estate 2026, tuttavia, va raccontata con una precisazione importante: non tutte le località hanno interrotto lo sci per lo stesso motivo.

Lo Stelvio è rimasto solo, poi si è fermato anche lui

All’inizio di agosto il numero delle aree alpine ancora disponibili per lo sci estivo si era già ridotto drasticamente.

Dopo le sospensioni in Svizzera, per alcuni giorni il Passo dello Stelvio era rimasto l’unico comprensorio alpino ancora aperto al pubblico.

Dal 15 agosto anche l’area italiana ha però interrotto l’attività.

A quel punto il conto è arrivato a zero.

Una ricostruzione delle aperture estive mostra che dal 15 agosto fino alla riapertura dello Stelvio del 4 settembre non risultava disponibile nessuna area alpina con impianti operativi per lo sci estivo al pubblico.

Parliamo quindi di circa tre settimane, non della scomparsa definitiva dello sci sui ghiacciai.

Ma è comunque una fotografia significativa di quanto questa attività sia diventata più difficile da mantenere durante i mesi più caldi.

Zermatt si è fermata il 31 luglio

Uno dei primi segnali era arrivato dal ghiacciaio del Theodul, sopra Zermatt.

Il 31 luglio Zermatt Bergbahnen ha annunciato la sospensione temporanea dello sci estivo per gli ospiti.

In questo caso le ragioni sono indicate direttamente dalla società degli impianti: temperature persistentemente elevate, mancato raffreddamento durante la notte, ripetuti temporali e cambiamenti nelle condizioni della neve e del ghiacciaio.

Secondo l’operatore, non era più possibile garantire al pubblico un’attività sciistica con gli standard richiesti di sicurezza e qualità. Alcune piste di allenamento sono rimaste disponibili in forma limitata per squadre di Swiss-Ski.

È un dettaglio importante, perché permette di distinguere una sospensione determinata dalle condizioni del ghiacciaio da una normale pausa prevista nel calendario stagionale.

Saas-Fee ha resistito altri nove giorni

Poco più di una settimana dopo è toccato a Saas-Fee.

La località svizzera ha comunicato che il 9 agosto sarebbe stato l’ultimo giorno di sci estivo prima di una sospensione a tempo indeterminato.

Anche qui il motivo è stato indicato chiaramente dall’operatore: temperature elevate persistenti e conseguenti cambiamenti delle condizioni della neve e del ghiacciaio.

Nonostante il lavoro di preparazione delle piste, Saastal Bergbahnen ha spiegato di non poter più garantire la qualità e la sicurezza necessarie per piste e infrastrutture glaciali.

Dal 10 agosto, quindi, in Svizzera non era più disponibile al pubblico alcuna area per lo sci estivo.

A quel punto restava soltanto lo Stelvio.

Il caso Hintertux è diverso

Ed è qui che va fatta la principale correzione rispetto a molte ricostruzioni troppo semplicistiche dell’estate 2026.

Anche sul ghiacciaio di Hintertux, in Austria, a settembre non si scia.

Ma non è corretto mettere automaticamente questa sospensione sullo stesso piano di Zermatt e Saas-Fee.

Gli impianti del ghiacciaio continuano infatti a funzionare durante l’estate per l’attività turistica, mentre il sito ufficiale indica che la ripresa dello sci è prevista verso la fine di settembre 2026.

In altre parole, a Hintertux la pausa dello sci rientra nel programma stagionale 2026.

Non si può quindi scrivere che tutte le principali aree glaciali alpine abbiano chiuso contemporaneamente “per il caldo”.

Il risultato finale è stato lo stesso — nessuna pista estiva aperta al pubblico per alcuni giorni — ma le cause non sono state identiche.

Cosa è successo realmente nell’agosto 2026

La sequenza può essere riassunta così:

31 luglio: Zermatt sospende lo sci estivo per il pubblico a causa delle condizioni meteorologiche e glaciali.

9 agosto: ultimo giorno di apertura a Saas-Fee prima della sospensione provocata dalle alte temperature e dal deterioramento delle condizioni di neve e ghiaccio.

Estate 2026: Hintertux attraversa la pausa stagionale dello sci prevista prima della ripresa autunnale.

15 agosto: anche il Passo dello Stelvio sospende l’attività, lasciando le Alpi senza comprensori aperti al pubblico per lo sci estivo.

4 settembre: lo Stelvio riapre piste e impianti.

È questo, più che l’idea di una chiusura simultanea per un’unica causa, il dato interessante dell’estate appena trascorsa.

Perché è sempre più difficile sciare sui ghiacciai d’estate

Lo sci estivo dipende da condizioni molto più delicate di quanto possa sembrare osservando semplicemente la presenza di ghiaccio.

Non basta che il ghiacciaio esista.

Per preparare le piste servono una superficie sufficientemente stabile, condizioni compatibili con il funzionamento degli impianti e, soprattutto, temperature che consentano almeno un certo rigelo durante la notte.

È proprio il mancato raffreddamento notturno uno dei problemi esplicitamente citati da Zermatt nella decisione del 31 luglio.

Se la superficie rimane troppo calda per molte ore consecutive, la manutenzione delle piste e delle infrastrutture diventa più complessa.

A Saas-Fee l’operatore ha parlato analogamente di condizioni che non consentivano più di garantire sicurezza e qualità sufficienti nonostante il lavoro di preparazione.

Non significa che i ghiacciai siano scomparsi

L’immagine di “Alpi senza sci” rischia però di essere interpretata male.

Ad agosto i ghiacciai non erano ovviamente scomparsi e le montagne non erano completamente prive di neve.

Il dato riguarda esclusivamente lo sci estivo organizzato e servito dagli impianti di risalita.

Alcuni impianti continuavano inoltre a essere utilizzati da escursionisti e turisti anche quando le piste erano chiuse.

Hintertux, per esempio, mantiene aperto il ghiacciaio ai visitatori durante l’anno pur prevedendo la ripresa dello sci soltanto con condizioni autunnali più favorevoli.

Lo Stelvio riapre, ma lo sci si concentra al mattino

Il ritorno dello sci è arrivato venerdì 4 settembre.

Il programma ufficiale dello Stelvio prevede le funivie Passo Stelvio-Trincerone e Trincerone-Livrio dalle 6.30 alle 16, mentre alcune sciovie del ghiacciaio lavorano soltanto nelle ore mattutine.

Pajer e Cristallo, per esempio, risultano indicate dalle 6.30 alle 12.

L’orario racconta bene la logica dello sci estivo contemporaneo: sfruttare soprattutto le prime ore della giornata, quando le condizioni sulla neve sono generalmente migliori.

Con la riapertura italiana si è quindi conclusa la fase senza sci estivo organizzato sulle Alpi.

Perché questo episodio resta significativo

Lo sci sui ghiacciai ha avuto per decenni un ruolo particolare nella cultura alpina.

Non riguardava soltanto i turisti.

Le aree estive erano utilizzate da squadre nazionali, sci club e atleti agonisti per allenarsi nei mesi in cui alle quote più basse non esisteva possibilità di trovare neve.

A Saas-Fee, per esempio, l’attività estiva è esplicitamente legata anche all’allenamento delle squadre internazionali.

Più si restringe la finestra utile sui ghiacciai, più anche questa organizzazione deve adattarsi.

Per questo ciò che è accaduto nell’agosto 2026 va oltre la semplice domanda: “Dove si poteva sciare?”.

Mostra quanto sia diventato sottile il margine che separa una pista estiva utilizzabile da un ghiacciaio sul quale, pur essendoci ancora neve e ghiaccio, non è possibile garantire l’apertura al pubblico.

Una parentesi di venti giorni che fino a pochi anni fa avrebbe sorpreso

Lo Stelvio è di nuovo aperto.

Hintertux prevede di tornare allo sci con l’avvicinarsi dell’autunno.

Le stagioni invernali ripartiranno normalmente quando arriveranno neve e temperature adeguate.

Quello dell’agosto 2026 non è quindi un annuncio della “fine dello sci sulle Alpi”.

Ma resta un episodio difficile da ignorare.

Per venti giorni, tra il 15 agosto e il 4 settembre, chi cercava una pista da sci estivo servita da impianti sull’intero arco alpino non ne trovava una aperta al pubblico.

E forse il dato più interessante non è nemmeno lo zero.

È il fatto che per arrivarci siano bastate poche settimane.

Cervino, dispersa la skyrunner Kalie McCrystal: preparava la salita e discesa in meno di cinque ore

Kalie McCrystal, la canadese dispersa sul Cervino, in una foto tratta dal suo profilo Instagram

La 38enne canadese non dà notizie dal 1° settembre. l’ultima traccia documentata è una fotografia scattata sopra la Capanna Carrel, a quasi 4.000 metri. Soccorritori e Guardia di Finanza stanno ricostruendo i suoi ultimi spostamenti attraverso testimonianze e dati telefonici.

Sono ormai diversi giorni che non si hanno notizie di Kalie McCrystal, skyrunner canadese di 38 anni dispersa sul Cervino dal 1° settembre.

L’atleta si trovava da settimane a Breuil-Cervinia per preparare uno dei principali obiettivi della sua stagione: salire e scendere dal Cervino lungo la Cresta del Leone in meno di cinque ore.

L’ultima traccia documentata della donna è una fotografia scattata il 1° settembre poco sopra la Capanna Jean-Antoine Carrel, a 3.830 metri di quota. McCrystal indossava pantaloncini, una giacca tecnica leggera, scarpe da trail e portava con sé un piccolo zaino.

Da quel momento non è stato trovato alcun segno dell’atleta.

L’allarme dato da un’amica dopo due giorni senza notizie

A far scattare le ricerche è stata un’amica che, non riuscendo più a mettersi in contatto con McCrystal da circa 48 ore, ha avvertito i soccorritori.

Sono intervenuti il Soccorso Alpino Valdostano, il Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Cervinia e i Vigili del Fuoco.

Il 3 settembre la via normale italiana al Cervino è stata controllata più volte anche dall’alto. Due elicotteri hanno effettuato diverse rotazioni lungo la montagna, senza però individuare la skyrunner.

La foto sopra la Capanna Carrel è l’ultima traccia documentata

Uno degli elementi principali a disposizione dei soccorritori resta la fotografia scattata sopra la Capanna Carrel.

La donna si trovava quindi già oltre quota 3.800 metri.

Secondo quanto riferito dai soccorritori, McCrystal indossava anche una giacca chiara, elemento che potrebbe rendere più difficile individuarla dall’elicottero tra rocce, neve e ghiaccio.

La ricostruzione esatta dei suoi movimenti è ancora oggetto delle verifiche.

RaiNews Valle d’Aosta riferisce che il Soccorso Alpino sta raccogliendo le testimonianze delle persone che si trovavano sul Cervino il 1° settembre, comprese guide e alpinisti transitati nell’area della Capanna Carrel.

Analizzati anche i dati del telefono

Una parte importante delle operazioni si sta svolgendo lontano dalla montagna.

La Guardia di Finanza sta infatti cercando di ricostruire gli ultimi spostamenti di McCrystal attraverso i dati telefonici.

I primi tentativi di individuare il cellulare attraverso le celle italiane non hanno dato risultati utili. Le verifiche hanno coinvolto anche la parte svizzera della montagna.

Secondo RaiNews, una delle difficoltà riguarda l’utilizzo da parte dell’atleta di una eSIM, circostanza che ha richiesto ulteriori accertamenti e contatti anche con il Canada.

I soccorritori hanno inoltre utilizzato un sistema Recco, effettuando un sorvolo specifico per tentare di individuare il riflettore presente nello zaino della donna. Anche questa ricerca non ha dato esito.

Le ricerche dall’elicottero sospese, continua la ricostruzione

Dopo i numerosi sorvoli senza risultato, le operazioni sistematiche dall’elicottero sono state sospese in attesa di ottenere elementi in grado di restringere l’area di ricerca.

Questo non significa però che il lavoro dei soccorritori sia terminato.

La raccolta delle testimonianze e l’analisi dei dati proseguono con l’obiettivo di ricostruire con maggiore precisione dove McCrystal sia passata dopo l’ultimo avvistamento. RaiNews riferisce che sono state contattate le persone transitate dalla Capanna Carrel il giorno della scomparsa proprio per mettere insieme una sequenza più precisa degli eventi.

Al 5 settembre, nelle fonti consultate, la 38enne risulta ancora dispersa. Una testata canadese riferisce che familiari e amici continuano a sperare mentre prosegue il lavoro per ricostruirne il percorso.

Il progetto: Cervino in meno di cinque ore

McCrystal non si trovava sul Cervino per una normale escursione.

Da settimane stava preparando un tentativo di Fastest Known Time, vale a dire il miglior tempo conosciuto su uno specifico itinerario.

Il suo obiettivo era percorrere la via italiana lungo la Cresta del Leone, raggiungere i 4.478 metri della vetta e tornare a valle in meno di cinque ore.

Già il 7 agosto aveva raccontato sui propri canali social di essere a Cervinia per preparare quello che definiva il principale obiettivo della stagione. Attendeva condizioni favorevoli sulla montagna e il necessario adattamento alla quota.

Poche settimane prima aveva completato il Cervino dal versante svizzero

La canadese conosceva già molto bene la montagna.

Il 14 agosto aveva effettuato in solitaria una salita e discesa sul versante svizzero lungo la Hörnli Ridge, con partenza e ritorno a Zermatt.

Secondo il database Fastest Known Time, citato da RaiNews, aveva concluso l’intero percorso in 6 ore, 47 minuti e 33 secondi.

Il tentativo lungo la Cresta del Leone avrebbe rappresentato quindi un nuovo passo nel suo progetto sul Cervino.

Dieci giorni prima era arrivata quarta al Trofeo Kima

McCrystal è un’atleta con esperienza internazionale nelle competizioni di montagna.

Soltanto pochi giorni prima della scomparsa aveva partecipato al Trofeo Kima, in Val Masino, una delle competizioni di skyrunning più tecniche del calendario.

ANSA riferisce che aveva concluso la gara al quarto posto, dopo 52 chilometri e circa 8.400 metri di dislivello complessivo.

Nel corso della stagione aveva inoltre ottenuto altri risultati di rilievo nelle competizioni internazionali e aveva vinto in Argentina la 4 Refugios Non-Stop, gara di circa 40 chilometri.

Il Cervino e una ricerca particolarmente complessa

Cercare una persona sul Cervino presenta difficoltà molto diverse rispetto a una normale operazione su un sentiero.

La montagna raggiunge 4.478 metri, presenta pareti estremamente ripide, creste, canaloni e settori dove una persona può risultare difficile da individuare anche durante ripetuti passaggi in elicottero.

In questo caso si aggiunge l’incertezza sul percorso seguito dalla skyrunner dopo l’ultimo avvistamento.

Per questo i soccorritori stanno cercando di restringere il più possibile l’area attraverso fotografie, testimonianze, dati telefonici e informazioni provenienti da entrambi i versanti della montagna.

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L’ultima immagine a quasi 4.000 metri

Per ora tutto ruota attorno a quella fotografia del 1° settembre.

Kalie McCrystal è poco sopra la Capanna Carrel, sulla montagna che aveva percorso e studiato per settimane.

Ha addosso l’equipaggiamento leggero tipico di chi si muove velocemente in quota.

Poi le tracce si interrompono.

Gli elicotteri hanno controllato la via italiana, il sistema Recco non ha fornito risultati e il telefono non ha permesso finora di localizzarla.

Adesso l’obiettivo è ricostruire, passaggio dopo passaggio, che cosa sia accaduto dopo quell’ultima immagine sul Cervino.

Dolomiti al tramonto, il 14 settembre una ferrata serale sul Vallon con cena in rifugio

Immagine di esempio

L’appuntamento è a Corvara e fa parte del programma autunnale “Munts dl Altonn”. La via ferrata è classificata medio-difficile e si svolge con guide alpine. Dopo il percorso, cena al Rifugio Kostner e rientro sotto le stelle.

Una via ferrata nel pomeriggio, la luce del tramonto sulle Dolomiti e, a fine escursione, una cena in rifugio.

È il programma previsto per lunedì 14 settembre 2026 in Alta Badia, dove è stata organizzata una salita guidata lungo la via ferrata del Vallon, sopra Corvara. L’esperienza si svolgerà dalle 16 alle 21 circa ed è inserita nel calendario autunnale “Munts dl Altonn”, in programma dal 13 settembre al 4 ottobre.

Partenza alle 16 da Corvara

Il ritrovo è fissato alle 16 nel parcheggio dell’ovovia Boé, a Corvara.

Da qui il gruppo salirà verso il Vallon per affrontare la ferrata accompagnato da guide alpine. Il percorso è indicato dall’organizzazione come medio-difficile e richiede quindi una buona abitudine alla montagna e assenza di vertigini.

L’itinerario misura complessivamente circa 5 chilometri, con un dislivello positivo e negativo di circa 320 metri e un tempo di cammino stimato in circa due ore e mezza.

La salita fino al tramonto

La particolarità dell’escursione è soprattutto l’orario.

La partenza nel pomeriggio permette di raggiungere l’alta quota quando la luce comincia ad abbassarsi e le pareti dolomitiche assumono tonalità più calde.

È il momento in cui, in presenza delle giuste condizioni atmosferiche, sulle Dolomiti può manifestarsi il fenomeno dell’Enrosadira, con le rocce che al tramonto possono tingersi di rosa, rosso e arancio.

L’effetto non è naturalmente garantito: dipende da nuvole, visibilità e condizioni della luce. Ma è proprio la scelta dell’orario serale a rendere l’iniziativa diversa dalle normali uscite in ferrata.

Dopo la ferrata, cena al Rifugio Kostner

Conclusa la parte più impegnativa dell’itinerario, il programma prevede una cena al Rifugio Franz Kostner al Vallon.

La cena è compresa nell’esperienza, mentre le corse con ovovia e seggiovia restano escluse.

Dopo il pasto è previsto un ultimo tratto a piedi di circa 40 minuti fino alla stazione a valle del Vallon.

A quel punto il rientro a Corvara avverrà in taxi, incluso nell’organizzazione. L’arrivo è previsto indicativamente intorno alle 20.30-21.

Imbrago e casco sono forniti

Per partecipare non è necessario avere già tutta l’attrezzatura tecnica.

L’organizzazione mette infatti a disposizione imbrago e casco.

È invece richiesto ai partecipanti di presentarsi con calzature da trekking adeguate e abbigliamento adatto alle condizioni della montagna.

Tra il materiale consigliato figurano anche giacca antivento e antipioggia, strato caldo, guanti, berretto, acqua, snack energetici e una lampada frontale con batterie di ricambio.

Un dettaglio importante soprattutto a settembre, quando dopo il tramonto la temperatura in quota può diminuire rapidamente.

Non è una passeggiata per tutti

L’evento viene promosso come esperienza guidata, ma non va confuso con una semplice escursione panoramica.

La ferrata del Vallon è classificata medio-difficile e presenta tratti esposti e attrezzati.

L’organizzazione specifica che l’attività è pensata per chi non soffre di vertigini. Animali domestici e passeggini non sono ammessi.

La presenza delle guide alpine riduce i rischi legati alla gestione dell’itinerario, ma resta necessario avere una condizione fisica compatibile con il percorso.

Prenotazione obbligatoria e posti limitati

Per partecipare è richiesta la prenotazione entro il giorno precedente, online oppure attraverso gli uffici turistici dell’Alta Badia.

I posti disponibili sono limitati.

L’evento rientra nel programma “Munts dl Altonn”, tre settimane dedicate all’autunno in montagna con attività organizzate a quote differenti, dalle passeggiate nei boschi alle escursioni in alta quota, fino a esperienze gastronomiche nei rifugi.

L’Alta Badia punta sull’autunno

La ferrata del Vallon è soltanto uno degli appuntamenti pensati per prolungare la stagione della montagna oltre il pieno dell’estate.

Tra settembre e inizio ottobre il calendario comprende anche escursioni dedicate alla geologia, camminate nei parchi naturali, percorsi legati alle erbe alpine, esperienze gastronomiche e una ferrata sulla Tridentina.

L’idea è intercettare un periodo dell’anno in cui le Dolomiti cambiano ritmo: meno affollamento, giornate più fresche e prime trasformazioni autunnali del paesaggio.

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Una ferrata che finisce quando normalmente si torna a valle

È probabilmente questo l’aspetto più curioso dell’appuntamento.

La maggior parte delle escursioni in alta montagna viene programmata al mattino, con il rientro prima del pomeriggio inoltrato.

Qui accade quasi il contrario.

Si parte alle 16, si affronta la ferrata mentre il sole scende, si cena in rifugio e si percorre l’ultimo tratto con la lampada frontale e il cielo ormai buio.

Una scelta che trasforma un percorso già conosciuto delle Dolomiti in un’esperienza molto diversa dal solito.

Scheda dell’evento

Data: 14 settembre 2026
Luogo: Corvara, Alta Badia
Ritrovo: ore 16, parcheggio ovovia Boé
Percorso: via ferrata del Vallon
Difficoltà: medio-difficile
Distanza: circa 5 km
Dislivello: circa 320 metri
Durata cammino: circa 2,5 ore
Cena: Rifugio Franz Kostner
Rientro: circa 20.30-21
Prenotazione: obbligatoria, posti limitati.

Monviso, grande frana sulla parete nord-est: mille metri di caduta e nube di polvere – VIDEO

Il distacco è avvenuto la sera del 1° settembre poco sopra il Torrione Saint Robert. Nessun ferito. Arpa Piemonte segnala ancora piccole scariche di pietre e invita alla prudenza.

Un forte boato, poi una nube di polvere che ha avvolto per alcuni minuti la parete nord-est del Monviso. È quanto accaduto la sera del 1° settembre, quando una grande massa di roccia si è staccata dalla montagna precipitando lungo il versante per circa mille metri di dislivello.

Il crollo si è verificato poco sopra il Torrione Saint Robert, sul versante che guarda verso l’area del Rifugio Quintino Sella. Le immagini registrate dalle webcam della zona hanno mostrato la rapida discesa del materiale e la formazione di una vasta nube di polvere, visibile anche a distanza.

Secondo i rilievi effettuati da Arpa Piemonte, alla base del canalone si sono depositate alcune migliaia di metri cubi di detriti, composti soprattutto da frammenti di dimensioni medio-piccole e da alcuni blocchi più grandi.

Nessuna persona coinvolta

Nelle prime ore successive al distacco si era temuto che alcuni escursionisti potessero essere rimasti coinvolti.

L’attenzione si era concentrata in particolare su un escursionista straniero che non aveva ancora raggiunto il Rifugio Quintino Sella. Le verifiche del Soccorso Alpino hanno però escluso il coinvolgimento di persone.

Il corpo principale della frana non ha investito direttamente il sentiero, anche se la polvere e parte del materiale più fine hanno raggiunto l’area del percorso.

Per precauzione, il Comune di Crissolo aveva disposto temporaneamente la chiusura del tratto del sentiero CNAV13 tra il Lago Chiaretto e il Colle di Viso.

Dopo i sopralluoghi e le verifiche tecniche, il percorso è stato successivamente riaperto.

Arpa: «Persistono piccole scariche di pietre»

Il sopralluogo di Arpa Piemonte, effettuato nei giorni successivi, ha confermato che l’area interessata dal crollo continua a mostrare segnali di instabilità.

Durante le osservazioni sono state infatti registrate piccole scariche di pietre, considerate compatibili con una fase di assestamento successiva a un distacco di grandi dimensioni.

Il fenomeno potrebbe proseguire ancora per un certo periodo.

Per questo motivo resta alta l’attenzione soprattutto sui percorsi alpinistici che attraversano i settori più esposti della montagna.

Le Guide Alpine del Monviso hanno invitato gli escursionisti a prestare particolare attenzione nella zona della Cresta Est, dove sono possibili ulteriori cadute di pietre.

Un crollo simile era già avvenuto nel 2023

Quello del 1° settembre non è il primo episodio di questo tipo sul Monviso.

Arpa Piemonte ha ricordato che nello stesso settore della parete nord-est si era già verificato un crollo importante il 9 agosto 2023, con caratteristiche simili per dinamica e volume.

La parete è naturalmente molto fratturata e soggetta a fenomeni gravitativi.

Negli ultimi anni, però, tecnici e ricercatori stanno osservando con crescente attenzione il possibile ruolo delle alte temperature e della degradazione del permafrost nelle zone di alta montagna.

Il riscaldamento può infatti modificare la stabilità delle fratture presenti nella roccia, favorendo in determinate condizioni il distacco di blocchi.

Gli esperti precisano però che un singolo evento non può essere attribuito automaticamente a una sola causa.

Gli studiosi erano sul versante poche ore prima

La coincidenza è significativa.

La mattina del 1° settembre, poche ore prima del crollo, tecnici di Arpa Piemonte e partecipanti alla Carovana dei Ghiacciai di Legambiente si trovavano proprio nell’area del versante nord-est del Monviso.

Durante il sopralluogo erano stati analizzati gli effetti del cambiamento climatico sulla montagna, compresa la crescente fragilità di alcune pareti rocciose.

La sera dello stesso giorno è avvenuto il distacco.

Il ghiacciaio del Monviso continua a ridursi

L’episodio riporta l’attenzione anche sulle trasformazioni in corso sul versante nord-est della montagna.

In quella zona si trova ciò che resta del Coolidge, un tempo classificato come ghiacciaio e successivamente declassato a glacionevato.

Oggi la zona presenta soprattutto placche di ghiaccio isolate tra rocce e detriti.

Il Monviso, con i suoi 3.841 metri, resta uno dei simboli delle Alpi occidentali. Ma anche qui gli effetti delle trasformazioni climatiche e geomorfologiche sono sempre più visibili.

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Sentieri aperti, ma resta la prudenza

Alla data del 4 settembre, il tratto del sentiero che era stato chiuso dopo la frana è stato riaperto.

Le autorità ricordano però che in alta montagna le condizioni possono cambiare rapidamente e che, dopo un evento di questo tipo, possono verificarsi ulteriori distacchi minori.

Prima di partire è quindi consigliabile verificare gli aggiornamenti del Comune di Crissolo, del Parco del Monviso e delle Guide Alpine.

Il crollo del 1° settembre non ha provocato feriti, ma ha mostrato ancora una volta quanto anche una montagna apparentemente immobile possa cambiare in pochi secondi.

 

Uno zaino riemerge da un ghiacciaio dopo 63 anni: il proprietario lo aveva abbandonato per salvarsi

Per 63 anni è rimasto nascosto dentro un ghiacciaio.

Poi, nell’estate del 2026, il ghiaccio lo ha restituito.

Un vecchio zaino da alpinista, accompagnato da attrezzatura che sembrava arrivare direttamente dagli anni Cinquanta o Sessanta, è riemerso dal Sulztalferner, nelle Alpi dello Stubai, in Tirolo.

Dentro e accanto allo zaino c’erano ancora una macchina fotografica, una piccozza da alpinismo e un fischietto.

Ma il particolare più sorprendente non è ciò che è stato ritrovato.

È il motivo per cui quello zaino era finito nel ghiaccio.

Il suo proprietario, oggi 86enne, lo aveva deliberatamente abbandonato nel 1963 dopo essere precipitato in un crepaccio. Liberarsi del peso dello zaino era stato parte del disperato tentativo di tornare in superficie.

Più di sei decenni dopo, quegli oggetti sono riapparsi e hanno permesso di ricostruire l’intera storia.

Lo zaino compare dal ghiaccio a 2.955 metri

Il ritrovamento risale al 16 luglio 2026.

Un alpinista che si trovava sul Sulztalferner ha notato la vecchia attrezzatura emersa dal ghiaccio a circa 2.955 metri di altitudine.

L’aspetto degli oggetti faceva immediatamente pensare a qualcosa rimasto sulla montagna per moltissimo tempo.

Lo zaino era fortemente deteriorato. Con esso furono recuperati una piccozza, una vecchia macchina fotografica, un fischietto e una cartella portadocumenti ormai segnata dagli anni trascorsi nel ghiaccio.

Il materiale venne quindi consegnato alla polizia alpina di Neustift im Stubaital.

A quel punto iniziò una piccola indagine.

Gli agenti non potevano sapere se gli oggetti fossero semplicemente stati persi oppure se fossero collegati a un vecchio incidente in montagna mai chiarito.

Un nome quasi cancellato dal tempo cambia tutto

La svolta arrivò osservando attentamente ciò che era rimasto dei documenti.

All’interno di una cartella fortemente deteriorata era ancora visibile un nome, anche se ormai quasi illeggibile.

Fu sufficiente.

Attraverso successive ricerche, la polizia riuscì a risalire a un uomo che oggi ha 86 anni e vive in Baviera.

E quando gli agenti lo contattarono, l’uomo riconobbe l’attrezzatura.

Non soltanto ricordava quello zaino.

Ricordava perfettamente il giorno in cui lo aveva visto scomparire dentro il ghiacciaio.

Era il 4 agosto 1963

Bisogna tornare indietro fino al 4 agosto 1963.

L’uomo, allora giovane alpinista, stava attraversando il Sulztalferner insieme ad alcuni amici durante un’escursione in alta montagna.

Il gruppo procedeva legato in cordata.

A un certo punto, durante l’attraversamento del ghiacciaio, il giovane precipitò in un crepaccio.

Fu proprio la corda a impedirgli di cadere ancora più in profondità.

I compagni riuscirono a trattenerlo, ma il problema a quel punto era farlo uscire.

Secondo la ricostruzione della polizia austriaca, l’alpinista riuscì infine a risalire utilizzando delle asole Prusik, un sistema che permette di risalire lungo una corda mediante nodi autobloccanti.

Ma prima dovette prendere una decisione.

Per uscire dal crepaccio gettò lo zaino nel vuoto

Lo zaino e l’attrezzatura rappresentavano peso aggiuntivo.

Per rendere più facile la risalita, l’alpinista decise quindi di liberarsene.

Lo tolse e lo lasciò precipitare più in basso nel crepaccio.

In quel momento recuperare una macchina fotografica, una piccozza o il resto dell’attrezzatura era ovviamente l’ultimo dei problemi.

L’importante era uscire vivo dal ghiacciaio.

L’operazione riuscì.

Il giovane venne riportato in superficie e quella giornata dell’estate del 1963 rimase una brutta avventura da raccontare.

Lo zaino, invece, rimase laggiù.

E probabilmente nessuno immaginava che sarebbe stato visto di nuovo.

Il ghiacciaio lo ha custodito per 63 anni

Anno dopo anno, l’attrezzatura è rimasta intrappolata nel ghiaccio.

1963, 1973, 1983, 1993, 2003, 2013.

Generazioni di escursionisti sono passate sulle montagne mentre quello zaino continuava il proprio lentissimo viaggio all’interno del ghiacciaio.

Poi, nel luglio 2026, è tornato alla luce.

Il ritiro dei ghiacciai alpini e la fusione estiva stanno facendo emergere sempre più frequentemente oggetti e resti rimasti intrappolati nel ghiaccio per decenni o persino secoli. Nel caso del Sulztalferner, anche fonti austriache e italiane hanno collegato il ritrovamento alle condizioni del ghiacciaio e alla perdita di ghiaccio.

Ed è così che un incidente che sembrava appartenere definitivamente al passato è improvvisamente tornato nel presente.

Dentro c’era ancora la macchina fotografica

Tra gli oggetti recuperati c’era anche una vecchia macchina fotografica.

È forse uno dei dettagli più affascinanti dell’intera storia.

Quell’apparecchio aveva accompagnato un gruppo di alpinisti sulle Alpi nel 1963, quando la montagna si affrontava con materiali e attrezzature molto differenti da quelli odierni.

Poi era precipitato in un crepaccio ed era rimasto nel ghiaccio per più di sei decenni.

Insieme alla macchina fotografica furono recuperati la piccozza e il fischietto dell’alpinista.

Oggetti che oggi sembrano quasi una piccola capsula del tempo dell’alpinismo del dopoguerra.

63 anni dopo, lo zaino torna alla famiglia

Restava soltanto da restituire gli oggetti al proprietario.

L’86enne, però, non poteva recarsi personalmente in Tirolo per motivi di salute.

Così, il 25 agosto 2026, un agente della polizia alpina ha consegnato lo zaino e l’attrezzatura al figlio dell’uomo.

Ed è proprio il figlio ad aver dato alla vicenda il significato forse più forte.

Ha ringraziato l’alpinista che aveva trovato lo zaino e gli agenti che erano riusciti a ricostruirne la provenienza.

Poi ha fatto notare qualcosa di molto semplice.

Se suo padre non fosse riuscito a uscire da quel crepaccio nel 1963, la famiglia che oggi stava ricevendo quegli oggetti probabilmente non sarebbe mai esistita.

Improvvisamente quello zaino non era più soltanto una curiosità trovata in un ghiacciaio.

Era ciò che restava di un momento in cui la storia di una famiglia avrebbe potuto prendere una direzione completamente diversa.

Perché i ghiacciai restituiscono oggetti dopo decenni?

Un ghiacciaio non è una massa di ghiaccio immobile.

La neve che si accumula negli anni viene compressa e trasformata in ghiaccio, mentre l’intera massa glaciale si muove lentamente verso valle sotto l’effetto della gravità.

Anche gli oggetti che finiscono all’interno possono quindi essere trasportati.

Per decenni possono rimanere invisibili, sepolti sotto metri di ghiaccio, per poi riapparire quando raggiungono determinate zone del ghiacciaio o quando la superficie si abbassa a causa della fusione.

Il rapido ritiro dei ghiacciai europei sta inoltre aumentando le possibilità che materiale precedentemente sepolto torni alla luce. Negli anni sulle Alpi sono riemersi oggetti storici, resti umani e testimonianze molto più antiche.

Il caso del Sulztalferner è particolare soprattutto perché, questa volta, è stato possibile trovare il proprietario ancora in vita.

Un ghiacciaio può conservare il passato, ma non per sempre

La storia ha quindi due facce.

Da una parte c’è la straordinaria capacità del ghiaccio di conservare oggetti per periodi lunghissimi.

Dall’altra c’è il motivo per cui molti di questi oggetti stanno tornando visibili.

I ghiacciai alpini stanno perdendo massa e arretrando, trasformando rapidamente ambienti che per decenni erano rimasti coperti dal ghiaccio.

In questo caso il risultato è una storia a lieto fine.

Ma ogni oggetto che riemerge è anche una fotografia involontaria di quanto sia cambiata la montagna nel corso di una vita umana.

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Quello zaino fu perso. Il suo proprietario, fortunatamente, no

Quando nel 1963 il giovane alpinista lasciò cadere lo zaino dentro il crepaccio, probabilmente pensò che fosse perduto per sempre.

E aveva ottimi motivi per non preoccuparsene.

Era appena precipitato dentro un ghiacciaio.

I suoi compagni lo tenevano sospeso con la corda.

L’unica priorità era tornare in superficie.

Lo zaino poteva restare laggiù.

Sessantatré anni dopo, il ghiacciaio ha cambiato idea.

Ha restituito la piccozza, il fischietto, la macchina fotografica e ciò che rimaneva del vecchio equipaggiamento.

E grazie a un nome quasi cancellato, la polizia è riuscita a riportare quegli oggetti alla stessa famiglia che esiste anche perché, in quel giorno dell’agosto 1963, il loro proprietario riuscì a uscire vivo dal crepaccio.

Coprono un ghiacciaio con lana di pecora: l’esperimento sulle Alpi che sorprende i ricercatori

A prima vista potrebbe sembrare una scena difficile da spiegare: un ghiacciaio delle Alpi ricoperto con grandi strati di lana di pecora.

E invece è un vero esperimento scientifico.

Succede in Svizzera, sul ghiacciaio di Tsanfleuron, nell’area di Glacier 3000 sopra Les Diablerets, dove durante l’estate del 2026 un gruppo di ricercatori ha provato a capire se un materiale antichissimo e completamente naturale possa svolgere almeno in parte il lavoro dei teli sintetici utilizzati da anni in alcune località alpine.

Il progetto si chiama “Keep It Wool” ed è stato sviluppato dalla Summit Foundation insieme all’Università di Losanna.

L’obiettivo non è ricoprire interi ghiacciai con la lana.

La domanda è molto più concreta: quando è necessario proteggere localmente neve e ghiaccio, si può utilizzare un materiale naturale e biodegradabile al posto delle coperture sintetiche?

I primi risultati suggeriscono che l’idea potrebbe essere meno strana di quanto sembri.

Due grandi “coperte” di lana sopra il ghiacciaio

L’esperimento è iniziato il 22 giugno 2026.

Sul ghiacciaio sono state posate due coperture di lana, ciascuna delle dimensioni di 10 metri per 10, realizzate con spessori differenti.

Accanto è stato sistemato anche un telo geotessile convenzionale delle stesse dimensioni, in modo da poter confrontare direttamente il comportamento dei materiali.

Durante l’estate i ricercatori hanno effettuato misurazioni ogni due settimane, controllando la quantità di neve e ghiaccio rimasta sotto le diverse coperture.

Lo scopo era verificare due aspetti: la capacità isolante della lana e la sua resistenza alle difficili condizioni dell’alta montagna.

Ed è proprio su questi punti che sono arrivate le prime sorprese.

I primi risultati: la lana si è comportata quasi come i teli tradizionali

Dopo l’estate, le osservazioni preliminari hanno indicato che le due coperture di lana hanno fornito una protezione comparabile a quella del geotessile convenzionale.

Reuters riferisce che le misurazioni effettuate durante la stagione hanno mostrato una capacità della lana di limitare localmente la fusione simile a quella delle coperture sintetiche.

Anche la resistenza del materiale avrebbe superato le aspettative iniziali.

I responsabili del progetto invitano però alla cautela: i dati raccolti devono ancora essere analizzati completamente e siamo quindi di fronte a risultati preliminari, non alla dimostrazione definitiva di una nuova tecnologia capace di risolvere il problema dello scioglimento dei ghiacciai.

Ma perché i ghiacciai vengono coperti?

L’immagine di un ghiacciaio coperto da enormi teli può sembrare sorprendente, ma sulle Alpi questa pratica non è nuova.

Da circa vent’anni, in alcune aree molto limitate, durante l’estate vengono stesi geotessili chiari sopra neve e ghiaccio.

Il principio è relativamente semplice.

Le coperture riflettono una parte della radiazione solare e riducono lo scambio di calore con l’ambiente esterno, permettendo così di conservare localmente una quantità maggiore di neve.

Questo sistema viene utilizzato soprattutto in aree specifiche, per esempio vicino a infrastrutture sciistiche o nei punti in cui si vuole conservare neve durante la stagione calda.

Non significa quindi “coprire un ghiacciaio” nella sua interezza.

In Svizzera, secondo i dati riportati dal progetto Keep It Wool, soltanto circa lo 0,02% della superficie glaciale è attualmente interessata da questo tipo di protezione.

Il problema dei teli tradizionali è la plastica

Ed è qui che entra in gioco la lana.

I geotessili utilizzati normalmente possono essere realizzati con materiali sintetici come poliestere o polipropilene.

Esposti per mesi a vento, precipitazioni, radiazione solare e usura, questi materiali possono progressivamente perdere fibre.

La Summit Foundation sottolinea quindi il rischio che microplastiche provenienti dalle coperture finiscano nella neve, nel ghiaccio e successivamente nelle acque di montagna.

La lana avrebbe caratteristiche completamente differenti.

È naturale, rinnovabile, biodegradabile e possiede già per sua natura buone proprietà isolanti.

Da qui l’idea apparentemente bizzarra:

perché non provare a usarla sulla neve?

E c’è un’altra sorpresa: molta lana svizzera viene scartata

Il progetto potrebbe risolvere almeno in parte anche un secondo problema.

Secondo i promotori dell’esperimento, una quota molto consistente della lana prodotta in Svizzera oggi ha scarso valore commerciale.

Reuters riporta una stima secondo cui tra il 40% e il 70% della lana svizzera viene scartato ogni anno, mentre Summit Foundation indica che fino al 70% può essere distrutto. Parte di questa lana viene compostata o incenerita.

Utilizzarla per produrre coperture isolanti significherebbe quindi dare una nuova funzione a una materia prima locale che altrimenti rischia di diventare uno scarto.

L’idea unisce così due mondi apparentemente lontanissimi:

la pastorizia e la glaciologia.

Quanta neve riescono davvero a salvare questi teli?

Qui le dimensioni del fenomeno sono importanti per evitare conclusioni sbagliate.

Secondo Summit Foundation, le coperture geotessili utilizzate attualmente in Svizzera permetterebbero di conservare complessivamente circa 300.000 metri cubi di neve ogni anno.

Può sembrare una quantità enorme.

Ma diventa piccolissima se confrontata con la quantità di ghiaccio che i ghiacciai svizzeri stanno perdendo.

La fondazione parla di quasi un miliardo di metri cubi di ghiaccio persi ogni anno e ricorda che negli ultimi due decenni i ghiacciai svizzeri hanno perso quasi il 40% della loro massa.

Il confronto spiega bene perché ricercatori e promotori insistano su un punto:

la lana non può salvare i ghiacciai.

Quindi ricoprire le montagne di lana non fermerà lo scioglimento

No.

E sarebbe sbagliato presentare l’esperimento in questo modo.

Anche se le coperture funzionassero perfettamente, utilizzarle su superfici enormi sarebbe estremamente complesso, costoso e insufficiente rispetto alle dimensioni della perdita glaciale.

Lo stesso progetto Keep It Wool precisa che questa tecnologia non rappresenta una soluzione al cambiamento climatico.

L’obiettivo è trovare un materiale migliore da utilizzare nelle piccole aree dove le coperture vengono già impiegate.

Per rallentare davvero la perdita dei ghiacciai nel lungo periodo, sottolineano ricercatori e promotori, resta fondamentale ridurre le emissioni di gas serra.

Perché allora l’esperimento è importante?

Perché parte da un problema che esiste già.

In alcune zone alpine i teli vengono utilizzati comunque.

La domanda diventa quindi:

possiamo farlo utilizzando qualcosa di meno impattante della plastica?

Se le successive analisi confermeranno i primi risultati, la lana potrebbe diventare una possibile alternativa naturale in alcune applicazioni di protezione locale della neve.

Non impedirà a un ghiacciaio di ritirarsi.

Ma potrebbe ridurre l’impiego di materiali sintetici nelle aree in cui queste coperture vengono considerate necessarie.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’esperimento.

Non una soluzione miracolosa arrivata da un laboratorio ultratecnologico, ma un materiale utilizzato dall’uomo da migliaia di anni che viene messo alla prova su uno dei problemi più moderni delle nostre montagne.

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Da una pecora a un ghiacciaio delle Alpi

A volte le idee scientifiche più curiose nascono proprio dall’accostamento di cose che normalmente non metteremmo mai insieme.

Una pecora.

Un telo.

Un ghiacciaio.

Sul Tsanfleuron, nell’estate del 2026, questi tre elementi si sono incontrati per capire se una fibra naturale possa sostituire almeno in parte la plastica utilizzata per proteggere localmente neve e ghiaccio.

Per ora il risultato è soltanto preliminare.

Ma la lana ha superato una prima prova importante: dopo un’estate trascorsa sopra il ghiacciaio, ha protetto neve e ghiaccio in maniera comparabile al materiale sintetico utilizzato come riferimento.

E probabilmente nessuno, guardando una pecora pascolare su un prato alpino, immaginerebbe che il suo vello possa un giorno finire qualche centinaio di metri più in alto, steso sopra un ghiacciaio.